domenica 2 novembre 2014

De Magistris ricandidato ed il PD pugile suonato


Questione di leader, direbbe un politologo cazzuto. E in effetti la sostanza politica del mese di sindacatura sospesa (sospensione a sua volta sospesa, val la pena ricordare) è tutta qui. Al netto della rappresentazione da opera buffa di un Paese nel quale la certezza del diritto appare sempre più un miraggio, il Luigi De Magistris che vince in tribunale straccia letteralmente i suoi avversari sul piano politico e recupera le carte per tornare a giocare da protagonista sulla scena politica cittadina e nazionale.
Viene sostanzialmente dimenticata la sostanza della condanna in primo grado (l’ aver effettuato intercettazioni illegittime più o meno come una spia della Stasi o della Cia), passa in secondo piano la scarsa qualità amministrativa di questi tre e passa anni, e ad emergere è la figura di un sindaco paladino del popolo in lotta contro la politica di apparato ed i poteri forti.
Intendiamoci: che il Giggino di lotta riuscisse assai meglio di quello di governo era chiaro a tutti. Non lo era altrettanto, invece, l’ incapacità del quadro politico napoletano di esprimere qualcosa di più sostanzioso. E invece, nonostante il mese di sospensione e perfino qualche insospettabile focolaio di fuoco amico, De Magistris è rimasto saldamente alla guida di Palazzo San Giacomo e, cosa più importante, ha occupato per intero la scena pubblica accreditandosi come unico leader politico vero sulla piazza.
Di fatto è il Partito Democratico ad uscire devastato dalla vicenda, aggiungendo all’ ambiguità di un’ opposizione a corrente alternata, la prova inequivocabile di una stupefacente incapacità di costruire una prospettiva di governo della città anche nel momento di massima debolezza arancione.
Il segretario provinciale Carpentieri aveva spiegato all’ indomani della sospensione «riteniamo indispensabile consentire alla città di tornare al voto per dotarsi di una guida salda e sorretta dal consenso popolare». Lorenzo Guerini, il vicesegretario di Renzi, aveva rincarato la dose avvisando «vengo a staccare la spina a de Magistris», quando a ottobre era piombato a Napoli. C’ era stata addirittura l’ investitura di un nuovo (si fa per dire) candidato alla guida della città durante la Leopolda renziana, con l’intervento da sindaco in pectore di Gennaro Migliore, ex Sel transitato alla corte del capo del Governo.
Quella spina non è stata staccata, non ci sono state mozioni di sfiducia, e invece il sindaco arancione si è ritrovato il sostegno di pezzi dati già per persi. Dai consiglieri del Centro Democratico transitati in blocco in Idv al dissidente della prima ora Gennaro Esposito, da Sel ai consiglieri di Sinistra in Movimento ai cripto-democrat di rito fioroniano, Lebro e Pasquino.
Lo ha detto bene Antonio Polito dalle colonne del Corriere del Mezzogiorno di ieri: «che credibilità ha allora questa gente? Nessuna. Spiace dirlo, ma al loro confronto il sindaco di nuovo in carica è politicamente superiore».
Oggi De Magistris annuncia che si candiderà certamente per il secondo mandato e non è difficile immaginare che l’ anno e passa di consiliatura che resta sarà una lunga campagna elettorale tutta giocata sul contrasto ai poteri forti ed alle manine che vorrebbero mandarlo via con la complicità di chi ha rovinato Napoli (leggi il Pd bassolinian-iervoliniano).
Un periodo di tempo teoricamente lungo, ma che al Pd napoletano ridotto come un pugile suonato, rischia di non bastare nemmeno per contarsi le ferite subite. E che rischia di portare alla seconda edizione della scorsa tornata comunale, quando fu scelto un candidato di bandiera tanto debole da non arrivare nemmeno al secondo turno.