domenica 24 maggio 2015

Una Napoli accerchiata



di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

Venerdì scorso, decidendo infine di scendere in campo per il candidato della Campania Vincenzo De Luca, Matteo Renzi ha scelto come palcoscenico Salerno, non Napoli. Come se fosse andato a Pavia e non a Milano, a Latina e non a Roma. È solo un indizio, ma significativo. Le prossime regionali sembrano segnalare il declino della centralità di Napoli. Naturalmente, il messaggio è stato chiaro: votate il sindaco di Salerno, ha detto Renzi, perché a Salerno ha fatto ottime cose. Così suggerendo che sia il municipio e non la regione il cuore periferico della cosa pubblica e che un modello amministrativo costruito nella «piccola città» sia trasferibile a un territorio di sei milioni di abitanti. 
Al tempo stesso, Renzi ha potuto ignorare i conti in sospeso che il suo governo ha con Napoli, da Bagnoli al porto. Certo è che, mentre De Luca promette di trasferire a Palazzo Santa Lucia il proprio decisionismo salernitano, si moltiplicano i tenitori che decidono di salire sul carro di una Regione non più napolicentrica. Da Ciriaco e Giuseppe De Mita a Erminia Mazzoni, sono i leader dell'Irpinia, del Sannio, del Casertano a uscire allo scoperto. Un puzzle di poteri e comunità che ha sempre pesato negli equilibri regionali, ma sempre dando per scontata la primazìa (spesso vorace) del grande capoluogo. Oggi, dietro la bandiera della sinistra deluchiana, a essere messa in questione è la tradizionale «Regione napoletana». 
Nel frattempo, l'ex capitale tace. Tace quel Luigi de Magistris che ha evitato di mettere i bastoni tra le ruote a De Luca e possiede non pochi numeri per una fruttuosa convivenza con l'eventuale governatore: lo zoccolo duro popolare, il decisionismo, il piglio antipartitico. Che Napoli sarebbe quella di de Magistris sindaco e De Luca governatore? E tace un ceto politico cittadino che una volta esprimeva ministri e sottosegretari in quantità e oggi non ha più neppure la forza di garantirsi la guida della Regione. 
Napoli appare schiacciata tra Roma e Salerno, tra un governo centrale (e centralista) che ha orizzonti ben più ampi della metropoli partenopea e le rappresentanze di periferie lungamente assoggettate alla dura legge del capoluogo. Il che qualcosa avrà pure a che vedere con la tenuta dei suoi ceti medi e delle sue classi dirigenti. 
Pochi Cavalieri del Lavoro, lamentava ieri su queste colonne Luciano Cimmino. E non è l'unico segno di una certa stanchezza delle élite urbane. Passato il tempo di Napoli 99 e di Lucio Amelio, del glorioso San Carlo e delle grandi mostre di Capodimonte, la città sembra aver perso ambizioni e obiettivi, ridimensionato perfino il suo leggendario orgoglio identitario. Forse è comprensibile che Renzi non se ne curi troppo. 
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