venerdì 29 maggio 2015

Quella foto galeotta...



Riguardate questa fotografia. E' una foto di un anno fa, quella tirata in ballo da Carlo Tarallo che ne ha scritto per retenews24.
Siamo chiaramente ad un fine cena; a posare sono Rosy Bindi e Angelo Montemarano, ai tempi della giunta Bassolino potentissimo assessore alla Sanità e capocorrente bindiano in Campania. Bersaglio privilegiato dell' opposizione di centrodestra che lo considerava “il principale responsabile dello sfascio della sanità campana”, parola dell' allora consigliere regionale Rivellini che nel 2008 ne chiese le dimissioni in aula
Altri tempi evidentemente, visto che la serata trascorsa insieme era per festeggiare la nomina dell' ex assessore all' Arsan, l' Agenzia Regionale per la Sanità, stavolta ad opera del centrodestra alla guida della Regione dal 2010.
Di quella foto, che venne pubblicata da il Velino, si è ricordato Vincenzo De Luca, approfittandone per lanciare strali sulla Bindi presidente della Commissione Antimafia che ha pubblicato il nome degli 'impresentabili' alle regionali, mettendo in cima a tutti proprio lui.
Reazione risentita la sua, certo. Ma che a guardare meglio la fotografia sembra essere in fondo un po' giustificata. 
Perchè nella foto, a posare con gli altri, sono riconoscibili altri due membri della stessa commissione. La deputata della minoranza del Pd, Luisa Bossa ed il senatore di Sel Peppe De Cristofaro. Quest' ultimo abbracciato all' ex assessore di Sel nel consiglio comunale di Portici, Stefania Scarano, dimessasi prima delle elezioni in conflitto con il suo partito per ragioni che, secondo la stampa locale, sarebbero da ricercare nella candidatura del presidente del consiglio comunale, fedelissimo di Montemarano alle elezioni regionali.
Ovviamente quei nomi e quei volti sorridenti sono poco per immaginare complotti ai danni di qualcuno. 
Certo è che se inopportuna (a dir poco) è la trovata della Bindi di pubblicare il giorno prima del silenzio elettorale il nome di De Luca tra gli impresentabili individuati dalla commissione Antimafia (a proposito, non è chiaro cosa c' entri la mafia con i presunti reati contestati agli impresentabili suddetti dalla Commissione, che in serata ammette pure di avere fatto un nome per sbaglio), quella foto lascia di stucco e fa pensare che oggettivamente la politica campana nasconda più cose in cielo e in terra di quante ne possa immaginare la nostra più contorta fantasia...

domenica 24 maggio 2015

Una Napoli accerchiata



di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

Venerdì scorso, decidendo infine di scendere in campo per il candidato della Campania Vincenzo De Luca, Matteo Renzi ha scelto come palcoscenico Salerno, non Napoli. Come se fosse andato a Pavia e non a Milano, a Latina e non a Roma. È solo un indizio, ma significativo. Le prossime regionali sembrano segnalare il declino della centralità di Napoli. Naturalmente, il messaggio è stato chiaro: votate il sindaco di Salerno, ha detto Renzi, perché a Salerno ha fatto ottime cose. Così suggerendo che sia il municipio e non la regione il cuore periferico della cosa pubblica e che un modello amministrativo costruito nella «piccola città» sia trasferibile a un territorio di sei milioni di abitanti. 
Al tempo stesso, Renzi ha potuto ignorare i conti in sospeso che il suo governo ha con Napoli, da Bagnoli al porto. Certo è che, mentre De Luca promette di trasferire a Palazzo Santa Lucia il proprio decisionismo salernitano, si moltiplicano i tenitori che decidono di salire sul carro di una Regione non più napolicentrica. Da Ciriaco e Giuseppe De Mita a Erminia Mazzoni, sono i leader dell'Irpinia, del Sannio, del Casertano a uscire allo scoperto. Un puzzle di poteri e comunità che ha sempre pesato negli equilibri regionali, ma sempre dando per scontata la primazìa (spesso vorace) del grande capoluogo. Oggi, dietro la bandiera della sinistra deluchiana, a essere messa in questione è la tradizionale «Regione napoletana». 
Nel frattempo, l'ex capitale tace. Tace quel Luigi de Magistris che ha evitato di mettere i bastoni tra le ruote a De Luca e possiede non pochi numeri per una fruttuosa convivenza con l'eventuale governatore: lo zoccolo duro popolare, il decisionismo, il piglio antipartitico. Che Napoli sarebbe quella di de Magistris sindaco e De Luca governatore? E tace un ceto politico cittadino che una volta esprimeva ministri e sottosegretari in quantità e oggi non ha più neppure la forza di garantirsi la guida della Regione. 
Napoli appare schiacciata tra Roma e Salerno, tra un governo centrale (e centralista) che ha orizzonti ben più ampi della metropoli partenopea e le rappresentanze di periferie lungamente assoggettate alla dura legge del capoluogo. Il che qualcosa avrà pure a che vedere con la tenuta dei suoi ceti medi e delle sue classi dirigenti. 
Pochi Cavalieri del Lavoro, lamentava ieri su queste colonne Luciano Cimmino. E non è l'unico segno di una certa stanchezza delle élite urbane. Passato il tempo di Napoli 99 e di Lucio Amelio, del glorioso San Carlo e delle grandi mostre di Capodimonte, la città sembra aver perso ambizioni e obiettivi, ridimensionato perfino il suo leggendario orgoglio identitario. Forse è comprensibile che Renzi non se ne curi troppo. 

sabato 23 maggio 2015

Per una politica meridionalista


Marco Rossi-Doria

di Marco Rossi-Doria da la Repubblica Napoli

Le idee per una politica meridionalista, l' articolo con il quale Ottavio Ragone ha voluto avviare il suo lavoro di capo della redazione di "Repubblica Napoli" ha esplicitato un'ispirazione, culturale e politica, quella del grande Meridionalismo. 
E' una tradizione impegnativa, che inizia con le parole profetiche di Mazzini: "L'Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà". E che attraversa tutto il secolo scorso: Fortunato, Salvemini, Gramsci, Nitti, Sturzo, Dorso fino a Saraceno, Compagna, mio padre e molti altri che, insieme a migliaia di persone, hanno lavorato per il riscatto, l'innovazione, la lotta ai potentati fondati sull'interesse proprio contro quello comune e per una politica capace di guidare questa spinta. 
Il Meridionalismo era fatto di persone molto diverse e che sostenevano posizioni differenti. Eppure avevano alcuni forti tratti comuni. Erano capaci di analizzare in modo rigoroso la nostra realtà entro lo scenario nazionale ed europeo. Facevano proposte bene articolate legate a persone competenti. Pensavano che il nostro riscatto non poteva avvenire con la demagogia né arrendendosi al "piangi e fotti" dei notabiliati parassitari. Non erano "élites di testimonianza" ma si impegnavano a "fare politica" coinvolgendo migliaia di insegnanti, imprenditori, funzionari pubblici, artigiani, contadini, scienziati, operai attraverso l'impegno disinteressato, anche nei partiti, nei sindacati, nell'associazionismo. 
Non sono mai stati "contro il Nord" ma "insieme alla parte migliore del Nord" perché ogni volta hanno cercato le possibili alleanze contro il nemico comune: la rendita. Questo Meridionalismo a volte ha fatto fare, non senza fatiche e contraddizioni, veri passi avanti al Sud; altre volte è stato sospinto indietro. Oggi è sospinto indietro e la rendita prevale, fuori e dentro i partiti. 
Ma ecco che si avvicinano le elezioni regionali. E, in democrazia, è tempo di bilanci e di proposte. Così, questa questione di guardare a una tradizione seria per uscire dalla crisi economica e sociale rigenerando la politica è una prospettiva che pone almeno due questioni, alle quali dobbiamo rispondere noi e soprattutto i candidati, in primis quelli dei grandi schieramenti. 
La prima questione è: quale classe politica, quali rappresentanti vengono proposti per guidare la società meridionale fuori dalla sua condizione di grave svantaggio? Le polemiche sulle liste fanno certamente parte di questa questione. Ma i termini della polemica sull'esempio del metodo di analisi del grande Meridionalismo - andrebbero approfonditi. Le liste così fatte - che, al netto delle brave persone e capaci - sono piene di incompetenti e di impresentabili, sono davvero solo errori politici? O sono il portato di una lunga storia che ha prodotto una profonda degenerazione della politica, nel Sud ancor più che altrove? In molti pensiamo che si tratti della seconda cosa. Perché - dopo una fase di vero sviluppo e di riduzione del divario con il Nord che vide anche buona politica in tutti gli schieramenti - è via via prevalsa la rendita rispetto agli investimenti produttivi, con la politica che non è riuscita a favorire la cultura dell'impresa, del lavoro, della legalità, del merito e della concorrenza e, invece, ha progressivamente dato luogo a un "blocco" di potere fondato sulla spesa pubblica male indirizzata, sulla rendita parassitaria. E sugli immensi profitti delle mafie. 
È a questa storia nostra che si è aggiunto un progressivo drenaggio di risorse dal Sud verso il Nord. Chi si candida alla guida della Regione vuole e sa davvero favorire la nascita di una classe dirigente capace e dedicata a una lunga, dura stagione di lotta alla rendita e al malaffare e di innovazione competente? E come intende dare forme stabili di coordinamento tra gli assessorati per rendere reali gli interventi sostenendo le parti buone della macchina amministrativa? 
La seconda riguarda il cosa e il come fare. Se, negli ultimi decenni, il peggioramento del Sud si è trasformato in un tracollo, causato proprio da debolezze strutturali mai superate, de-industrializzazione e squilibri tra aree interne e aree metropolitane, isolamento della borghesia imprenditoriale e, poi, dall'uso distorto della spesa pubblica diminuita, parcellizzata, burocratizzata spesso fino alla paralisi mentre crescevano le disponibilità finanziarie della camorra e dal protezionismo del Nord, da cosa si deve ripartire? 
Tutti sostengono che va fatta la guerra a corruzione e mafie, rafforzata la concorrenza in tutti i campi e che il Sud e la Campania devono rientrare nell'agenda politica nazionale per la ripresa del Paese. Ma i candidati sanno dirci gli indirizzi concreti di una svolta? Come pensano di far funzionare i fondi europei e attrarre altri investimenti? Come intendono trasformare e governare le nostre infrastrutture? Come intendono investire fondi pubblici per il lavoro anziché per la rendita? A quali linee di azione pensano per affrontare, insieme, sviluppo e coesione sociale al fine di contrastare innanzitutto le nostre povertà? 
Si, perché è la povertà il principale problema della Campania, che ha 1.700.000 persone povere su una popolazione di 5.870.000, il 23%. Dunque, quali iniziative, metodi e persone intendono attivare per contrastare la povertà sui fronti preventivi dell'inclusione dell'infanzia svantaggiata, della scuola e di una formazione professionale nelle aree dell'esclusione? E a quale lavoro di tessitura multi-dimensione pensano per sostenere i lavoratori poveri, le azioni di auto-impiego, l'inclusione dei migranti, delle famiglie fragili, delle donne sole, degli anziani, dei Neet? A quali procedure e strutture amministrative pensano per attivare le azioni e misurare i risultati sul miglioramento della vita delle persone insieme alle persone - come raccomanda l'Unione Europea? 
Attenzione, cari candidati: ci sono migliaia di persone che in Campania conoscono cosa si potrebbe davvero fare e che attendono proposte chiare e fatti nuovi. 

giovedì 21 maggio 2015

Caldoro e i conti di Bassolino - Come Pecore in Mezzo ai Lupi - 2 serie - puntata 23


Meno di due settimane alle elezioni regionali. Questa settimana ne parliamo con Guido Marone, socialista candidato nella lista per Caldoro Presidente che dice: nessun mal governo, ma la scelta politica di rimettere i conti in ordine dopo le spese pazze di Bassolino.

Collegamenti con Carlo Porcaro, Ugo Maria Tassinari e con il nostro Vincenzo Pascale da New York.
In studio Norberto Gallo e Mario Colella.

mercoledì 13 maggio 2015

Presentabili&Impresentabili - Come Pecore in Mezzo ai Lupi - 2 serie - puntata 22

Mario Raffa
Campagna elettorale a quindici giorni dal voto: tutti a discutere degli impresentabili nelle liste. Che, va detto, un po' fanno impressione. Ma più impressione fa il fatto che non si capisca bene cosa dovrebbe cambiare se a vincere fosse De Luca, cosa succederebbe se invece restasse Caldoro.
A Come Pecore in Mezzo ai Lupi di Norberto Gallo e Mario Colella, ospite in studio Mario Raffa, candidato nella lista di De Luca Presidente.

Collegamenti con Vincenzo Iurillo del Fatto Quotidiano, con Vincenzo Pascale da New York ed Angela Piscitelli dalla Borgogna.









Renzi, assist a sorpresa per Caldoro

Matteo Renzi


di Simona Brandolini da il Corriere del Mezzogiorno

I candidati politicamente «impresentabili» non piacciono a Matteo Renzi. «Mi imbarazzano eccome», «non li voterei neanche se costretto», «sono impresentabili e ingiustificabili». Non piacciono a Vincenzo De Luca, ma solo «4 o 5», «non li votate». Panico tra gli elettori democratici: ma allora che li hanno messi a fare? C'è un complotto? Perché davvero quello di alcune liste, in particolare una, Campania in rete, è diventato un mistero di una notte, quella tra il primo e il 2 maggio. Ma la notizia non è solo questa. 
Intervistato da Repubblica, Renzi alla Campania dedica molto tempo. E oltre a dissociare (anche lui) il destino del Pd da quello della coalizione monster, indugia un po' troppo su Stefano Caldoro e poco sul suo candidato. Innescando una sorta di campagna elettorale al rovescio con Caldoro che esibisce le foto con Renzi. 
Freddezza? Imbarazzo? Non c'è dubbio De Luca non è mai stato il cavallo su cui Renzi aveva puntato, ma vincendo le primarie c'era poco da parlare. Ad infastidire Renzi più della condanna e della legge Severino, sono state sicuramente le polemiche sulle liste, sui trasformisti, sugli impresentabili. Culminate con le parole di Saviano: «Nelle liste del Pd c'è il sistema Gomorra». Da qui a dire che si tratti di un endorsement nei confronti dell'avversario Caldoro ce ne passa. Al massimo è un endorsement istituzionale. 
E l'unico vero lo fa per Ciro Buonajuto, renzianissimo candidato a sindaco di Ercolano. Certo con De Luca il rapporto non è in discesa. E già corrono le voci che non verrà a Napoli, salvo poi essere smentite domani. «Alcuni candidati mi imbarazzano eccome, però voglio dire a tutti che le liste del Pd sono liste pulite, che il Pd in Campania ha fatto pulizia — dice Renzi —. Quando si è trattato delle nostre liste siamo stati fortissimi e chiarissimi. Abbiamo cambiato candidato a Ercolano con mille problemi, compresa una lista civica che corre contro il nuovo candidato, un giovane avvocato che abbiamo messo in campo. Abbiamo cambiato il candidato a Giugliano. Quindi siamo intervenuti in maniera molto forte per quello che riguarda il Pd. Su alcune liste collegate al presidente si può discutere. Personalmente ci sono candidati che io non voterei neanche se costretto». 
Renzi non cita mai Saviano ma un passaggio del suo intervento è chiarissimo: «Ma chiarito che il Pd ha candidati seri e puliti, chiarito che l'operazione che abbiamo fatto è di pulizia dentro il Pd campano, e si può fare meglio certo, voglio dire che le elezioni in Campania decidono il futuro di Bagnoli, di Pompei, della Reggia di Caserta, la Napoli-Bari, come lottiamo contro la criminalità e lottare contro la criminalità non è fare un articolo o una polemica il giorno prima (Saviano), è creare occupazione, legalità, presidi di Stato, perché finché lo Stato non funziona la criminalità sarà sempre forte». Poi ancora: «In ogni modo la partita è tra Caldoro e De Luca. E io non parlerò mai male dei candidati dell'altra parte. Aggiungo che Stefano Caldoro è una persona seria. E non intendo costruire un clima da guerra civile. Saranno i campani a decidere». «La vera questione è come rilanciamo la Campania. Il dramma del Mezzogiorno è pazzesco perché il Veneto sta ripartendo, cosi l'Emilia e la Lombardia che viaggiano più forte della Germania», Renzi parla di «due Italie». 
E aggiunge: «Allora da presidente del Consiglio dico che servono presidenti di Regione, quali che saranno, che riescano a rilanciare la Campania. Da segretario del Pd dico che la partita è tra De Luca e Caldoro. I campani sceglieranno. De Luca ha mille caratteristiche sviscerate, ma ha una qualità di buon amministratore che gli viene riconosciuta anche dagli avversari. Nel senso che Salemo in questi anni ha funzionato. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Quanto agli impresentabili il Pd non ne ha». 
Quanto alla Severino ribadisce: «È una contraddizione che nessuno può negare ma quando gli si è consentito di partecipare alle primarie si è preso atto che la norma è stata disapplicata a Salerno ma soprattutto a Napoli. Di fatto è un problema superabile».

martedì 12 maggio 2015

Impresentabili: fuori i nomi

Marco Demarco

di Marco Demarco da il Corriere del Mezzogiorno 

Qui la politica c'entra, eccome. Ma prima ancora c'entra la logica. Quella del Pd è ormai data per dispersa. «Non votateli», dicono ora Lorenzo Guerini e Vincenzo De Luca, cioè il centro e la periferia del partito. Parlano degli impresentabili nelle liste del centrosinistra campano. E ne parlano senza pudore, come se fosse normale averli in lista, come se ci fosse quasi un obbligo a prevederne una quota. Il loro sembra un appello corretto e sensato, se non ispirato da un'alta motivazione morale. 
È invece una mostruosità retorica. Nella forma, perché è tardivo; nella sostanza, perché è omertoso. Si, clamorosamente omertoso. «Non votateli!» Ma non votate chi? Chi sono gli impresentabili? Senza i nomi e i cognomi è solo un abbaiare alla luna. E dunque, cari Guerini e De Luca, ora fuori i nomi! Vi riferite ai cosentiniani o ai fascisti? Ai trasformisti o alle mogli di? Ora dovete dirlo. Siete obbligati a farlo. A meno che non vogliate anche contraddirvi. 
È stato proprio De Luca, col plauso di Roma, si immagina, a dire infatti che le denunce generiche non sarebbero state accolte; e che, se ci fossero stati fondati sospetti su qualcuno, sarebbe stato giusto andare in Procura. Ebbene, ora De a Luca accusa, dice che qualche candidato sarebbe stato meglio lasciarlo a casa, ma non va dai pm. Perché mai? Inoltre, De Luca non nomina gli impresentabili ma li conta. Dice che sono «quattro o cinque» su centinaia. Testuale. 
Dunque sa chi sono, li ha individuati. La sua è senz'altro un'approssimazione per difetto, ma tant'è: perché li enumera e non li nomina? L'omertà, come si vede, c'è tutta. La logica salta anche quando, cinicamente, il Pd scarica tutte le colpe sugli alleati scomodi. Che però sono diventati scomodi ora, non quando De Luca li ha a lungo corteggiati e selezionati. 
Ma l'appello contro gli impresentabili è anche diseguale. Perché per De Luca vale il principio della legittimazione popolare, che viene invece negato nel caso degli altri. De Luca ha un impedimento che gli viene dalla legge Severino. Se dovesse vincere non potrebbe insediarsi alla Regione perché destinato alla sospensione: per un giorno o per un anno e mezzo, nessuno può dirlo. Ciò nonostante, il Pd ha preso atto del voto delle primarie. Un voto, dice, che vale più della legge. Lo sosteneva a suo vantaggio, ma il Pd lo contestava, anche Berlusconi. E se ora le preferenze dovessero legittimare ex post gli impresentabili? 
Infine, un quesito che riguarda Renzi. Quando con orgoglio dice di appartenere alla sinistra a cui piace vincere, è anche alla sinistra di De Luca che pensa? Quella che per vincere ha trasformato le liste in una raccolta indifferenziata di candidati? Tutto sta a saperlo. 

lunedì 11 maggio 2015

Guerini: «Basta liste fai da te non votate gli impresentabili»

Lorenzo Guerini

di Adolfo Pappalardo da il Mattino

Quando gli chiedi delle liste, di quei nomi impresentabili finiti nel centrosinistra Lorenzo Guerini, vicesegretario nazionale del Pd, dice: «Provo amarezza». «Perché - aggiunge subito - abbiamo messo in campo un impegno enorme, abbiamo pagato, anche in termini di consenso, un prezzo grande e ora tutto questo lavoro rischia di essere offuscato sul piano dell'immagine per scelte discutibili di altre formazioni». Delle civiche, intende lui che «hanno perso lo spirito originario di aprire alla società civile per diventare, in alcuni casi, meri pacchetti di consenso». Da giorni il Pd è nella bufera: polemiche e veleni per nomi discutibili. «Il Pd in Campania ha stabilito principi molto chiari in merito a qualità delle liste, con un'applicazione di regole più rigorose dello stesso codice etico. Tanto da fare scelte precise. Si è intervenuti in maniera dura con i vertici nazionali e regionali, affrontando passaggi anche dolorosi ma abbiamo fatto scelte chiare, come Pd, per poter rispondere alla richiesta di chiarezza che l'opinione pubblica ci ha chiesto. Un'asticella altissima per valutare i nomi, sia nel Pd che nelle liste del candidato governatore De Luca. Stessi principi chiesti a tutta la coalizione». 
Che però hanno tenuto un'asticella non alta. Anzi. 
«Da qui l'amarezza. Perché nonostante questo impegno molto forte messo in campo alcune situazioni di alcune liste alleate possono destare qualche interrogativo che un lavoro più attento avrebbe potuto evitare. Per questo mi rifaccio alle parole chiare di De Luca di non votare certi nomi, il nodo venga risolto con la competizione elettorale». 
Il giudice Raffaele Cantone per questo propone di non candidare persone anche senza condanne definitive. 
«Il tema di innovazione legislativa posto da lui ha legittimità e merita di essere affrontato. Sulle candidature sono d'accordo ma occorre approfondire bene per evitare poi di trovarsi davanti a situazioni di incertezza legislativa. La politica ha il dovere di darsi un sistema di regole serie ma evitando di farsi condizionare sull'onda dell'emotività. Quello di Cantone è un giusto invito al Parlamento ma occorre un approdo legislativo serio e articolato evitando l'incertezza dell'applicazione». 
Rimane il problema del codice etico: voi l'avete applicato ma i vostri alleati campani no. 
«Noi ne abbiamo uno stringente a cui vogliamo lavorare ulteriormente ed è stato applicato in maniera precisa in tutta Italia sotto la supervisione della commissione nazionale di garanzia. Poi è evidente come in una coalizione, specie con liste civiche, il codice etico vale solo per il partito che ne ha uno e lo applica. Quindi c'è il rischio che ciò che esce dalla porta rientri dalla finestra. Io invece mi interrogherei su come nascono e prosperano queste esperienze civiche. Sono nate per coinvolgere la società politica nell'impegno politico ma oggi, in alcuni casi, corrono il rischio di diventare altro. Forse su questo tema serve una riflessione articolata della politica». 
Facciamola. 
«O tornano allo spirito iniziale o queste formazioni possono dare la sensazione di esser solo contenitori di pacchetti di voti. Poi dovremmo fare in modo che laddove noi costruiamo alleanze in Regioni e comuni, ogni formazione firmi l'adesione ad un codice etico vincolante. Può essere il nostro o comunque ne occorre uno per darsi regole serie e chiare. Un elemento che assumiamo da queste esperienze». 
Anche perché per colpa delle periferie il Nazareno si trova nei guai. 
«Chiariamolo di nuovo: sulle liste il Pd ha fatto scuola. Abbiamo in Campania, e altrove, figure ineccepibili: espressioni della società civile e delle istituzioni. Purtroppo come sempre accade, ed è qui il mio elemento di rammarico, alcune situazioni negative rischiano di offuscare il tanto di positivo c'è». 
Anche perché in questa regione c'è già una situazione particolare: già il candidato Vincenzo De Luca può incorrere in una sospensione per la legge Severino. Lei stesso nutriva questo dubbio e giudicava inopportuna la sua candidatura. 
«Il tema è stato posto inizialmente come elemento da valutare. Poi si è deciso per le primarie che hanno dato un risultato chiaro e quell'esito l'abbiamo rispettato. Da quel voto De Luca è il candidato del Pd, di tutto il Pd. E, lo dico in maniera chiara, la sua figura è nettamente distante da certe situazioni ambigue o opache. Per De Luca parla la sua storia di impegno contro i clan: occorre affermarlo con forza e determinazione». 
Poi ci sono i trasformisti. Prenda Melito: il sindaco-segretario pd ha come opposizione un uomo del Pdl che si ritrova in coalizione nelle regionali. Non è trasformismo è un doppio salto carpiato. 
«In politica vi possano essere posizioni che si cambiano. Ci possono essere liste, specie le civiche, che da un elezione all'altra possono. E possono esserci soluzioni contraddittorie: non solo in Campania ma accade dappertutto». 
Un argine? 
«Nella medesima istituzione può esserci ma su piani diversi è complicato. Dopodiché è la politica a dover stare attenta e valutare bene». 
Roberto Saviano dice che il governo, il Pd, non hanno più l'antimafia come priorità. 
«Parlare di disattenzione o arretramento è sbagliato e lo dimostra il lavoro che il governo sta facendo. Dalla nomina del giudice Cantone all'Anticorruzione al rafforzamento delle pene per i reati di corruzione sino al provvedimento legislativo sul voto di scambio. Certo le sue parole sono uno stimolo e non intendiamo certo banalizzarle». 
Ammetta però che candidare l'avversario del sindaco anticlan di Casal di Principe con il centrosinistra è stata una cantonata. 
«Quella candidatura a Casal di Principe è sbagliata ma non riguarda le liste pd». 
Il Pd ragiona a due velocità: a Roma in un modo, in periferia spesso in maniera opposta. Non sarà che forse occorre sdoppiare, come sempre stato, la figura del premier e del segretario? 
«Non c' entra nulla ma colgo l'occasione per riaffermare che il Pd ha oltre seimila circoli, è un partito sano e composto da militanti che lavorano duramente ed esigiamo rispetto nei loro confronti. E siamo anche l'unico partito che discute, ha organismi democratici in cui si sollevano critiche anche contro i vertici ma poi alla fine si vota». 
Poi c'è l'accordo last minute tra De Luca e De Mita. 
«L'Udc condivide l'esperienza nazionale e abbiamo fatto accordi anche in altre realtà regionali allargando il consenso intorno ai nostri candidati e i loro programmi. In Campania è un accordo maturato in extremis e quindi sconta un po' il pieno coinvolgimento degli orgasnismi dirigenti. Ma non è sicuramente un accordo innaturale». 
Non è che a furia di allargare il consenso e imbarcare tutti si perda il voto dei militanti di centrosinistra? 
«Il nostro elettorato ci chiede di presentare proposte di governo all'altezza e il programma per la Campania, con De Luca per la sua storia, per la sua capacità, rappresenta una garanzia e una risposta a tutti i dubbi. Dopodiché il nostro elettorato sa giudicare le scelte». 
Non solo il voto in Regione. Inchieste hanno travolto il Pd di Giugliano, Ercolano e Ischia. E situazioni paradossali: a Ercolano dalemiani che hanno un candidato contro quello democrat. Interverrete? 
«Le segreterie regionale e provinciale sono intervenute commissariando, correttamente, alcuni circoli. Ed io stesso ho richiesto un intervento chiaro su Ischia che deve avvenire a breve. È evidente poi come dove c'è il simbolo del Pd, significa che chi fa scelte contro si pone in contrasto con il partito». 
E quindi? Chi fa campagna contro viene messo fuori o cosa? 
«Prima di agire con le norme vorrei che ci fosse più responsabilità da parte di tutti». 

De Luca "Non votate i nomi impresentabili"


di Raffaele Sardo e Antonio Tricomi da la Repubblica Napoli

I candidati impresentabili nelle liste che sostengono Vincenzo De Luca? «Non votateli», ribadisce l'ex sindaco di Salerno dal palco del teatro Comunale di Caserta. Ma Pippo Civati, rispondendo su Twitter a Roberto Saviano, insiste e accusa l'ex sindaco di Salerno: «Mafia e antifascismo non sono più nella proposta politica di chi si candida». Cioè di De Luca, che intanto da Caserta lancia «un appello» agli elettori. «Qualche candidatura era sicuramente inopportuna. Ma non perché in lista ci siano persone condannate, o delinquenti, o camorristi. Ma perché scandisce De Luca - in politica c'è una ragione di opportunità che deve valere». Un candidato rimane insomma «una persona perbene fino a sentenza definitiva». Ma se «appare legato per ragioni familiari o per ragioni di contiguità a momenti che non danno fiducia ai cittadini» allora «non è opportuno candidarlo». Ma, spiega De Luca, «come capita talvolta nella battaglia per la presentazione delle liste, siamo arrivati nelle ultime dodici ore e ci siamo trovati con proposte fatte da alcune liste apparentate che obiettivamente era impossibile valutare a una a una». 
Fatto il danno, suggerisce il candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione, la palla passa all'elettore: «Se qualche candidatura non risponde a criteri assoluti di rigore e affidabilità, non lo votate». 
Sulla stessa linea di De Luca - che oggi alle 18 sarà alla Biblioteca comunale di Montesarchio e alle 19 al teatro Massimo di Benevento - il segretario regionale del Pd, Assunta Tartaglione: «II Pd campano ha lavorato perché avessimo liste pulite e trasparenti», ha detto la Tartaglione, intervenendo a Ercolano all'incontro "Donne per la città". Ci sono però «situazioni imbarazzanti in altre liste. Ma è importante l'appello di De Luca a non votare quelle figure che creano imbarazzo». 
A sinistra del Partito democratico, le posizioni sono ovviamente meno sfumate. Pippo Civati, fresco fuoriuscito dal Pd, sottolinea su Twitter come «antimafia e antifascismo non siano più costitutivi della proposta politica di chi si candida. Quasi a rinverdire il motto di Lunardi che con la mafia si deve convivere. E forse anche con qualche fascista e qualche omofobo». 
Per Salvatore Vozza di Sel, candidato alla presidenza per la lista "Sinistra al lavoro", non ha senso «distinguere una lista "pulita" del Pd dalle altre liste collegate: si candidano con lo stesso presidente». Mentre il presidente di Sel Nichi Vendóla denuncia «il silenzio assordante» del vertice nazionale del Pd. 
E il «trasformismo» da cui è segnato il centrosinistra diventa un argomento forte nelle mani di Stefano Caldoro. Parlando a una manifestazione dell'Ordine dei farmacisti, il candidato del centrodestra ha ribadito che alzerà la voce «contro le menzogne, il trasformismo, l'imbroglio di chi, per cercare di vincere, prende tutto e il contrario di tutto, incentivando passaggi di campo e mettendo nelle liste anche gli ex amici di Cosentino». 

domenica 10 maggio 2015

Intevista a Rosaria Capacchione «De Luca emargini i personaggi opachi Soltanto così si rassicura l`elettorato»


La senatrice pd Capacchione: se non regge alle pressioni, allora intervenga Renzi

Di Titti Beneduce da il Corriere del Mezzogiorno

Non un incarico, non un assessorato, non una delega: gli impresentabili sono ormai nelle liste che appoggiano De Luca, ma neutralizzarli è ancora possibile e Renzi deve impegnarsi a farlo. Non molla la presa Rosaría Capacchione, giornalista coraggiosa, oggi senatrice del Pd e componente della commissione Antimafia. L'altro giorno aveva sollecitato Renzi con una dichiarazione all'Huffington Post. Ora chiarisce qual è il suo obiettivo.
I personaggi opachi sono in lista. Non pensa che la frittata ormai sia fatta?
«Non direi. C'è ancora margine di manovra, ma il segretario deve impegnarsi. È possibile neutralizzarli, questi personaggi opachi».
E come?
«Bisogna che De Luca, in caso di vittoria, li emargini, non dia loro alcuno spazio. Resista a pressioni e sollecitazioni».
Che saranno fortissime, ovviamente.
«Infatti. Non sarà facile, ma è l'unica possibilità che abbiamo di rassicurare il nostro elettorato e recuperare la nostra immagine».
Ha avuto segnali di disagio da parte degli elettori per quei nomi in lista?
«Certamente. In tanti mi hanno manifestato confusione, rabbia, sconcerto. Ecco perché il segretario non può esimersi dall'intervenire».
Che cosa si poteva fare per evitare questo problema? Chi ha sbagliato?
«Nei partiti si conoscono le persone e le storie, soprattutto nelle realtà locali, e quindi si può comprendere che una certa candidatura può essere inopportuna anche se legalmente a posto. I segnali c'erano e si dovevano raccogliere».
Qual è il rischio?
«Il distacco dei cittadini dalla politica aiuta le organizzazioni mafiose e la piazza forcaiola, che non aspetta altro per una deriva autoritaria».
Nei giorni scorsi, poco dopo il deposito delle liste, ha diramato un comunicato di fuoco.
«Le liste sono state ultimate la notte tra il primo e il 2 maggio, giorno i ncui non uscivano i giornali. Alcune cose sono state quindi possibili anche per la mancanza di pubblicità sui nomi. Io stessa l'ho appreso solo a liste presentate. Non è cosi che si fa».
La preoccupa il passaggio di candidati dal centrodestra al centrosinistra?
«Per diversi motivi. Uno è che l'inserimento all'ultimo momento di una persona proveniente da altro schieramento politico impedisce al partito di fare verifiche su quella persona».
Da più parti si invita alla cautela: gli impresentabili magari non sono mai stati indagati.
«I candidati presidenti si sono trincerati dietro il garantismo, ma la politica è una cosa, il processo è altro. Troppo facile dire "aspetto la Procura": non si può lasciare il giudizio politico sui candidati solo alla magistratura».
Nel corso della conferenza stampa che ha fatto assieme a Peppe De Cristofaro ha detto che il clima di questa campagna elettorale non le piace...

«È così. Temo il racket delle affissioni. Come commissione Antimafia abbiamo chiesto di acquisire gli atti del duplice omicidio di Fratte. Faremo lo stesso per eventuali altri episodi di violenza collegato con le affissioni. A Caserta c'è chi ha rinunziato ad affiggere manifesti per la paura». 

Quali differenze tra destra e sinistra



di Aurelio Musi da la Repubblica Napoli

TARDIVA e controproducente è la marcia indietro di Vincenzo De Luca sulla questione degli "incandidabili" nelle liste a sostegno della sua candidatura alla presidenza della Regione. Tardiva, perché arriva a cose fatte, come se si volesse chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Controproducente, perché riconosce la presenza di fattori inquinanti nelle liste collegate, ma tende a fortemente circoscrivere e minimizzare il fenomeno. La posizione del candidato del Pd rivela, peraltro, la doppia cifra di questa campagna elettorale. L' intreccio, cioè, tra caratteri ricorrenti e ormai di lunga durata soprattutto delle tornate amministrative qui in Campania e una novità radicale di questa congiuntura elettorale. 
Caratteri ricorrenti sono il trasformismo, il familismo, i rocamboleschi ingressi nelle liste collegate, l'annullamento delle differenze tra destra e sinistra, il ricorso alla pratica del voto di scambio, la presenza inquietante tra i candidati di inquisiti e collusi con la criminalità organizzata. Certo non è il "sistema Gomorra" esportato pari pari e organicamente inserito nella composizione delle liste, come sostiene Saviano. Ma, rispetto al passato, si registra una presenza più incisiva di quel sistema. Del resto, ha ragione Claudio Velardi: la politica e l'amministrazione sono lo specchio della società, non costituiscono certo zone franche. 
Colpisce poi il fatto che Saviano incontri i consensi e le simpatie del Pd quando denuncia le pratiche della destra; non vada invece più di moda e venga attaccato quando entra in casa dei democratici a rompere le uova nel paniere. 
La novità radicale di questa campagna e della vigilia elettorale è la profonda mutazione genetica dei partiti e della politica. A destra l'implosione di Forza Italia costringe Caldoro a personalizzare, rispetto al suo stile abituale, lo scontro con De Luca, definito «un' inquietante macchietta», accusato di voler rifare il Pdl cosentiniano e il partito fascista con Aveta, reo di essere eterodiretto dal vero padrino De Mita. 
Nel Pd alla latitanza dei gruppi dirigenti locali, patetiche comparse in scenari decisi altrove, fa riscontro l'ambigua posizione dei gruppi dirigenti nazionali: i primi prendono le distanze da alcuni criteri di composizione delle liste, rivelando così soltanto la loro impotenza; i secondi da un lato sostengono De Luca, dall'altro si mostrano preoccupati per l'esito della battaglia. 
Il tallone d'Achille del "partito della nazione" di Renzi è proprio la contraddizione tra il tentativo di rinnovamento della classe dirigente a livello centrale e il sostanziale immobilismo della periferia. È palese l'incongruenza tra il progetto renziano e il "partito personale" di De Luca che, pur mostrando non poche analogie con la pratica politica del presidente del Consiglio e segretario nazionale del Partito democratico, se ne distacca proprio per i comportamenti che sta assumendo in questa campagna elettorale. 
Insomma De Luca incarna la forza reale della continuità — e l'accordo con De Mita ne è la prova esemplare — contro la vuota retorica della discontinuità espressa negli slogan "Mai più ultimi" e "A testa alta". 
In questo contesto l'annullamento delle differenze tra destra e sinistra è pressoché totale. Diversità non si scorgono né nei programmi annunciati dai due maggiori candidati, De Luca e Caldoro, né nelle loro pratiche politiche e di governo, né nello stile che, come in uno specchio, rende assai simili la personalità del centrodestra e quella del centrosinistra. 
Perciò non stupiscono i risultati di alcuni sondaggi che vedono favorite l'antipolitica e le forze antisistema come il Movimento Cinque Stelle. La sostanziale equivalenza tra le forze di Caldoro e quelle di De Luca e la straordinaria crescita prevista per i pentastellati sono l'esatta conferma del ragionamento svolto in precedenza. 
In tali condizioni è possibile che la scelta astensionista penalizzerà sia Caldoro che De Luca: una scelta, si badi bene, che non può essere criminalizzata e che, al contrario, rivelerebbe la sua piena legittimità. 

L`eterno ritorno delle regionali


di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

II voto regionale in Campania si annuncia come una rivoluzione. Ma nel senso dell'eterno ritorno degli astri al punto di partenza. Tutto ripete gli scenari del 2010. Sono gli stessi i principali competitori: Caldoro contro De Luca cinque anni fa, Caldoro contro De Luca oggi. È lo stesso, a parti invertite, il teatrino della propaganda. Nel 2010 era a Caldoro che gli indignati addebitavano la camorra. Cosentino, i condannati, gli ex-Dc, ecc. Ora, per identiche ragioni, sulla graticola finisce De Luca. Ma è un déjà vu anche l'offerta politica: debole, strumentale, fuorviante. 
Nelle ultime settimane (specie in area deluchiana), alleanze e liste sono state costruite con grande spregiudicatezza, includendo chiunque risultasse appetibile per la sua dote elettorale. E intanto, essendo impossibile desecretare le discussioni diurne e notturne su ribaltoni e ribaltini, all'opinione pubblica veniva offerta un'alternativa esclusivamente personalistica, se non fisiognomica. La grinta di De Luca o il sorriso trattenuto di Caldoro. La mascella dello sceriffo o la camicia del collegiale. E poi molte contumelie. Sciacallo, disperato, incapace. Bugiardo, macchietta, bandito. 
Sta di fatto che il secondo round Caldoro-De Luca sta partorendo il classico topolino: la chiamata alle armi delle truppe cammellate, la retorica della camorra, il duello caratteriale. Ma non un progetto per cambiare le condizioni del territorio. Nessuna svolta ambiziosa di medio periodo. Non un convincente piano per i ricchi Fondi Europei, che avvicini la Campania alla Lombardia. Neppure lo sforzo di individuare personalità e competenze nuove. 
Con la conseguenza che a fatica si riuscirebbero a trovare significative differenze tra i programmi dei candidati. Non uno che proponga la Big Society e l'altro il New Welfare. Uno che dica meno tasse e l'altro più spesa. I messaggi sono onnicomprensivi, cioè generici. Nessuno si prende il rischio di scegliere. È questo l'eterno ritorno. 
Se destra e sinistra, oggi impudicamente mescolate, ripropongono un ottimismo di maniera e in realtà si affannano nella classica caccia al voto notabilare, è perché sembrano aver rinunciato a mobilitare l'opinione pubblica su grandi idee, a sollecitare l'esercito dei delusi intorno a prospettive coraggiose che li coinvolgano realmente, a indicare concrete svolte amministrative. Ma essendo loro stesse, destra e sinistra, le prime a non credere nella possibilità di modificare l'istituto regionale, finiscono per confermare l'idea (già assai diffusa) che palazzo Santa Lucia sia ininfluente per la vita di lavoratori, famiglie, giovani. Una colpa politica grave, perché ciò che accade in altre e più virtuose regioni dice che le cose non stanno così. 

mercoledì 6 maggio 2015

Lo sciopero, le elezioni in Campania e quelle a Pomigliano - Come Pecore in Mezzo ai Lupi - II serie, puntata 21



De Luca o Caldoro? Ne parliamo con il Salvatore Prisco, professore universitario e uomo di sinistra che non ha paura di spiegare perchè è intenzionato a votare Caldoro per la seconda volta. 
 Dello sciopero dei sindacati della scuola e della Buona Scuola di Renzi parliamo con Gennaro Lubrano Di Diego, docente al liceo Sannazaro di Napoli. 
Con Michele Caiazzo, candidato sindaco del PD a Pomigliano D' Arco, parliamo delle elezioni, delle primarie e delle contraddizioni del partito a Napoli. Come Pecore in Mezzo ai Lupi del 6 maggio 2015, con Norberto Gallo e Mario Colella. Giulio Romolo in regia.


lunedì 4 maggio 2015

Mastella: «Ciriaco come un lupo con gli agnelli Ma era tutto già scritto»


di Paolo Mainiero da il Mattino

Clemente Mastella è uno che conosce molto bene Ciriaco De Mita. Forse è per questo che è tra i pochi a non stupirsi della scelta last minute del sindaco di Nusco di saltare il fosso e fare un patto con Vincenzo De Luca. Tutto come previsto? «li avevo avvisati che c'era un tentativo di andare dall'altra parte, un tentativo legittimo, per amor di dio, non che fosse un'idea barocca o perversa. Guardate, avevo detto, che De Mita sta alzando la posta in gioco per andarsene con la scusa che con il Pd già sostengono Renzi. E infatti se n'è andato. Ma gli è andata male perché lui pensava di portarsi dietro tutti e invece è rimasto da solo». 
Quando ha capito che stava alzando la posta? 
«Se si fosse fatta la lista unica di Area popolare ci sarei stato anch'io. Ma quando De Mita si è impuntato sulla doppia lista ho capito che all'ultimo momento ci potesse essere un colpo di coda. "Attenti, vi segnalo questa difficoltà", ho detto. È finita come la favola del lupo e l'agnello, con il lupo che accusa l'agnello di aver intorbidito l'acqua». 
Chi è il lupo? 
«I lupi sono notoriamente irpini». 
Perché De Luca dice sì a De Mita? 
«Onestamente, a vedere la confusione che sta con De Luca, devo dire che De Mita è il meglio. Almeno lui è la storia, gli altri non sono neppure cronaca. Numericamente l'accordo ci può stare ma politicamente De Luca ha fatto una minestra indigesta». 
E perché De Mita si offre a De Luca? 
«Se De Mita davvero pensava che la prospettiva per la Campania era De Luca perché l'accordo non l'ha cercato prima? La verità è che l'ha fatto all'ultimo minuto solo per un puro calcolo elettorale». 
Quale calcolo? 
«Pensava di portare a termine un'operazione di largo respiro di cui si sarebbe preso il merito. Invece si è ritrovato da solo, molto solo. Anzi in due, lui e Cesa». 
Cesa, il segretario nazionale dell'Udc, era il più convinto sostenitore di Caldoro... 
«Perciò in questa operazione non c'è nulla di politico. Se la linea di Cesa di sostenere Caldoro fosse stata assurda e inverosimile De Mita l'avrebbe contestata e contrastata. Invece l'ultima notte durante un vertice a Marano Cesa e De Mita scoprono che Caldoro non va più bene. Ma se l'accordo con De Luca, come dicono, è programmatico, quando l'hanno discusso il programma?». 
Cesa è segretario nazionale, Giuseppe De Mita è il suo vice: loro chiusero l'accordo con Caldoro. Poi, alla fine, è arrivato Ciriaco ed è spuntato De Luca. Dunque, è chiaro chi comanda.... 
«Il limite è degli altri non di Ciriaco». 
Però Caldoro, forse intuendo chi comanda davvero, era andato più volte a Nusco. 
«Forse è andato a giocare a tressette, un tressette a perdere. Caldoro dovrebbe scrivere il diario dei viaggi inutili a Ñusco». 
L'accordo tra De Mita e Caldoro sposterà gli equilibri? 
«Non credo, anche perché la sfida non si gioca ne a Nusco ne a Salerno ma a Napoli». 
È la solita storia dei napoletani che votano solo i napoletani? 
«Se i napoletani, verso i quali con un impulso tardo-decadente l'ex sindaco ha manifestato considerazioni non proprio nobili, se ne fottono, allora De Luca può vincere; se riflettono, essendo orgogliosi della loro storia, non lo votano e Caldoro vince». 
Secondo lei prevarrà la strafottenza o l'orgoglio? 
«Prevedo un largo voto disgiunto a favore di Caldoro». 
Ci potrebbe essere un effetto Renzi? 
«Se penso all'abbraccio tra Renzi e De Luca mi chiedo cosa sarebbe successo se mi fossi candidato io». 
E lei che c'entra? 
«Se mi fossi candidato non da condannato, come lo è De Luca, ma solo da indagato sarebbero insorti i maestri della legalità in servizio permanente effettivo, ci sarebbero stati appelli e petizioni dei soliti intellettuali di sinistra, forse avrebbero fatto un girotondo intorno alla mia casa di Ceppaloni. Cose che non vedo per gli altri, tranne qualche balbettio di qualche stanco intellettuale». 
De Luca è un candidato azzoppato? 
«Nasce come anatra zoppa e non ho mai visto un'anatra zoppa volare». 

domenica 3 maggio 2015

La patologia del potere



di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

Fino all'altroieri, Vincenzo De Luca si presentava come l'antitesi militante del bassolinismo e il nemico giurato di Caldoro. Ora stringe un patto di ferro con Ciriaco De Mita, ovvero l'alter ego del bassolinismo e l'alleato di Caldoro. Per parte sua, De Mita (fino all'altroieri) lamentava che la politica stesse abdicando a un populismo senza partito, senza cultura e senza programmi. Ora entra in un cocktail guidato da un leader trasversale e populista e comprendente, oltre ai democratici, spezzoni fittiani, fascisti perbene, "cosentiniani", micronotabili di ogni specie. 
Parigi vai bene un pò di trasformismo, si dirà. Ed è assai probabile, d'altronde, che in pochi ricorderanno certe intemerate di De Luca («da quarant'anni il problema politico della Campania si chiama Ciriaco De Mita») o i ripetuti cambi di casacca del leader di Nusco (con la sinistra nel 2000, con la destra nel 2010, con la sinistra oggi). E ancor meno saranno gli elettori in grado di decifrare la materia del contendere: i conflitti attorno a Pasquale Sommese e Pietro Foglia, il futuro di Antonia e Giuseppe De Mita, questioni indifferenti all'universo mondo. Ma è altrettanto probabile che l'opinione pubblica ne ricaverà comunque il senso di una politica spogliata di ogni ragione programmatica e collettiva. Condotta sul filo di interessi piccoli, personali, tutt' al più familiari. 
Una patologia che segnala ancora una volta il problema dei problemi: quello di una classe dirigente meridionale incapace di rendere più credibili e dunque partecipate le istituzioni. Di un Sud che si conferma territorio di municipalismi, cacicchi sempiterni. Truppe cammellate nei secoli fedeli. De Luca aveva costruito il profilo del grande vendicatore che espelle i mercanti dal tempio («a calci nel sedere»), scioglie nell'acido le burocrazie regionali, decapita le oligarchie sanitarie. De Mita aveva auspicato una politica attenta alla dimensione comunitaria, erede del popolarismo, culturalmente agli antipodi dai demagoghi con la bandana. Oggi i due si alleano proprio con il reciproco paradigma di nemico: De Luca con De Mita, De Mita con De Luca. 
Resta da capire fino a che punto gli elettori apprezzeranno. Ma, se questa è la politica, nessuno potrà stupirsi di fronte alla crescita dell'astensionismo o a un successo grillino. Ne potrà stupirsi, l'anno prossimo, se Luigi de Magistris sarà in grado di rivendicare la sua totale estraneità a simili giochi di potere. Dopotutto, l'opinione pubblica non è quella dei tempi di Depretis. 
Nel frattempo, il connubio ha già avuto i suoi effetti: in Campania, il centro non esiste più e il Pd si spacca ulteriormente tra chi venderebbe l'anima per una poltrona e chi, testardo, pensa ancora alla bella politica.