mercoledì 23 dicembre 2015

Come Pecore in Mezzo ai Lupi – III serie – Scoop di Natale

interventi di Vincenzo Pascale, Carlo Tarallo, Salvatore Guerriero, Raffaele Ambrosino, Francesco Bassini e l’Avv. del Pesce


mercoledì 9 dicembre 2015

Come Pecore in Mezzo ai Lupi – III serie – Venti di destra

Ospite in Studio Giuseppe Parente e interventi di Carlo Tarallo, Antonio Rapisalda, Angela Piscitelli, Vincenzo Pascale

mercoledì 2 dicembre 2015

Come Pecore in Mezzo ai Lupi – III serie – Stallo


Terza puntata della terza serie. Con Mario Colella e Norberto Gallo, in studio Giuseppe Parente e Giulio Romolo in regia.

Collegamenti con Francesco Bassini, Vincenzo Pascale da New York, Angela Piscitelli dalla Francia, il neo bassoliniano Angelo Costa e Ugo Maria Tassinari.


giovedì 26 novembre 2015

Come Pecore in Mezzo ai Lupi - III serie - Il bandolero stanco

Antonio Bassolino
Mario Colella e Norberto Gallo presentano Come Pecore in Mezzo ai Lupi. Seconda puntata della terza serie.
Torna Antonio Bassolino. Vecchio leone o Bandolero Stanco?
Ne parliamo con Carlo Tarallo, Claudio Velardi, Berardo Impegno.
Collegamenti con Francesco Bassini da piazza Cavour e Vincenzo Pascale da New York.

Ospite in studio Giuseppe Parente. In regia Giulio Romolo.





mercoledì 18 novembre 2015

Come Pecore in Mezzo ai Lupi - III serie - Talebani


Torna per il terzo anno consecutivo Come Pecore in Mezzo ai Lupi, un programma di Norberto Gallo e Mario Colella con Giulio Romolo in regia.
La nuova segreteria del Pd campano, il ritorno di Bassolino, l’ Isis, Putin e l’ occidente.

Ne parliamo con Vincenzo Pascale da New York, Francesco Nicodemo da Palazzo Chigi e Francesco Bassini da piazza Cavour.

Diretta Mercoledi ore 21.05



domenica 11 ottobre 2015

Il sondaggio Ipr Marketing sulle elezioni: il Pd può vincere a Napoli solo se trova un renzino che si butti nella mischia



I dati del sondaggio di Ipr Marketing per il Mattino di oggi sono utili a chiarire alcune delle variabili che influenzeranno la campagna elettorale per le prossime comunali, purché presi come una fotografia del momento in cui è stato fatto il sondaggio e soprattutto se confrontati con le reali tendenze di voto in città dalle elezioni politiche del 2013 ad oggi. 
Il sondaggio conferma anzitutto che, con quattro schieramenti in campo, il prossimo sindaco di Napoli sarà eletto necessariamente al ballottaggio. Nessuno dei candidati sondati raccoglie, infatti, più di un terzo delle dichiarazioni di voto espresse, prefigurando uno scenario analogo a quello che portò De Magistris alla vittoria quattro anni fa.

Come ben sanno gli addetti ai lavori, esiste però una differenza sostanziale tra il primo turno ed il secondo turno. Il primo turno vede sullo stesso piano la popolarità del candidato sindaco ed il lavoro degli aspiranti consiglieri comunali e di municipalità, un esercito di centinaia di candidati che battono i territori di riferimento incessantemente. Il secondo turno, invece, è di fatto un confronto diretto tra i due nomi rimasti in campo e la loro capacità di penetrare l’ elettorato degli esclusi al primo turno.
Tenuto conto delle caratteristiche dei due turni, il dato più interessante del sondaggio non riguarda i candidati ipotizzati, sui cui nomi i sondaggi diretti sono attendibili piuttosto al secondo turno, anziché al primo, ma la volontà di votare dichiarata come sicura dal 56% degli elettori e possibile dal 27%, assieme alle intenzioni di voto ai partiti.
Anzitutto la disponibilità al voto. Si tratta della vera novità, tenuto conto della bassissima percentuale di affluenza al voto delle ultime due tornate elettorali: il 42,84% alle europee del 2014 ed il 40,6% alle regionali di quest’ anno. Alle politiche del 2013 avevano votato in città circa 460mila elettori, pari al 60,1% degli aventi diritto. Nel 2014 erano stati 330mila (130mila in meno), e 320mila nel 2015 (140mila in meno).
Secondo il sondaggio Ipr Marketing sono pronti a votare circa 440mila elettori, 120mila in più delle regionali, abbastanza da modificare sensibilmente lo scenario, a patto di capire per chi sono intenzionati a votare gli elettori che si sono astenuti nell’ ultimo anno e mezzo.
Nel 2013 la coalizione con Bersani arrivava in città a circa 135mila elettori. Il Pd delle europee del 2014 a 130mila voti, e nella stessa tornata la lista Tzipras a 18mila. Alle regionali, Vincenzo de Luca si è fermato a 110mila voti e Salvatore Vozza ad 11mila.
La coalizione per Berlusconi del 2013 arrivò a 136mila voti, mentre alle europee Forza Italia si fermò a 58mila voti, NCD in cartello con l’ UDC a 10mila, altrettanti Fratelli d’ Italia. Alle regionali, il centrodestra di Caldoro si è fermato a 100mila voti.
Il M5S è passato dai 110mila voti del 2013, agli 85mila delle europee, ai 71mila delle regionali.
Tutti gli schieramenti hanno, in definitiva,  contribuito a rafforzare le fila del non voto, ma in maniera non omogenea. Il M5S ha perso in due anni quasi 40mila elettori in maniera progressiva. Il centrodestra ha toccato il minimo alle europee con meno 56mila voti, recuperandone circa ventimila alle regionali successive.
Spiegabile con l’effetto Renzi l’andamento del centrosinistra. Alle europee il Pd incrementa, anche se di poco, i suoi voti senza pescare a sinistra, anzi cedendo voti alla lista Tzipras. I voti nuovi arrivano presumibilmente dall’ elettorato di centrodestra, mentre sull’ estrema sinistra confluisce anche un po’ di voto grillino, sebbene la gran parte decida di restare a casa.
Ora una parte consistente di quegli elettori, almeno 120mila, dice di essere pronta a votare.
Secondo il sondaggio i partiti del centrodestra supererebbero i 100mila voti delle regionali attestandosi di poco sotto i 110mila. I partiti con De Magistris arriverebbero attorno ai 90mila voti; più o meno lo stesso dei partiti del centrosinistra. A fare la parte del leone sarebbe il M5S che potrebbe diventare di gran lunga il partito più votato, andando oltre ai 110 mila voti del 2013. Determinante, secondo il sondaggio, la scelta del candidato sindaco. De Maio raccoglierebbe integralmente il voto dato alla lista, che altrimenti andrebbe in parte disperso con un candidato poco conosciuto.
Tenuto conto dell’ importanza delle coalizioni e del voto alle liste al primo turno, potrebbe verificarsi una situazione sensibilmente diversa da quella ipotizzata dal sondaggio, con un ballottaggio finale tra il centrodestra ed il M5S, complice la spaccatura tra centrosinistra ed arancioni.
Uno scenario che promette cambiamenti radicali di marcia, e che spingerà necessariamente il Pd alla ricerca di alleanze con i partiti minori che finora hanno sostenuto De Magistris. Ma che, soprattutto, consiglia maggiore attenzione nella ricerca di un candidato adeguato ad ampliare i consensi possibili.
In quest’ ottica il dato più interessante è il 76% di giudizio negativo nei confronti del Bassolino Presidente di Regione dal 2000 al 2010 che rende difficile pensare ad ampliamenti della platea elettorale al secondo turno, trattandosi oltretutto di un personaggio conosciuto dalla totalità degli elettori.
I voti reali dicono che a Napoli il bacino elettorale del centrosinistra si è allargato alle europee dell’ anno scorso per l’ effetto Renzi, in soldoni una proposta di rottura con il passato ritenuta credibile e sostenuta da un abile comunicatore, capace di far percepire come possibile il cambiamento auspicato.

Al netto del presidente del Consiglio in carica, la ricerca di un ‘renzino’, un Renzi in sedicesimi caratterizzato dall' essere un uomo nuovo e da una visione innovativa di città ben comunicata, sembra l’ unica maniera che avrà il Partito Democratico per riuscire anzitutto ad arrivare al ballottaggio e  poi pensare addirittura di vincere. 

giovedì 20 agosto 2015

Zoccole: racconto di ferragosto. 5 Come finì la storia di don Eduardo e della zoccola Carlotta


5 Come finì la storia di don Eduardo e della zoccola Carlotta

«La informo, caro signore, che asportando quel ratto, in quanto oggetto inanimato abbandonato su suolo pubblico, lei si appropria indebitamente di una proprietà del Comune» continuò con tono perentorio la voce alle spalle del libraio.
Don Eduardo, che aveva consumato tutto il suo coraggio per chinarsi a sollevare il topo, lasciò cadere il coperchio di cartone e il sacchetto che aveva nelle mani e scattò all’ impiedi. Si girò per replicare, ma dalla bocca non uscirono suoni. Oppresso dal caldo abbassò lo sciarpone di lana che gli copriva il volto e sollevò gli occhialini completamente appannati.

«Ma siete voi, don Edua’ – riprese petulante la voce, che assunse però un tono femminile e suadente -. E chi vi aveva riconosciuto… mannaggia ‘a capa vostra… ma come vi viene in mente di appropriarvi di un bene comunale… e poi, un uomo pieno di lustro come voi, che figura ci fate sulla pubblica via combinato di quella maniera e cu’ ‘o sacchetto d’ ‘a munnezza ‘mmano…».

A parlare era stata la Marchesina Tazio. Che poi in realtà era Assuntina, la viziatissima figlia unica di donna Luisa Spagnuolo, la proprietaria del negozio di scarpe all’ angolo di piazza del Gesù. Solo che, da quando il Sindaco aveva abolito le circoscrizioni e aveva ripristinato gli antichi sedili, aveva recuperato il vecchio titolo nobiliare del defunto marito, il notaio Tozzi, per sedere come rappresentante dell’ ottina di via San Sebastiano. Non era bella, senza che però la si potesse definire brutta. A consigliare di starne alla larga, era quel suo smodato desiderio di primeggiare, una voglia incontenibile di essere omaggiata e riverita che si portava appresso fin da bambina. Quando aveva sposato il vecchio notaio, era rimasta impressionata da come tutti lo venerassero per la grande cultura e l’ ancor più grande bontà d’animo. Poi si era convinta che lei non fosse da meno, senza accorgersi di come i latinismi in bocca a chi non conosce il latino procurino sorrisi a mezza bocca, più che autorevolezza. Le ultime parole del vecchio prima di spirare la offesero mortalmente: «non è arte tua, Titi’. Tu ti credi che sei più intelligente degli altri e ti pensi di fare fesso qualche povero disgraziato guardandolo dall’ alto in basso, impapocchiandolo con qualche parola difficile. Non è arte tua...» ripeté, e spirò. Alle parole del vecchio Assuntina rimase attonita. Le venne per un momento voglia di piangere per la rabbia. Ma subito le passò, pensando: «puveriello, è stata l’invidia a farlo straparlare così».

A contatto con l’ aria fresca Don Eduardo riprese quel minimo di lucidità necessario per rivolgersi alla Marchesina seccato: «Assunti’, ma ti pare che mi fottevo ’na zoccola morta? Io sto da stamattina a cercare chi se la deve venire a pigliare, qua pare pure che ci stanno le cospirazioni, mo’ ti presenti tu…».
Non aveva ancora finito la frase che la Marchesina lo interruppe gioviale «e io che ci sto a fare, Edua’? Quello il sindaco ha chiamato al delegato nostro per sapere che stava succedendo, e indovina a chi ha chiesto il delegato? Indovina?»
«A te…» disse con una voce flebile Don Eduardo.
«Eh! A me, a me. E io gli ho subito detto, eccellenza, non vi preoccupasse, mo’ mi reco direttamente in loco a vedere che sta succedendo. Ho sceso le scale, ho acchiappato a Leopoldo, e ho fatto una corsa fino a qua sopra. O’ vide ‘a Leopoldo che sta parlando a telefono? Sta rintracciando l’ ufficio proposito al caso nostro. Massimo una mezzora e il ratto lo facciamo sparire così come è apparito». E rimase giuliva e sorridente.

Don Eduardo si sentì preso dallo sconforto. Non sapeva se ridere o piangere e intanto fissava Leopoldo, il tuttofare di Assuntina. Era un uomo dall’ età indefinita, basso e tarchiato, completamente calvo e con due baffoni spioventi, con una giacchetta che non riusciva a chiudersi sulla pancia. Don Eduardo si rese conto che aveva continuato a parlare al cellulare per tutto il tempo in cui lui parlava con la Marchesina. Mentre parlava gesticolava animatamente con l’ altra mano, che ogni tanto gli serviva per tirare su il pantalone che scendeva per la troppa foga.

Poi all’ improvviso si zittì, ripose il cellulare nella tasca interna della giacca e si avvicinò al libraio ed alla Marchesina. «Allora?» cinguettò la Marchesina. «Allora?» ripeté ansioso Don Eduardo.
Imbarazzato Leopoldo fissò Don Eduardo, poi si rivolse ad Assuntina e riferì: «Marchesi’, al Comune dice che a loro non tocca e che tocca alla Asl. Ho chiamato e non rispondeva nessuno. Allora ho chiesto a una cugina di mio cognato che lavora agli Incurabili che mi ha dato il numero di un suo parente che sta dentro ai rifiuti. Questo mi ha detto che se la zoccola è ancora intera devono andare quelli della rimozione animale che però poiché è un servizio esterno e non li stanno pagando da tre mesi, questi ci stanno andando un giorno si e uno no e nessuno gli può dire niente, per cui se ne parla domani mattina. Se invece la zoccola è scamazzata o putacaso squartata, ci manda subito una squadra di rifiuti speciali».

«Ah – si fece pensierosa la Marchesina – e mo’ come facciamo? Don Edua’ avete sentito? Quello il ratto è disgraziatamente integro…» sporgendosi a controllare meglio. «Marchesì, ‘o vulessemo scamazza’?» si fece avanti Leopoldo, mortificato per non aver ancora trovato la soluzione che gli era stata richiesta. Don Eduardo sentì tornare il panico mentre aveva ricominciato a sudare copiosamente.

Oramai si era fatto quasi mezzogiorno e cinque o sei ragazzini avevano cominciato a giocare a pallone approfittando della saracinesca di una pizzeria chiusa proprio di fronte ai bidoni dell’ immondizia dove stavamo nascosti, quando vedemmo zio Ferdinando uscire dalla saettella più avanti e dirigersi piangendo e sibilando verso zi’ Rafele. «Rafe’ – piangeva il vecchio topo – se ne è andata Carlotta mia… e mo’ che le fanno? Senza lei come faccio a campare… - e disperandosi pregava – San Francesco di Paola, lo sai che ti sono devoto. Fammela tornare o prenditi pure a me…».

Intanto i ragazzini avevano cominciato a fare un chiasso indemoniato, alternando le urla del gioco a sonori colpi dati alla saracinesca abbassata. A Don Eduardo che continuava a parlare con Leopoldo e la Marchesina si avvicinò un vecchio in sandali, canottiera e pantaloncini corti, dalla carnagione scura e le braccia completamente tatuate. «Dotto’ – disse all’ indirizzo del libraio – vogliamo vedere di levarla questa zoccola, che ci stanno pure ‘e criature che pazzeano». A rispondere fu Leopoldo «e perché non ‘a levate vuje? Qua ci sono dei contrattempi burocratici». Il vecchio lo guardò e disse «io? E io che c’entro? Poi a me mi fa schifo».
«Dovete vedere a me» stava rispondendo seccato Don Eduardo, quando una pallonata tirata male da uno dei ragazzini lo colpì facendolo saltare. Prese il pallone inferocito e caricò la gamba con l’ intento di scagliarlo il più lontano possibile. Ma per il calcio Don Eduardo era sempre stato poco dotato. Venne fuori un tiro sbilenco che invece di lanciare il pallone verso l’alto lo indirizzò diritto diritto verso il topo morto.

E qui avvenne quello che Don Eduardo non avrebbe mai immaginato. Zia Carlotta, colpita così violentemente, riprese improvvisamente coscienza. Evidentemente non era morta, ma doveva essere solo svenuta quella mattina al ritorno dalla nottata di gozzoviglie. Si alzò, e ancora con il segno della pallonata in faccia, cominciò a girare in tondo cercando di capire cosa stesse succedendo.
«Carlotta, Carlotta mia» cominciò ad urlare zio Ferdinando, mentre zi’ Rafele la chiamava «qua, corri qua, fai presto…». Zia Carlotta ci vide e ci raggiunse in un baleno mentre zi’ Rafele ed i piccoli già imboccavano la saettella da cui era sbucato zio Ferdinando poco prima.

Don Eduardo dapprima non capì niente di quello che stava succedendo, poi vide il topo rianimarsi ed andarsene via da solo, e tutto rosso e sudato sconocchiò sfogando tutta la tensione di quella mattina con un pianto liberatorio inginocchiato lì sulla strada. La Marchesina, Leopoldo ed il vecchio cominciarono a gridare «miracolo, miracolo, Don Eduardo ha fatto il miracolo». Poi accadde tutto in un attimo. Fofò corse fuori dalla bottega e dai palazzi si affacciarono le vecchie urlando, chiedendo, piangendo e pregando.

Qualcuno corse ad avvertire il prete della Chiesa situata poco più avanti. Monsignor Gregorio degli Uberti inforcò i paramenti, prese l’ acqua benedetta e corse verso il luogo del prodigio. Intanto i ragazzini avevano smesso di giocare ed assieme alle vecchie scese per strada intonavano un vecchio canto di ringraziamento alla Madonna che, era chiaro, aveva proprio Lei armato il piede di don Eduardo. “Andrò a vederla un di’, di stelle coronata….”, cantavano in coro. Presero Don Eduardo di peso e lo portarono a spalle dentro la chiesa, con la Marchesina Tazio che, estratto il suo rosario di avorio cinquecentesco, conduceva i cori di ringraziamento e girandosi alla folla festante diceva «il sindaco, deve fare il sindaco».


Tre giorni dopo, appena più sopra della saettella in cui era scappata la zoccola miracolata, don Luigino trovò una piccola edicola votiva. Dentro c’ era l’ effige di un topo con il volto scavato da una pallonata e l’ iscrizione: D.O.M.D. FRANCISCO DE PAULA FERDINANDUS EX VOTO POSUIT – IN MEMORIAM CARLOTTAE, SURCULAM REDIVIVAM (fine)








mercoledì 19 agosto 2015

Zoccole: racconto di ferragosto. 4 Com’ è che don Eduardo si risolse a raccogliere da solo il topo


4 Com’ è che don Eduardo si risolse a raccogliere da solo il topo

«Si, si… è tanta… ‘na zoccola tanta… come quanto? Un braccio... no, dal gomito…»
L’ attenzione di don Eduardo fu attirata dalla voce di Fofò. Parlava del topo, ma con chi stava parlando? Si affacciò dal retrobottega e vide il ragazzo al telefono, in piedi dietro al bancone che, gesticolando, si dava da fare per descrivere con dovizia di particolari l’ animale al suo interlocutore.
«Venti centimetri? Nooo, di più … trenta, perlomeno… ma pure di più… fate trentacinque…»
«Fofò – urlò don Eduardo – jamme bello che ci sta gente» Fofò riattaccò il telefono e sporse la testa nel retrobottega.
«Ma non ci sta nessuno, cavalie’»
«E mi era sembrato» disse il libraio continuando a fissare lo schermo del computer. Poi, cercando di mostrarsi distaccato chiese «chi era a telefono?»
«Un giornalista del Diuturno, ‘o giurnale. Dice che hanno saputo che qua fuori ci sta una zoccola morta che nessuno vuole levare e ha chiamato per sapere come era questa zoccola». 

Per poco a Don Eduardo non venne un colpo. Dopo “pasta cresciuta” e l’ ingegner De Cocchis, solo il Diuturno ci mancava, pensò…
Il giornale del Cavalier Licata era stato determinante per far vincere il ballottaggio al sindaco tre anni prima. Per ricambiare la cortesia, una volta eletto, il sindaco aveva messo un po’ di persone gradite al Cavaliere in posti importanti. Senonché avevano litigato ferocemente per una questione di certi terreni che non si capiva di chi dovessero essere e il grande amore si era trasformato in odio aperto.
Il Diuturno, che bene o male era l’ unico giornale che leggevano proprio tutti in città, aveva cominciato una campagna puntigliosa su tutti i disservizi che l’ amministrazione non aveva risolto o, peggio ancora, aveva creato per incapacità manifesta. Agli attacchi del giornale, il Sindaco replicava accennando a mezza bocca ad interessi poco puliti del Cavaliere che si era rifiutato di assecondare e che gli erano costati l’ interessata ostilità da parte della testata cittadina.

Non ci voleva molto ad indovinare che il prossimo argomento del Diuturno contro il sindaco sarebbe stato quel topo morto lasciato lì al sole. E don Eduardo già si immaginava i commenti compiaciuti di quelli che avrebbero trovato nell’ appoggio del giornale al soldo degli interessi dei nemici dell’ amministrazione, l’ indiscutibile conferma all’ assurda teoria del complotto.
Il complotto della zoccola morta, pensò il libraio. E in un attimo prese la sua decisione: il topo da terra lo avrebbe tolto lui. Era l’ unica maniera per evitare di trovarsi a fare il vaso di coccio tra i vasi di ferro nella guerra tutta mediatica dell’ amministrazione.

Don Eduardo già si vedeva circondato da spie del sindaco pronte a sputtanarlo sui social network con fotografie equivoche, notizie scandalose, insinuazioni malevole. Non che avesse qualcosa da nascondere, ma la tecnica usata dal sindaco e dai suoi fedelissimi per demolire gli avversari non aveva bisogno di fatti reali. Bastava un raccontino ben articolato, che legasse qualche fatto vero con ipotesi fantasiose, ed ammiccasse a qualche luogo comune di facile presa, per relegare irrimediabilmente il malcapitato tra i cattivi da mettere al bando.

Aprì la porta sul retro del negozio, scese la lunga scalinata che portava al vecchio deposito attrezzato e con l’ aiuto di una torcia cominciò a rovistare tra le cose ammonticchiate da decenni. Recuperò un vecchio paio di guanti da motocicletta, uno sciarpone invernale di lana pesante e degli occhialini da sub che giacevano lì coperti di polvere. Prima di risalire agguantò un coperchio di cartone rimasto orfano della sua scatola, e si fece coraggio pensando che era l’ unica cosa da fare. Tornato nel retrobottega batté la polvere dagli indumenti che aveva recuperato, pulì le lenti degli occhialini e prese un sacchetto per l’ immondizia nero. Inforcò gli occhialini tenendoli ben aderenti alle orbite degli occhi, indossò la sciarpa a coprire la nuca ed il volto, calzò i guanti e con il sacchetto aperto nella mano sinistra ed il coperchio di cartone nella destra uscì sulla strada.

Determinato a portare a termine la sua missione, si diresse deciso verso il topo. Ma appena ne intravide la sagoma non poté fare a meno di provare uno schifo incontrollabile. Sentì lo stomaco rivoltarsi e dovette fare uno sforzo per continuare ad avvicinarsi reprimendo i conati di vomito che montavano. La carogna era lì, a pochi centimetri di distanza dalle sue scarpe. Cercava di non guardarla direttamente, di non mettere a fuoco. Intravedeva il fagotto gonfio ed inerte, «ma è morto, quindi di che dovrei avere paura?» si fece coraggio. Intanto sentiva un copioso rivolo di sudore scendergli dietro la schiena, complice forse lo sciarpone di lana, mentre le lenti cominciavano ad appannarsi.

Due passanti, forse turisti, che da lontano avevano visto quella strana scena, passarono all’ altro capo della strada sorridendo e con i cellulari cominciarono a fotografare quello strano essere che sovrastava il topo morto.
Il libraio pensò qualcosa del tipo «ora o mai più», e con uno scatto improvviso si chinò. Aveva disteso a terra il sacchetto aperto e con l’ altra mano aveva posizionato il cartone lungo il corpo dell’ animale, pronto a dare il colpo necessario a farlo scivolare dentro. 
Decise di contare fino a tre e poi di compiere finalmente l’ ardita operazione. «Uno», ma nemmeno aveva finito di pensarlo che senti una voce alle sue spalle urlare: «Fermi tutti! Nessuno tocchi quel ratto!» (continua)

lunedì 17 agosto 2015

Zoccole: racconto di ferragosto. 3 Com’ è che don Eduardo divenne il nemico del popolo sovrano


3 Com’ è che don Eduardo divenne il nemico del popolo sovrano

La saracinesca era alzata, Fofò, il commesso, era in piena attività alle prese con una coppia di clienti che pareva promettere bene, Don Eduardo il libraio decise che ora poteva dedicarsi alla ricerca del numero giusto per far pulire la strada. Stava cominciando a far caldo e c’ era da scommettere che entro qualche ora quell’ animale morto lì fuori avrebbe cominciato anche a puzzare.
Si sedette al computer nel retrobottega e cominciò ad interrogare il suo motore di ricerca preferito cercando tra i numeri degli uffici quello che serviva a lui. Il punto è che non sapeva che cosa cercare. Provò con le parole chiave “rimozione topo morto”. Il primo risultato che gli apparve era un tutorial video dal titolo “Come togliere i topi morti e non contaminare la casa di batteri!”. Decise che non era il suo caso e continuò a scorrere i risultati, imbattendosi in un altro tutorial per eliminare l’ odore di topo morto dalla propria auto. Poi fu la volta di una lettera al direttore su di un blog sconosciuto del trevigiano in cui veniva posto il problema della rimozione delle carcasse di cani morti lungo la strada statale, e poi della cronaca di una polemica tra Preside e bidelli di una scuola di Castellammare su chi dovesse recuperare le vittime della derattizzazione in presenza di allievi a scuola.
Insomma, niente di adatto al suo caso.

Ad un certo punto venne distolto dalla ricerca da una sequenza ripetuta di bip che provenivano dal suo cellulare. Lo prese dalla tasca e lesse: ventiquattro messaggi in attesa. Che cosa era successo, si preoccupò? Chi lo cercava così insistentemente? Poi si ricordò del suo messaggio di poco prima e realizzò che erano le risposte che stavano arrivando. E quante erano!
Si collegò al suo account dal computer per poter leggere meglio ed incuriosito cominciò a scorrere le risposte, scoprendo che in pochi minuti il suo messaggio aveva generato un acceso dibattito scivolando ora nella politica, ora nella sociologia cittadina.
A parte gli amici che scherzavano giocando sull’ ambivalenza del termine “zoccola” e quelli che invitavano all’ adozione di gatti, la maggior parte erano commenti di chi leggeva in quello sfogo una maniera per prendersela con l’ amministrazione comunale per la quale era nota l’ antipatia di don Eduardo.

«Ogni scusa è buona per prendertela con il Sindaco. – scriveva uno – Che ci vuole a rimboccarsi le maniche e mettere il topo nell’ immondizia da solo? ». E un altro, più feroce: «vergognati, sputtani la nostra bellissima città solo per farti un po’ di pubblicità. – e a provare la pochezza ed il provincialismo di quello sfogo, la chiosa da giramondo – Queste cose succedono dappertutto, io ho visto topi morti per strada anche a Londra, Parigi e New York».
A lasciarlo a bocca aperta fu il messaggio di “pasta cresciuta”, un nickname assai noto tra i pasdaran dell’ amministrazione.

Fuori dal mondo virtuale, “pasta cresciuta” era la versione moderna del proverbiale “stracciafacente” napoletano. Il soprannome lo doveva alla forma della testa, tonda e butterata, che ricordava le zeppole fritte, appunto di pasta cresciuta. L’ estrema magrezza del corpo e l’ abitudine ad inforcare occhiali dai vetri scuriti rendevano la sua figura una sorta di disegno satirico ambulante, inconfondibile perfino da lontano.
Non era chiaro a nessuno (né lui teneva a far sapere precisamente) di cosa vivesse. Si mormorava in giro dei suoi trascorsi lavorativi finiti tutti malissimo e dello stipendio preso da non si capiva da quale ente pubblico o para pubblico che per oscuri motivi continuava a tenerlo a libro paga.
Negli anni si era auto attribuita un’ immagine da indomito tribuno della plebe. Non si contavano i suoi j’accuse spericolati, come non si contavano le sue disinvolte marce indietro e gli scivoloni clamorosi. Ma per “pasta cresciuta” non esistevano le brutte figure: sapeva, forse istintivamente, che la gente dimentica facilmente. Così, se sparava a zero su qualcuno, poteva accadere che il giorno stesso gli dichiarasse amore incondizionato. Quello che contava era la rete di legami “utili” che era riuscito a costruire nel tempo.

La tecnica era sempre la stessa. Qualche insinuazione poco verificabile sul conto dell’ obiettivo da puntare, qualche frase offensiva scritta con tutta la retorica post operaista degli anni ’70, affermazioni tranchant del tutto opinabili spacciate per verità indiscutibili in nome del popolo, dei morti sul lavoro, delle donne, degli sfruttati… Insomma, un mix tra qualunquismo e politically correct capace di suscitare riflessi condizionati nel pubblico politicizzato della città decadente. E di preoccupare il Palazzo che, immancabilmente, preferiva trovare un compromesso per disinnescare la mina vagante.
Stavolta “pasta cresciuta” se la prendeva con lui e con il suo post sul topo morto. Gli dava del fighetto viziato (e fin qui…), ma soprattutto denunciava quel messaggio come parte di una più complessa strategia di attacco ad un’ amministrazione che, a suo dire, faceva gli interessi del popolo e per questo dava fastidio a potentati economici non meglio identificati, interessati a svendere la città ai banchieri internazionali. Il consueto delirio, insomma, non fosse che un pezzo grosso dell’ amministrazione, l’ingegner De Cocchis, rispondeva immediatamente sposando in pieno la tesi del complotto per poi sottolineare come don Eduardo sapeva bene che la rimozione del cadavere di ratto in quella strada toccasse alla Curia e non al Comune (chissà poi perché avrebbe dovuto saperlo, si chiese don Eduardo). Ed, infine, invitava sdegnato a disertare l’ acquisto di libri in quel negozio che, chiaramente, perseguiva gli interessi delle multinazionali piuttosto che quelli del vessato popolo napoletano.

domenica 16 agosto 2015

Zoccole: racconto di ferragosto. 2 Com’ è che zia Carlotta divenne intoccabile


2 Com’ è che zia Carlotta divenne intoccabile

«Dottò, non è di mia competenza» tagliò corto Luigino senza nemmeno alzare la testa dal giornale.
Il libraio perse improvvisamente vigore. Smise di gesticolare e con tono preoccupato, più che rassegnato, chiese «e chi la deve levare quella zoccola morta da sotto al negozio mio?».
«Chiamate il numero verde. – rispose lo spazzino - Quelli vengono subito gli esperti con le attrezzature adatte e se la portano dopo avere disinfettato tutto. E’ pure una questione di igiene» scandì Luigino alzando lo sguardo e fissando serio un don Eduardo oramai disarmato dalla risposta che non lasciava scampo. Perché il “non mi compete” dello spazzino equivaleva ad un biglietto di ingresso nel circo della burocrazia cittadina, nel quale si può entrare in qualsiasi momento, senza sapere però se ci sarà mai ritorno.
«E voi lo tenete questo numero verde?» chiese don Eduardo rassegnato. «No dottò, non lo so... ve l’ ho detto, a me non mi competono queste cose. Però se cercate sopra internet lo trovate sicuramente» rispose frettolosamente un oramai distratto Luigino, certo di aver fatto ben più del suo dovere dando quelle precise informazioni al libraio. Soddisfatto ammutolì, tornò con lo sguardo al giornale e si accese una sigaretta.

Per la verità, a Don Eduardo venivano in mente un sacco di obiezioni sensate da fare allo spazzino, ma sapeva che a quel punto la soluzione se la doveva cercare da solo. Si girò, tornò verso la saracinesca del negozio, e prendendo dalla tasca il suo telefonino cellulare (al quale aveva orgogliosamente resistito per lungo tempo, ma poi aveva dovuto ammettere “oramai è una necessità”) provò a cercare il famoso numero verde. Subito lo trovò. Senza pensarci sopra toccò lo schermo dove era scritto “effettua chiamata” e rimase ad aspettare qualcuno con cui parlare. Rispose una voce registrata che diceva di aspettare perché gli operatori erano tutti occupati.

Mentre apriva la saracinesca gli rispose finalmente qualcuno. «Buongiorno, mi dica». «Senta, chiamo da san Pietro a Majella, qui c’ è un topo morto…». Non ebbe nemmeno il tempo di finire la frase che la voce dall’ altro capo del telefono lo fermò «non è di nostra competenza, signore». Il libraio si sentì di nuovo perduto: «come non è di vostra competenza? Mi ha detto un vostro operatore che il numero verde serve per i rifiuti speciali…». «Certamente – rispose impassibile la voce – ma un ratto morto non è un rifiuto speciale, ma carogna di animale morto per causa diversa dalla macellazione. La rimozione della carogna è riservata esclusivamente ai servizi della ASL…».

Don Eduardo non ci poteva credere. Era successo proprio quello che più temeva: era entrato nell’ orrenda spirale dello scaricabarile tra uffici pubblici. «Ma me lo devo togliere da solo?» sibilò contrariato. E la voce, per niente turbata dal tono, spiegò «assolutamente no. Dovete chiamare l’ ufficio rimozione carogne della ASL di appartenenza. Se lo doveste rimuovere voi commettereste un’ infrazione al regolamento comunale. E che ne sapete che quel topo non è portatore di malattie gravissime? E se lo toccate e mischiate qualcosa a tutti quelli che incontrate? Chiamate la Asl che quelli vengono con le attrezzature adatte, ma non lo toccate, per carità…».
Rimase di sasso. Anche lì non c’ era più niente da fare: bisognava rassegnarsi e chiamare la Asl. Prima di attaccare, riuscì a chiedere con un filo di voce «mi potete dare il numero di questo ufficio per le carogne?». «No signore, spiacente. Però lo trova facilmente sull’ elenco telefonico o in internet. Buongiorno.» E riattaccò.

Intanto bisognava aprire il negozio. Avrebbe continuato dopo la ricerca. Però la rabbia che cominciava a montare doveva trovare sfogo in qualche modo. Senza riporre il suo cellulare si collegò al primo social network che aveva a disposizione e scrisse: “A San Pietro a Majella una zoccola morta giace, destinata a restar lì, ostaggio della burocrazia”.

«Io poi non li sopporto proprio a questi quando cominciano a dire zoccola tutti schifati» sbottò improvvisamente zi’ Rafele che non aveva detto una parola per tutto il tempo. «Quasi quasi pare che se sbatteva a terra la chiattona del terzo piano, la signora Ascione, ci facevano venire ‘e criature a farsi le foto ricordo…ma jatevenne…». (continua)

sabato 15 agosto 2015

Zoccole: racconto di ferragosto. 1 Com' è che zia Carlotta cadde a San Pietro a Majella


1 Com' è che zia Carlotta cadde a San Pietro a Majella

La nottata era stata afosa, di quel caldo appiccicoso che toglieva il respiro e pure la voglia di mangiare. Oramai albeggiava. Eravamo quasi arrivati a casa quando zia Carlotta diventò scura scura. Gli occhi si fecero improvvisamente paonazzi ed i baffi le si abbassarono. Non ebbe nemmeno il tempo di girare la testa che cadde lunga com’ era sul marciapiede mentre Carmine e Michele continuavano a trotterellare avanti senza accorgersi di niente.
Fu Concettina, la più piccolina, a vedere tutta la scena e a dare l’allarme scoppiando in un pianto convulso misto a sibili disperati.
«Glielo avevo pure detto di non abbuffarsi con questo caldo» bofonchiò con un tono più seccato che dispiaciuto zi’ Rafele, il fratello più grande della zia. Erano tornati indietro anche Carmine e Michele e tutti assieme stavamo attorno al corpaccione della zia senza dirci niente, guardandoci negli occhi senza sapere che cosa fare.
«E mo’ che facciamo ‘o zi’?» chiese Carmine a zi’ Rafele. «E che vuoi fare, Carminu’;  fai una corsa a casa e avverti zio Ferdinando che la moglie si è sentita male sotto San Pietro a Majella». Carmine non se lo fece dire due volte. Girò la testa e corse a rotta di collo verso casa della zia ringraziando in cuor suo di potersi allontanare da quella situazione che lo imbarazzava più che fargli paura.
Intanto era diventato giorno. «Picceri’, tra poco comincerà a passare gente. – disse lo zio – Non possiamo stare qua in mezzo. Ci dobbiamo trovare un posto riparato mentre arriva Ferdinando». E si spostò verso i cassonetti dell’ immondizia appena svuotati all’ angolo della strada facendoci segno di seguirlo.

Concettina continuava a piangere. Era molto attaccata alla zia, povera piccolina. Specialmente da quando la sua mamma non era più tornata a casa e nessuno aveva saputo dire che cosa le fosse successo. Non che capitasse raramente veder sparire qualcuno dalla sera alla mattina, intendiamoci. Ma, quando capitava, era oramai regola tacitamente accettata quella di non farsi troppe domande e lasciar perdere spiegazioni e chiarimenti.

Neanche il tempo di arrivare sotto al muro che sentimmo distintamente il cigolio delle rotelline del carrellino di Giggino.  Era un umano secco secco, con una testa piccola ed il mento appuntito. Sulla faccia un poco di barbetta incolta, rada e bianca, e in bocca sempre una sigaretta accesa. Ogni mattina, puntuale, veniva a spazzare il suo pezzo di strada. Con la tuta più grande della sua misura, un paio di guanti enormi e la scopa di plastica, più che spazzare pareva desse gli ultimi ritocchi al salotto. Una carta rimasta qua. Una scorza di melone qualche metro più avanti. Tutto quello che poteva risaltare alla vista lo ammonticchiava in un angolo con flemma snervante. Quando gli pareva che non ci fosse più niente di visibile che gli avrebbe potuto causare un rimprovero dai suoi superiori, apriva il secchio che stava sul carrello, prendeva la pala e raccoglieva il suo mucchietto di rifiuti visibili. Poi si toglieva i guanti e aspettava che finisse il suo turno di lavoro seduto al tavolino del bar di rimpetto.
Quando vide zia Carlotta per terra gli dovette venire un colpo. Si pietrificò ad osservarla per un minuto buono, cercando forse di capire se a lasciarla così qualcuno lo avrebbe rimproverato. La risposta che si dovette dare fu evidentemente negativa. E come se niente fosse continuò a cercare rifiuti vistosi da rimuovere scansando la povera zia come se non ci fosse nemmeno.

Zi’ Rafele cominciava ad innervosirsi. Oramai i negozi stavano per aprire e di zio Ferdinando neanche l’ ombra. A un certo punto si irrigidì. Puntò lo sguardo e le orecchie in direzione di port’ Alba e ci fece segno di stare il più nascosti possibile. Si sentiva venire dalla strada un rumore cadenzato di passi, accompagnato dallo ‘scrocchio’ tipico di quelle scarpe belle e costose che usava sempre don Eduardo il libraio. Don Eduardo era un bel tipo. Un signore d’ altri tempi in perenne lotta contro la sciatteria e la faciloneria che, ne era convinto, erano diventate il vero cancro di Napoli. Ogni mattina apriva puntuale alla stessa ora, e ogni mattina, puntualmente, prima di aprire andava ad acchiappare Luigi lo spazzino dal tavolino dove stava seduto e lo costringeva a raccogliere qualche rifiuto che gli era sfuggito. Ma che non era sfuggito a lui, che il tragitto da casa al negozio lo faceva fissando la strada alla ricerca di sporcizia ed imperfezioni. «Io faccio il mio dovere – diceva sempre don Eduardo – e allora non capisco perché qualcun altro possa farmi un danno pretendendo di non fare il suo».

Il negozio si trovava nemmeno un paio di metri dopo il posto dove era caduta la zia e, sicuramente, vedendola stesa in quel modo lì davanti avrebbe dato in escandescenze. E infatti, appena la vide si fermò di botto, cominciò a sacramentare e raggiunse di scatto Luigino che, avendo già previsto tutto, non fece una piega e rimase seduto a sorseggiare il suo caffè senza alzare lo sguardo dal giornale mentre l’ agitatissimo libraio parlava e gesticolava senza riuscire a calmarsi. (continua)

domenica 14 giugno 2015

Due mine vaganti nel futuro di Renzi


di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

Dalla stagione del milazzismo (1958) alla bassoliniana «repubblica delle città» (1996), non di rado il Mezzogiorno è stato il laboratorio di formule politiche che anticipavano localmente fenomeni di scala nazionale. Oggi sembra la volta della Campania. I suoi leader, Vincenzo De Luca e Luigi de Magistris, hanno una forte caratura territoriale: il primo ha vinto grazie a Salemo, il secondo non esiste al di fuori di Napoli. Ma le loro strategie alludono a tendenze che potrebbero coinvolgere i palazzi romani e l'intero Paese.
Sindaco e neo-governatore sono emersi sfidando i partiti tradizionali. De Magistris vinse a Napoli sulle ceneri di una sinistra ferocemente divisa. De Luca si è imposto a un Pd che non lo amava, ma che alla fine l'ha visto come l'unico in grado di garantirgli la Campania. I due non hanno cioè debiti in sospeso con le segreterie nazionali. Piuttosto, sono destinati ad aggravarne la crisi. 
De Magistris ha finito per sbriciolare lo zoccolo di opinione della sinistra cittadina, mescolandolo con gli umori dell'antipolitica. De Luca si è appoggiato ai pacchetti di voti dei signorotti locali, senza curarsi se fossero di destra, centro o sinistra. Sono i campioni di quelle periferie politiche che Renzi mostra di non controllare. Mine vaganti sul terreno già disastrato del bipolarismo italiano. 
Ma non basta. Oltre che contro i partiti, sindaco e presidente sono anche contro il centralismo del governo. Se Caldoro aveva accettato la soluzione commissariale indicata per Bagnoli dallo «Sblocca Italia», de Magistris e De Luca dicono no. Chiedono che Roma non tocchi le prerogative locali. Hanno idee eretiche, dalla gestione dei rifiuti al condono. Pretendono più risorse. Se per il buon governo o per le clientele, si vedrà. Ma intanto il messaggio è chiaro. 
Ed è parimenti chiaro come l'obiettivo sia, in ogni caso, il Fiorentino. È il segretario Renzi che viene minacciato dalla frammentazione neofeudale del consenso e dall'ostentata lontananza dal Nazareno. Ed è il premier Renzi che deve affrontare l'ostilità della Campania e di Napoli nei confronti delle sue policies. Inutile aggiungere che la doppia crociata antipartitica e anticentralista appare assai simile ad un equilibrismo senza rete. 
Il tramonto della coppia destra-sinistra e il rivendicazionismo territoriale sembrano aprire ai leader meridionali una prateria di consensi. In realtà nella prateria scorrazzano anche — e numerosi a tal punto da costituire il primo partito a Napoli — i bisonti a cinque stelle. Potrebbero essere loro a raccogliere i frutti del «laboratorio politico» che altri hanno promosso. Dopotutto, sono i più puri: estranei a giochi di potere, cambi di casacca, corsa alle poltrone, E non hanno una Severino con cui vedersela. 

lunedì 8 giugno 2015

De Luca: nomino subito il vice. Intervista a Gianluigi Pellegrino: «altro che mie idiozie, quell`atto sarebbe un abuso»



di p. mai. da il Mattino di Napoli

L'avvocato Gianluigi Pellegrino, che recentemente ha vinto in Cassazione il ricorso sulla competenza del giudice ordinario e non del Tar sulla legge Severino, spiega perché secondo lui Vincenzo De Luca non potrà nominare il vice. 
De Luca sostiene che lei dica idiozie, sostiene che vi siano altri giuristi secondo i quali ad un nuovo eletto come lui la Severino non si dovrebbe applicare. 
«A parte lo stile, per il quale ringrazio De Luca, non esiste un giurista al mondo che possa dire quello che lui sostiene avendo già la Corte Costituzionale espressamente evidenziato che sarebbe contro i principi fondamentali del nostro ordinamento ritenere che il voto e il consenso elettorale fungano da improprio lavacro». 
De Luca ricorda le parole di Renzi, «chi vince governa». È così? 
«Mi sembra che De Luca teorizzi una costituzione basata sull'unto dal signore, cosa che può essere un progetto di riforma ma che al momento, per fortuna, non è nel nostro ordinamento repubblicano. Dispiace che Renzi e il Pd diano sponda a questa tesi abnorme. Un domani auguro a De Luca di essere assolto in appello ma oggi è certo che per la legge che lui dice di voler rispettare deve astenersi da ogni atto pubblico, come la Consulta ha chiarito più volte, in applicazione di norme che esistono da oltre vent' anni. La Severino ha solo aggiunto l'abuso di ufficio in luogo del vecchio interesse privato in atto pubblico». 
Renzi ha assicurato che il tempo delle leggi ad personam è finito. 
«Però vogliono fare una cosa ancora più grave, vogliono garantire a De Luca un trattamento ad personam ritenendo plausibile che un soggetto interdetto per legge dall'esercizio di funzioni pubbliche nomini un suo alter ego. Basti pensare che la legge Severino si applica in modo uguale sia per i reati contro la pubblica amministrazione sia per i reati di mafia. Chi mai affermerebbe che un condannato per mafia possa nominare un alter ego?». 
Ma De Luca continua a ripetere che lui la legge Severino vuole rispettarla? 
«E però si accinge a fare l'opposto. Rispettare una legge come la Severino vuoi dire rispettare l'esigenza di ordine pubblico acché il soggetto incompatibile si astenga da qualsivoglia atto e non entri in nessun contatto con la funzione come ha evidenziato la Consulta». 
C'è chi sostiene che senza la possibilità di nominare il vice si passerebbe dalla sospensione alla decadenza, non prevista dalla Severino. 
«Nessuno sta spiegando a Renzi e a De Luca che ci sono moltissime ipotesi in cui la doverosa sospensione può comportare effetti anche di scioglimento. Basti pensare che identica disciplina si applica in caso di arresto. E pure in quel caso sei candidabile, hai la presunzione di innocenza, ma sei sospeso ex lege. Oppure si vuole stabilire che pure l'arrestato può nominarsi la giunta? Sono cose dell'altro mondo. Si consideri, ancora, se ci fossero stati partiti così irresponsabili da candidare tutti consiglieri nelle condizioni di De Luca. Anche in quel caso stesso effetto. Non è altro che la conseguenza della scelta di aver candidato alla carica monocratica essenziale e di vertice della Regione un soggetto che si trovava nella condizione interdittiva per legge». 
Lo Statuto indica determinati tempi e passaggi ma De Luca ha annunciato che nominerà il vice. È possibile? 
«Sta annunciando un abuso anche per questo, un comportamento di chiara violazione della legge. Ed è singolare che la presidenza del consiglio dei ministri, che dovrebbe essere la controparte di De Luca in questa vicenda, in realtà risulta impegnata a cercare escamotage perché la norma venga sostanzialmente aggirata». 
Si preannuncia una lunga stagione di ricorsi? 
«Si sta esponendo l'istituzione Regione a infinite fibrillazioni e all'intervento delle forze di polizia e di chiunque abbia interesse a ricorrere quando invece soluzioni legali ci sarebbero». 
Quali? 
«Non una legge ad personam ma ad istitutionem che ponga rimedio al pasticcio combinato e, sino a quando e se De Luca avrà risolto i suoi problemi, dia alla Campania una guida vicaria non certo scelta da parte del soggetto incompatibile. In alternativa o si cambia la Severino come chiede De Luca o si torna al voto. Il trattamento ad personam che si annuncia invece non solo è una clamorosa violazione dell'ordinamento ma aprirà una infinita tensione istituzionale».

domenica 7 giugno 2015

Decide sempre un giudice



di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

«Chi vince, governa», ripete spesso il neoeletto Vincenzo De Luca. Con una rivendicazione della sovranità popolare che suonerebbe superflua se non vi fosse, sulla sua strada, l'impedimento della Severino. Ma visto che l'impedimento esiste, quelle parole appaiono paradossali, più che arroganti. E il paradosso è che, mentre De Luca rivendica la preminenza della politica e della rappresentanza (perfino sulla legge), sarà invece un giudice a decidere se potrà governare la Regione o dovrà farsi da parte. Sempre alla magistratura, del resto, toccò stabilire gli effetti della Severino sulla sorte del sindaco di Napoli. Detto altrimenti, i giudici hanno pesato (de Magistris) e peseranno (De Luca) in modo determinante nelle dinamiche politico amministrative della Campania. Anche due leader a forte caratura bonapartista («è il popolo che mi vuole») sono alla mercé di decisioni assunte nelle aule di giustizia. Dove il protagonista non è la politica, ne un responso elettorale. 
D'altronde, chiunque abbia un po' di memoria (e una certa età) ricorda come per decenni il ceto politico abbia cercato di ingraziarsi la magistratura con leggi e leggine che ne rendevano automatica la carriera, ne accrescevano gli emolumenti, la spogliavano di responsabilità, le davano competenze discrezionali come in nessun altro paese europeo. Nel frattempo, per assecondare le piazze giustizialiste, quello stesso ceto politico decideva di spogliarsi di protezioni e prerogative di natura costituzionale. 
La Severino è soltanto l'ultimo anello di una catena legislativa dettata dai tatticismi e dalla debolezza di partiti e parlamenti. Varata in fretta e furia col solito intento di difendersi dall'antipolitica, improntata a un rigore degno di Torquemada, non priva di errori, la Severino ha permesso di liquidare la carriera pubblica di Berlusconi. Ma rischia di ritorcersi contro quella sinistra che, tre anni fa, l'aveva patrocinata. E oggi chi può credibilmente protestare se un giudice la applica (o, meglio, è tenuto ad applicarla)? 
Come un cane che si morde la coda, la politica continua a glorificare strumentalmente la giurisdizione. Poi, quando ne subisce i fulmini, accampa una propria ormai delegittimata autonomia. Ed è costretta ad attenderne con ansia il responso. 
La stessa baruffa sull'Antimafia suggerisce che una cultura delle garanzie non s'improvvisa. Scimmiottando la magistratura, i partiti avevano affidato all'Antimafia l'applicazione di un codice etico rigido e prescrittivo. La conseguenza? Rosi Bindi ha finito per mettere all'indice anche De Luca e De Luca ha reagito denunciandola all'autorità. Come dire che, gira e rigira, l'ultima parola sui casi della politica spetta sempre a qualche giudice.

martedì 2 giugno 2015

Una prima analisi del voto in Campania



I voti infatti si contano, non si pesano, né può farsi diversamente in una pubblica assemblea, dove nulla è tanto ineguale che l'eguaglianza stessa. (Plinio il Giovane)

di Norberto Gallo - Nell' azzardare una prima, stringata analisi del voto, il dato che salta agli occhi è il numero di votanti campani: 2milioni e 400mila persone, esattamente quanti avevano votato alle europee di un anno fa. Questo dato e lo scenario politico radicalmente mutato dall' irrompere sulla scena nazionale di Matteo Renzi, rende impossibile il paragone rispetto alle scorse regionali, quando votarono 3milioni e 100mila elettori e Caldoro vinse con 1milione e seicentomila voti contro il milione e 240mila di De Luca, mentre il Movimento 5 Stelle con candidato Roberto Fico, si fermò ad appena 40mila voti.
Stavolta De Luca vince con 988mila voti, 67mila di scarto rispetto ai 921mila di Caldoro. Merito del travaso di voti 'Caldoriani' ed anzitutto dell' alleanza 'last minute' con De Mita che sposta 53mila voti da destra a sinistra. Se fosse rimasto con Caldoro il centrodestra avrebbe vinto con 40mila voti in più.

Rispetto alle europee, dove si votava con il proporzionale e senza coalizioni, la lista del Pd in era renziana perde 390mila voti, che però restano a De Luca tra voti al solo candidato presidente e liste civiche apparentate.
Suggestiva la coincidenza, ovviamente tutta da verificare rispetto agli effettivi flussi di spostamento del voto, tra i 140mila voti che perde il M5S ed i 140mila che guadagna Caldoro rispetto alla somma dei voti presi dai partiti di centrodestra alle scorse europee. 
Debacle di Sel che passa dagli 87mila voti della lista Tsipras ad appena 52mila voti, restando fuori dal Consiglio regionale con un modesto 2,32%.

lunedì 1 giugno 2015

Regionali in Campania. Vince De Luca - Come Pecore in Mezzo ai Lupi - 2 serie - puntata 24



Ecco il podcast dello speciale elezioni regionali di Come Pecore in Mezzo ai Lupi.
Vince Vincenzo De Luca. Notizie in collegamento con l’ agenzia Omninapoli Carlo Porcaro. 
A commentare con Norberto Gallo e Mario Colella, Claudio Velardi, Paolo Macry, Ugo Tassinari, Francesco Bassini, Graziella Pagano. 
In studio Gaetano La Nave, da New York Vincenzo Pascale. 
Regia di Giulio Romolo.

venerdì 29 maggio 2015

Quella foto galeotta...



Riguardate questa fotografia. E' una foto di un anno fa, quella tirata in ballo da Carlo Tarallo che ne ha scritto per retenews24.
Siamo chiaramente ad un fine cena; a posare sono Rosy Bindi e Angelo Montemarano, ai tempi della giunta Bassolino potentissimo assessore alla Sanità e capocorrente bindiano in Campania. Bersaglio privilegiato dell' opposizione di centrodestra che lo considerava “il principale responsabile dello sfascio della sanità campana”, parola dell' allora consigliere regionale Rivellini che nel 2008 ne chiese le dimissioni in aula
Altri tempi evidentemente, visto che la serata trascorsa insieme era per festeggiare la nomina dell' ex assessore all' Arsan, l' Agenzia Regionale per la Sanità, stavolta ad opera del centrodestra alla guida della Regione dal 2010.
Di quella foto, che venne pubblicata da il Velino, si è ricordato Vincenzo De Luca, approfittandone per lanciare strali sulla Bindi presidente della Commissione Antimafia che ha pubblicato il nome degli 'impresentabili' alle regionali, mettendo in cima a tutti proprio lui.
Reazione risentita la sua, certo. Ma che a guardare meglio la fotografia sembra essere in fondo un po' giustificata. 
Perchè nella foto, a posare con gli altri, sono riconoscibili altri due membri della stessa commissione. La deputata della minoranza del Pd, Luisa Bossa ed il senatore di Sel Peppe De Cristofaro. Quest' ultimo abbracciato all' ex assessore di Sel nel consiglio comunale di Portici, Stefania Scarano, dimessasi prima delle elezioni in conflitto con il suo partito per ragioni che, secondo la stampa locale, sarebbero da ricercare nella candidatura del presidente del consiglio comunale, fedelissimo di Montemarano alle elezioni regionali.
Ovviamente quei nomi e quei volti sorridenti sono poco per immaginare complotti ai danni di qualcuno. 
Certo è che se inopportuna (a dir poco) è la trovata della Bindi di pubblicare il giorno prima del silenzio elettorale il nome di De Luca tra gli impresentabili individuati dalla commissione Antimafia (a proposito, non è chiaro cosa c' entri la mafia con i presunti reati contestati agli impresentabili suddetti dalla Commissione, che in serata ammette pure di avere fatto un nome per sbaglio), quella foto lascia di stucco e fa pensare che oggettivamente la politica campana nasconda più cose in cielo e in terra di quante ne possa immaginare la nostra più contorta fantasia...

domenica 24 maggio 2015

Una Napoli accerchiata



di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

Venerdì scorso, decidendo infine di scendere in campo per il candidato della Campania Vincenzo De Luca, Matteo Renzi ha scelto come palcoscenico Salerno, non Napoli. Come se fosse andato a Pavia e non a Milano, a Latina e non a Roma. È solo un indizio, ma significativo. Le prossime regionali sembrano segnalare il declino della centralità di Napoli. Naturalmente, il messaggio è stato chiaro: votate il sindaco di Salerno, ha detto Renzi, perché a Salerno ha fatto ottime cose. Così suggerendo che sia il municipio e non la regione il cuore periferico della cosa pubblica e che un modello amministrativo costruito nella «piccola città» sia trasferibile a un territorio di sei milioni di abitanti. 
Al tempo stesso, Renzi ha potuto ignorare i conti in sospeso che il suo governo ha con Napoli, da Bagnoli al porto. Certo è che, mentre De Luca promette di trasferire a Palazzo Santa Lucia il proprio decisionismo salernitano, si moltiplicano i tenitori che decidono di salire sul carro di una Regione non più napolicentrica. Da Ciriaco e Giuseppe De Mita a Erminia Mazzoni, sono i leader dell'Irpinia, del Sannio, del Casertano a uscire allo scoperto. Un puzzle di poteri e comunità che ha sempre pesato negli equilibri regionali, ma sempre dando per scontata la primazìa (spesso vorace) del grande capoluogo. Oggi, dietro la bandiera della sinistra deluchiana, a essere messa in questione è la tradizionale «Regione napoletana». 
Nel frattempo, l'ex capitale tace. Tace quel Luigi de Magistris che ha evitato di mettere i bastoni tra le ruote a De Luca e possiede non pochi numeri per una fruttuosa convivenza con l'eventuale governatore: lo zoccolo duro popolare, il decisionismo, il piglio antipartitico. Che Napoli sarebbe quella di de Magistris sindaco e De Luca governatore? E tace un ceto politico cittadino che una volta esprimeva ministri e sottosegretari in quantità e oggi non ha più neppure la forza di garantirsi la guida della Regione. 
Napoli appare schiacciata tra Roma e Salerno, tra un governo centrale (e centralista) che ha orizzonti ben più ampi della metropoli partenopea e le rappresentanze di periferie lungamente assoggettate alla dura legge del capoluogo. Il che qualcosa avrà pure a che vedere con la tenuta dei suoi ceti medi e delle sue classi dirigenti. 
Pochi Cavalieri del Lavoro, lamentava ieri su queste colonne Luciano Cimmino. E non è l'unico segno di una certa stanchezza delle élite urbane. Passato il tempo di Napoli 99 e di Lucio Amelio, del glorioso San Carlo e delle grandi mostre di Capodimonte, la città sembra aver perso ambizioni e obiettivi, ridimensionato perfino il suo leggendario orgoglio identitario. Forse è comprensibile che Renzi non se ne curi troppo. 

sabato 23 maggio 2015

Per una politica meridionalista


Marco Rossi-Doria

di Marco Rossi-Doria da la Repubblica Napoli

Le idee per una politica meridionalista, l' articolo con il quale Ottavio Ragone ha voluto avviare il suo lavoro di capo della redazione di "Repubblica Napoli" ha esplicitato un'ispirazione, culturale e politica, quella del grande Meridionalismo. 
E' una tradizione impegnativa, che inizia con le parole profetiche di Mazzini: "L'Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà". E che attraversa tutto il secolo scorso: Fortunato, Salvemini, Gramsci, Nitti, Sturzo, Dorso fino a Saraceno, Compagna, mio padre e molti altri che, insieme a migliaia di persone, hanno lavorato per il riscatto, l'innovazione, la lotta ai potentati fondati sull'interesse proprio contro quello comune e per una politica capace di guidare questa spinta. 
Il Meridionalismo era fatto di persone molto diverse e che sostenevano posizioni differenti. Eppure avevano alcuni forti tratti comuni. Erano capaci di analizzare in modo rigoroso la nostra realtà entro lo scenario nazionale ed europeo. Facevano proposte bene articolate legate a persone competenti. Pensavano che il nostro riscatto non poteva avvenire con la demagogia né arrendendosi al "piangi e fotti" dei notabiliati parassitari. Non erano "élites di testimonianza" ma si impegnavano a "fare politica" coinvolgendo migliaia di insegnanti, imprenditori, funzionari pubblici, artigiani, contadini, scienziati, operai attraverso l'impegno disinteressato, anche nei partiti, nei sindacati, nell'associazionismo. 
Non sono mai stati "contro il Nord" ma "insieme alla parte migliore del Nord" perché ogni volta hanno cercato le possibili alleanze contro il nemico comune: la rendita. Questo Meridionalismo a volte ha fatto fare, non senza fatiche e contraddizioni, veri passi avanti al Sud; altre volte è stato sospinto indietro. Oggi è sospinto indietro e la rendita prevale, fuori e dentro i partiti. 
Ma ecco che si avvicinano le elezioni regionali. E, in democrazia, è tempo di bilanci e di proposte. Così, questa questione di guardare a una tradizione seria per uscire dalla crisi economica e sociale rigenerando la politica è una prospettiva che pone almeno due questioni, alle quali dobbiamo rispondere noi e soprattutto i candidati, in primis quelli dei grandi schieramenti. 
La prima questione è: quale classe politica, quali rappresentanti vengono proposti per guidare la società meridionale fuori dalla sua condizione di grave svantaggio? Le polemiche sulle liste fanno certamente parte di questa questione. Ma i termini della polemica sull'esempio del metodo di analisi del grande Meridionalismo - andrebbero approfonditi. Le liste così fatte - che, al netto delle brave persone e capaci - sono piene di incompetenti e di impresentabili, sono davvero solo errori politici? O sono il portato di una lunga storia che ha prodotto una profonda degenerazione della politica, nel Sud ancor più che altrove? In molti pensiamo che si tratti della seconda cosa. Perché - dopo una fase di vero sviluppo e di riduzione del divario con il Nord che vide anche buona politica in tutti gli schieramenti - è via via prevalsa la rendita rispetto agli investimenti produttivi, con la politica che non è riuscita a favorire la cultura dell'impresa, del lavoro, della legalità, del merito e della concorrenza e, invece, ha progressivamente dato luogo a un "blocco" di potere fondato sulla spesa pubblica male indirizzata, sulla rendita parassitaria. E sugli immensi profitti delle mafie. 
È a questa storia nostra che si è aggiunto un progressivo drenaggio di risorse dal Sud verso il Nord. Chi si candida alla guida della Regione vuole e sa davvero favorire la nascita di una classe dirigente capace e dedicata a una lunga, dura stagione di lotta alla rendita e al malaffare e di innovazione competente? E come intende dare forme stabili di coordinamento tra gli assessorati per rendere reali gli interventi sostenendo le parti buone della macchina amministrativa? 
La seconda riguarda il cosa e il come fare. Se, negli ultimi decenni, il peggioramento del Sud si è trasformato in un tracollo, causato proprio da debolezze strutturali mai superate, de-industrializzazione e squilibri tra aree interne e aree metropolitane, isolamento della borghesia imprenditoriale e, poi, dall'uso distorto della spesa pubblica diminuita, parcellizzata, burocratizzata spesso fino alla paralisi mentre crescevano le disponibilità finanziarie della camorra e dal protezionismo del Nord, da cosa si deve ripartire? 
Tutti sostengono che va fatta la guerra a corruzione e mafie, rafforzata la concorrenza in tutti i campi e che il Sud e la Campania devono rientrare nell'agenda politica nazionale per la ripresa del Paese. Ma i candidati sanno dirci gli indirizzi concreti di una svolta? Come pensano di far funzionare i fondi europei e attrarre altri investimenti? Come intendono trasformare e governare le nostre infrastrutture? Come intendono investire fondi pubblici per il lavoro anziché per la rendita? A quali linee di azione pensano per affrontare, insieme, sviluppo e coesione sociale al fine di contrastare innanzitutto le nostre povertà? 
Si, perché è la povertà il principale problema della Campania, che ha 1.700.000 persone povere su una popolazione di 5.870.000, il 23%. Dunque, quali iniziative, metodi e persone intendono attivare per contrastare la povertà sui fronti preventivi dell'inclusione dell'infanzia svantaggiata, della scuola e di una formazione professionale nelle aree dell'esclusione? E a quale lavoro di tessitura multi-dimensione pensano per sostenere i lavoratori poveri, le azioni di auto-impiego, l'inclusione dei migranti, delle famiglie fragili, delle donne sole, degli anziani, dei Neet? A quali procedure e strutture amministrative pensano per attivare le azioni e misurare i risultati sul miglioramento della vita delle persone insieme alle persone - come raccomanda l'Unione Europea? 
Attenzione, cari candidati: ci sono migliaia di persone che in Campania conoscono cosa si potrebbe davvero fare e che attendono proposte chiare e fatti nuovi. 

giovedì 21 maggio 2015

Caldoro e i conti di Bassolino - Come Pecore in Mezzo ai Lupi - 2 serie - puntata 23


Meno di due settimane alle elezioni regionali. Questa settimana ne parliamo con Guido Marone, socialista candidato nella lista per Caldoro Presidente che dice: nessun mal governo, ma la scelta politica di rimettere i conti in ordine dopo le spese pazze di Bassolino.

Collegamenti con Carlo Porcaro, Ugo Maria Tassinari e con il nostro Vincenzo Pascale da New York.
In studio Norberto Gallo e Mario Colella.

mercoledì 13 maggio 2015

Presentabili&Impresentabili - Come Pecore in Mezzo ai Lupi - 2 serie - puntata 22

Mario Raffa
Campagna elettorale a quindici giorni dal voto: tutti a discutere degli impresentabili nelle liste. Che, va detto, un po' fanno impressione. Ma più impressione fa il fatto che non si capisca bene cosa dovrebbe cambiare se a vincere fosse De Luca, cosa succederebbe se invece restasse Caldoro.
A Come Pecore in Mezzo ai Lupi di Norberto Gallo e Mario Colella, ospite in studio Mario Raffa, candidato nella lista di De Luca Presidente.

Collegamenti con Vincenzo Iurillo del Fatto Quotidiano, con Vincenzo Pascale da New York ed Angela Piscitelli dalla Borgogna.









Renzi, assist a sorpresa per Caldoro

Matteo Renzi


di Simona Brandolini da il Corriere del Mezzogiorno

I candidati politicamente «impresentabili» non piacciono a Matteo Renzi. «Mi imbarazzano eccome», «non li voterei neanche se costretto», «sono impresentabili e ingiustificabili». Non piacciono a Vincenzo De Luca, ma solo «4 o 5», «non li votate». Panico tra gli elettori democratici: ma allora che li hanno messi a fare? C'è un complotto? Perché davvero quello di alcune liste, in particolare una, Campania in rete, è diventato un mistero di una notte, quella tra il primo e il 2 maggio. Ma la notizia non è solo questa. 
Intervistato da Repubblica, Renzi alla Campania dedica molto tempo. E oltre a dissociare (anche lui) il destino del Pd da quello della coalizione monster, indugia un po' troppo su Stefano Caldoro e poco sul suo candidato. Innescando una sorta di campagna elettorale al rovescio con Caldoro che esibisce le foto con Renzi. 
Freddezza? Imbarazzo? Non c'è dubbio De Luca non è mai stato il cavallo su cui Renzi aveva puntato, ma vincendo le primarie c'era poco da parlare. Ad infastidire Renzi più della condanna e della legge Severino, sono state sicuramente le polemiche sulle liste, sui trasformisti, sugli impresentabili. Culminate con le parole di Saviano: «Nelle liste del Pd c'è il sistema Gomorra». Da qui a dire che si tratti di un endorsement nei confronti dell'avversario Caldoro ce ne passa. Al massimo è un endorsement istituzionale. 
E l'unico vero lo fa per Ciro Buonajuto, renzianissimo candidato a sindaco di Ercolano. Certo con De Luca il rapporto non è in discesa. E già corrono le voci che non verrà a Napoli, salvo poi essere smentite domani. «Alcuni candidati mi imbarazzano eccome, però voglio dire a tutti che le liste del Pd sono liste pulite, che il Pd in Campania ha fatto pulizia — dice Renzi —. Quando si è trattato delle nostre liste siamo stati fortissimi e chiarissimi. Abbiamo cambiato candidato a Ercolano con mille problemi, compresa una lista civica che corre contro il nuovo candidato, un giovane avvocato che abbiamo messo in campo. Abbiamo cambiato il candidato a Giugliano. Quindi siamo intervenuti in maniera molto forte per quello che riguarda il Pd. Su alcune liste collegate al presidente si può discutere. Personalmente ci sono candidati che io non voterei neanche se costretto». 
Renzi non cita mai Saviano ma un passaggio del suo intervento è chiarissimo: «Ma chiarito che il Pd ha candidati seri e puliti, chiarito che l'operazione che abbiamo fatto è di pulizia dentro il Pd campano, e si può fare meglio certo, voglio dire che le elezioni in Campania decidono il futuro di Bagnoli, di Pompei, della Reggia di Caserta, la Napoli-Bari, come lottiamo contro la criminalità e lottare contro la criminalità non è fare un articolo o una polemica il giorno prima (Saviano), è creare occupazione, legalità, presidi di Stato, perché finché lo Stato non funziona la criminalità sarà sempre forte». Poi ancora: «In ogni modo la partita è tra Caldoro e De Luca. E io non parlerò mai male dei candidati dell'altra parte. Aggiungo che Stefano Caldoro è una persona seria. E non intendo costruire un clima da guerra civile. Saranno i campani a decidere». «La vera questione è come rilanciamo la Campania. Il dramma del Mezzogiorno è pazzesco perché il Veneto sta ripartendo, cosi l'Emilia e la Lombardia che viaggiano più forte della Germania», Renzi parla di «due Italie». 
E aggiunge: «Allora da presidente del Consiglio dico che servono presidenti di Regione, quali che saranno, che riescano a rilanciare la Campania. Da segretario del Pd dico che la partita è tra De Luca e Caldoro. I campani sceglieranno. De Luca ha mille caratteristiche sviscerate, ma ha una qualità di buon amministratore che gli viene riconosciuta anche dagli avversari. Nel senso che Salemo in questi anni ha funzionato. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Quanto agli impresentabili il Pd non ne ha». 
Quanto alla Severino ribadisce: «È una contraddizione che nessuno può negare ma quando gli si è consentito di partecipare alle primarie si è preso atto che la norma è stata disapplicata a Salerno ma soprattutto a Napoli. Di fatto è un problema superabile».