domenica 7 giugno 2015

Decide sempre un giudice



di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

«Chi vince, governa», ripete spesso il neoeletto Vincenzo De Luca. Con una rivendicazione della sovranità popolare che suonerebbe superflua se non vi fosse, sulla sua strada, l'impedimento della Severino. Ma visto che l'impedimento esiste, quelle parole appaiono paradossali, più che arroganti. E il paradosso è che, mentre De Luca rivendica la preminenza della politica e della rappresentanza (perfino sulla legge), sarà invece un giudice a decidere se potrà governare la Regione o dovrà farsi da parte. Sempre alla magistratura, del resto, toccò stabilire gli effetti della Severino sulla sorte del sindaco di Napoli. Detto altrimenti, i giudici hanno pesato (de Magistris) e peseranno (De Luca) in modo determinante nelle dinamiche politico amministrative della Campania. Anche due leader a forte caratura bonapartista («è il popolo che mi vuole») sono alla mercé di decisioni assunte nelle aule di giustizia. Dove il protagonista non è la politica, ne un responso elettorale. 
D'altronde, chiunque abbia un po' di memoria (e una certa età) ricorda come per decenni il ceto politico abbia cercato di ingraziarsi la magistratura con leggi e leggine che ne rendevano automatica la carriera, ne accrescevano gli emolumenti, la spogliavano di responsabilità, le davano competenze discrezionali come in nessun altro paese europeo. Nel frattempo, per assecondare le piazze giustizialiste, quello stesso ceto politico decideva di spogliarsi di protezioni e prerogative di natura costituzionale. 
La Severino è soltanto l'ultimo anello di una catena legislativa dettata dai tatticismi e dalla debolezza di partiti e parlamenti. Varata in fretta e furia col solito intento di difendersi dall'antipolitica, improntata a un rigore degno di Torquemada, non priva di errori, la Severino ha permesso di liquidare la carriera pubblica di Berlusconi. Ma rischia di ritorcersi contro quella sinistra che, tre anni fa, l'aveva patrocinata. E oggi chi può credibilmente protestare se un giudice la applica (o, meglio, è tenuto ad applicarla)? 
Come un cane che si morde la coda, la politica continua a glorificare strumentalmente la giurisdizione. Poi, quando ne subisce i fulmini, accampa una propria ormai delegittimata autonomia. Ed è costretta ad attenderne con ansia il responso. 
La stessa baruffa sull'Antimafia suggerisce che una cultura delle garanzie non s'improvvisa. Scimmiottando la magistratura, i partiti avevano affidato all'Antimafia l'applicazione di un codice etico rigido e prescrittivo. La conseguenza? Rosi Bindi ha finito per mettere all'indice anche De Luca e De Luca ha reagito denunciandola all'autorità. Come dire che, gira e rigira, l'ultima parola sui casi della politica spetta sempre a qualche giudice.
Posta un commento