sabato 15 agosto 2015

Zoccole: racconto di ferragosto. 1 Com' è che zia Carlotta cadde a San Pietro a Majella


1 Com' è che zia Carlotta cadde a San Pietro a Majella

La nottata era stata afosa, di quel caldo appiccicoso che toglieva il respiro e pure la voglia di mangiare. Oramai albeggiava. Eravamo quasi arrivati a casa quando zia Carlotta diventò scura scura. Gli occhi si fecero improvvisamente paonazzi ed i baffi le si abbassarono. Non ebbe nemmeno il tempo di girare la testa che cadde lunga com’ era sul marciapiede mentre Carmine e Michele continuavano a trotterellare avanti senza accorgersi di niente.
Fu Concettina, la più piccolina, a vedere tutta la scena e a dare l’allarme scoppiando in un pianto convulso misto a sibili disperati.
«Glielo avevo pure detto di non abbuffarsi con questo caldo» bofonchiò con un tono più seccato che dispiaciuto zi’ Rafele, il fratello più grande della zia. Erano tornati indietro anche Carmine e Michele e tutti assieme stavamo attorno al corpaccione della zia senza dirci niente, guardandoci negli occhi senza sapere che cosa fare.
«E mo’ che facciamo ‘o zi’?» chiese Carmine a zi’ Rafele. «E che vuoi fare, Carminu’;  fai una corsa a casa e avverti zio Ferdinando che la moglie si è sentita male sotto San Pietro a Majella». Carmine non se lo fece dire due volte. Girò la testa e corse a rotta di collo verso casa della zia ringraziando in cuor suo di potersi allontanare da quella situazione che lo imbarazzava più che fargli paura.
Intanto era diventato giorno. «Picceri’, tra poco comincerà a passare gente. – disse lo zio – Non possiamo stare qua in mezzo. Ci dobbiamo trovare un posto riparato mentre arriva Ferdinando». E si spostò verso i cassonetti dell’ immondizia appena svuotati all’ angolo della strada facendoci segno di seguirlo.

Concettina continuava a piangere. Era molto attaccata alla zia, povera piccolina. Specialmente da quando la sua mamma non era più tornata a casa e nessuno aveva saputo dire che cosa le fosse successo. Non che capitasse raramente veder sparire qualcuno dalla sera alla mattina, intendiamoci. Ma, quando capitava, era oramai regola tacitamente accettata quella di non farsi troppe domande e lasciar perdere spiegazioni e chiarimenti.

Neanche il tempo di arrivare sotto al muro che sentimmo distintamente il cigolio delle rotelline del carrellino di Giggino.  Era un umano secco secco, con una testa piccola ed il mento appuntito. Sulla faccia un poco di barbetta incolta, rada e bianca, e in bocca sempre una sigaretta accesa. Ogni mattina, puntuale, veniva a spazzare il suo pezzo di strada. Con la tuta più grande della sua misura, un paio di guanti enormi e la scopa di plastica, più che spazzare pareva desse gli ultimi ritocchi al salotto. Una carta rimasta qua. Una scorza di melone qualche metro più avanti. Tutto quello che poteva risaltare alla vista lo ammonticchiava in un angolo con flemma snervante. Quando gli pareva che non ci fosse più niente di visibile che gli avrebbe potuto causare un rimprovero dai suoi superiori, apriva il secchio che stava sul carrello, prendeva la pala e raccoglieva il suo mucchietto di rifiuti visibili. Poi si toglieva i guanti e aspettava che finisse il suo turno di lavoro seduto al tavolino del bar di rimpetto.
Quando vide zia Carlotta per terra gli dovette venire un colpo. Si pietrificò ad osservarla per un minuto buono, cercando forse di capire se a lasciarla così qualcuno lo avrebbe rimproverato. La risposta che si dovette dare fu evidentemente negativa. E come se niente fosse continuò a cercare rifiuti vistosi da rimuovere scansando la povera zia come se non ci fosse nemmeno.

Zi’ Rafele cominciava ad innervosirsi. Oramai i negozi stavano per aprire e di zio Ferdinando neanche l’ ombra. A un certo punto si irrigidì. Puntò lo sguardo e le orecchie in direzione di port’ Alba e ci fece segno di stare il più nascosti possibile. Si sentiva venire dalla strada un rumore cadenzato di passi, accompagnato dallo ‘scrocchio’ tipico di quelle scarpe belle e costose che usava sempre don Eduardo il libraio. Don Eduardo era un bel tipo. Un signore d’ altri tempi in perenne lotta contro la sciatteria e la faciloneria che, ne era convinto, erano diventate il vero cancro di Napoli. Ogni mattina apriva puntuale alla stessa ora, e ogni mattina, puntualmente, prima di aprire andava ad acchiappare Luigi lo spazzino dal tavolino dove stava seduto e lo costringeva a raccogliere qualche rifiuto che gli era sfuggito. Ma che non era sfuggito a lui, che il tragitto da casa al negozio lo faceva fissando la strada alla ricerca di sporcizia ed imperfezioni. «Io faccio il mio dovere – diceva sempre don Eduardo – e allora non capisco perché qualcun altro possa farmi un danno pretendendo di non fare il suo».

Il negozio si trovava nemmeno un paio di metri dopo il posto dove era caduta la zia e, sicuramente, vedendola stesa in quel modo lì davanti avrebbe dato in escandescenze. E infatti, appena la vide si fermò di botto, cominciò a sacramentare e raggiunse di scatto Luigino che, avendo già previsto tutto, non fece una piega e rimase seduto a sorseggiare il suo caffè senza alzare lo sguardo dal giornale mentre l’ agitatissimo libraio parlava e gesticolava senza riuscire a calmarsi. (continua)

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