sabato 23 maggio 2015

Per una politica meridionalista


Marco Rossi-Doria

di Marco Rossi-Doria da la Repubblica Napoli

Le idee per una politica meridionalista, l' articolo con il quale Ottavio Ragone ha voluto avviare il suo lavoro di capo della redazione di "Repubblica Napoli" ha esplicitato un'ispirazione, culturale e politica, quella del grande Meridionalismo. 
E' una tradizione impegnativa, che inizia con le parole profetiche di Mazzini: "L'Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà". E che attraversa tutto il secolo scorso: Fortunato, Salvemini, Gramsci, Nitti, Sturzo, Dorso fino a Saraceno, Compagna, mio padre e molti altri che, insieme a migliaia di persone, hanno lavorato per il riscatto, l'innovazione, la lotta ai potentati fondati sull'interesse proprio contro quello comune e per una politica capace di guidare questa spinta. 
Il Meridionalismo era fatto di persone molto diverse e che sostenevano posizioni differenti. Eppure avevano alcuni forti tratti comuni. Erano capaci di analizzare in modo rigoroso la nostra realtà entro lo scenario nazionale ed europeo. Facevano proposte bene articolate legate a persone competenti. Pensavano che il nostro riscatto non poteva avvenire con la demagogia né arrendendosi al "piangi e fotti" dei notabiliati parassitari. Non erano "élites di testimonianza" ma si impegnavano a "fare politica" coinvolgendo migliaia di insegnanti, imprenditori, funzionari pubblici, artigiani, contadini, scienziati, operai attraverso l'impegno disinteressato, anche nei partiti, nei sindacati, nell'associazionismo. 
Non sono mai stati "contro il Nord" ma "insieme alla parte migliore del Nord" perché ogni volta hanno cercato le possibili alleanze contro il nemico comune: la rendita. Questo Meridionalismo a volte ha fatto fare, non senza fatiche e contraddizioni, veri passi avanti al Sud; altre volte è stato sospinto indietro. Oggi è sospinto indietro e la rendita prevale, fuori e dentro i partiti. 
Ma ecco che si avvicinano le elezioni regionali. E, in democrazia, è tempo di bilanci e di proposte. Così, questa questione di guardare a una tradizione seria per uscire dalla crisi economica e sociale rigenerando la politica è una prospettiva che pone almeno due questioni, alle quali dobbiamo rispondere noi e soprattutto i candidati, in primis quelli dei grandi schieramenti. 
La prima questione è: quale classe politica, quali rappresentanti vengono proposti per guidare la società meridionale fuori dalla sua condizione di grave svantaggio? Le polemiche sulle liste fanno certamente parte di questa questione. Ma i termini della polemica sull'esempio del metodo di analisi del grande Meridionalismo - andrebbero approfonditi. Le liste così fatte - che, al netto delle brave persone e capaci - sono piene di incompetenti e di impresentabili, sono davvero solo errori politici? O sono il portato di una lunga storia che ha prodotto una profonda degenerazione della politica, nel Sud ancor più che altrove? In molti pensiamo che si tratti della seconda cosa. Perché - dopo una fase di vero sviluppo e di riduzione del divario con il Nord che vide anche buona politica in tutti gli schieramenti - è via via prevalsa la rendita rispetto agli investimenti produttivi, con la politica che non è riuscita a favorire la cultura dell'impresa, del lavoro, della legalità, del merito e della concorrenza e, invece, ha progressivamente dato luogo a un "blocco" di potere fondato sulla spesa pubblica male indirizzata, sulla rendita parassitaria. E sugli immensi profitti delle mafie. 
È a questa storia nostra che si è aggiunto un progressivo drenaggio di risorse dal Sud verso il Nord. Chi si candida alla guida della Regione vuole e sa davvero favorire la nascita di una classe dirigente capace e dedicata a una lunga, dura stagione di lotta alla rendita e al malaffare e di innovazione competente? E come intende dare forme stabili di coordinamento tra gli assessorati per rendere reali gli interventi sostenendo le parti buone della macchina amministrativa? 
La seconda riguarda il cosa e il come fare. Se, negli ultimi decenni, il peggioramento del Sud si è trasformato in un tracollo, causato proprio da debolezze strutturali mai superate, de-industrializzazione e squilibri tra aree interne e aree metropolitane, isolamento della borghesia imprenditoriale e, poi, dall'uso distorto della spesa pubblica diminuita, parcellizzata, burocratizzata spesso fino alla paralisi mentre crescevano le disponibilità finanziarie della camorra e dal protezionismo del Nord, da cosa si deve ripartire? 
Tutti sostengono che va fatta la guerra a corruzione e mafie, rafforzata la concorrenza in tutti i campi e che il Sud e la Campania devono rientrare nell'agenda politica nazionale per la ripresa del Paese. Ma i candidati sanno dirci gli indirizzi concreti di una svolta? Come pensano di far funzionare i fondi europei e attrarre altri investimenti? Come intendono trasformare e governare le nostre infrastrutture? Come intendono investire fondi pubblici per il lavoro anziché per la rendita? A quali linee di azione pensano per affrontare, insieme, sviluppo e coesione sociale al fine di contrastare innanzitutto le nostre povertà? 
Si, perché è la povertà il principale problema della Campania, che ha 1.700.000 persone povere su una popolazione di 5.870.000, il 23%. Dunque, quali iniziative, metodi e persone intendono attivare per contrastare la povertà sui fronti preventivi dell'inclusione dell'infanzia svantaggiata, della scuola e di una formazione professionale nelle aree dell'esclusione? E a quale lavoro di tessitura multi-dimensione pensano per sostenere i lavoratori poveri, le azioni di auto-impiego, l'inclusione dei migranti, delle famiglie fragili, delle donne sole, degli anziani, dei Neet? A quali procedure e strutture amministrative pensano per attivare le azioni e misurare i risultati sul miglioramento della vita delle persone insieme alle persone - come raccomanda l'Unione Europea? 
Attenzione, cari candidati: ci sono migliaia di persone che in Campania conoscono cosa si potrebbe davvero fare e che attendono proposte chiare e fatti nuovi. 
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