lunedì 17 agosto 2015

Zoccole: racconto di ferragosto. 3 Com’ è che don Eduardo divenne il nemico del popolo sovrano


3 Com’ è che don Eduardo divenne il nemico del popolo sovrano

La saracinesca era alzata, Fofò, il commesso, era in piena attività alle prese con una coppia di clienti che pareva promettere bene, Don Eduardo il libraio decise che ora poteva dedicarsi alla ricerca del numero giusto per far pulire la strada. Stava cominciando a far caldo e c’ era da scommettere che entro qualche ora quell’ animale morto lì fuori avrebbe cominciato anche a puzzare.
Si sedette al computer nel retrobottega e cominciò ad interrogare il suo motore di ricerca preferito cercando tra i numeri degli uffici quello che serviva a lui. Il punto è che non sapeva che cosa cercare. Provò con le parole chiave “rimozione topo morto”. Il primo risultato che gli apparve era un tutorial video dal titolo “Come togliere i topi morti e non contaminare la casa di batteri!”. Decise che non era il suo caso e continuò a scorrere i risultati, imbattendosi in un altro tutorial per eliminare l’ odore di topo morto dalla propria auto. Poi fu la volta di una lettera al direttore su di un blog sconosciuto del trevigiano in cui veniva posto il problema della rimozione delle carcasse di cani morti lungo la strada statale, e poi della cronaca di una polemica tra Preside e bidelli di una scuola di Castellammare su chi dovesse recuperare le vittime della derattizzazione in presenza di allievi a scuola.
Insomma, niente di adatto al suo caso.

Ad un certo punto venne distolto dalla ricerca da una sequenza ripetuta di bip che provenivano dal suo cellulare. Lo prese dalla tasca e lesse: ventiquattro messaggi in attesa. Che cosa era successo, si preoccupò? Chi lo cercava così insistentemente? Poi si ricordò del suo messaggio di poco prima e realizzò che erano le risposte che stavano arrivando. E quante erano!
Si collegò al suo account dal computer per poter leggere meglio ed incuriosito cominciò a scorrere le risposte, scoprendo che in pochi minuti il suo messaggio aveva generato un acceso dibattito scivolando ora nella politica, ora nella sociologia cittadina.
A parte gli amici che scherzavano giocando sull’ ambivalenza del termine “zoccola” e quelli che invitavano all’ adozione di gatti, la maggior parte erano commenti di chi leggeva in quello sfogo una maniera per prendersela con l’ amministrazione comunale per la quale era nota l’ antipatia di don Eduardo.

«Ogni scusa è buona per prendertela con il Sindaco. – scriveva uno – Che ci vuole a rimboccarsi le maniche e mettere il topo nell’ immondizia da solo? ». E un altro, più feroce: «vergognati, sputtani la nostra bellissima città solo per farti un po’ di pubblicità. – e a provare la pochezza ed il provincialismo di quello sfogo, la chiosa da giramondo – Queste cose succedono dappertutto, io ho visto topi morti per strada anche a Londra, Parigi e New York».
A lasciarlo a bocca aperta fu il messaggio di “pasta cresciuta”, un nickname assai noto tra i pasdaran dell’ amministrazione.

Fuori dal mondo virtuale, “pasta cresciuta” era la versione moderna del proverbiale “stracciafacente” napoletano. Il soprannome lo doveva alla forma della testa, tonda e butterata, che ricordava le zeppole fritte, appunto di pasta cresciuta. L’ estrema magrezza del corpo e l’ abitudine ad inforcare occhiali dai vetri scuriti rendevano la sua figura una sorta di disegno satirico ambulante, inconfondibile perfino da lontano.
Non era chiaro a nessuno (né lui teneva a far sapere precisamente) di cosa vivesse. Si mormorava in giro dei suoi trascorsi lavorativi finiti tutti malissimo e dello stipendio preso da non si capiva da quale ente pubblico o para pubblico che per oscuri motivi continuava a tenerlo a libro paga.
Negli anni si era auto attribuita un’ immagine da indomito tribuno della plebe. Non si contavano i suoi j’accuse spericolati, come non si contavano le sue disinvolte marce indietro e gli scivoloni clamorosi. Ma per “pasta cresciuta” non esistevano le brutte figure: sapeva, forse istintivamente, che la gente dimentica facilmente. Così, se sparava a zero su qualcuno, poteva accadere che il giorno stesso gli dichiarasse amore incondizionato. Quello che contava era la rete di legami “utili” che era riuscito a costruire nel tempo.

La tecnica era sempre la stessa. Qualche insinuazione poco verificabile sul conto dell’ obiettivo da puntare, qualche frase offensiva scritta con tutta la retorica post operaista degli anni ’70, affermazioni tranchant del tutto opinabili spacciate per verità indiscutibili in nome del popolo, dei morti sul lavoro, delle donne, degli sfruttati… Insomma, un mix tra qualunquismo e politically correct capace di suscitare riflessi condizionati nel pubblico politicizzato della città decadente. E di preoccupare il Palazzo che, immancabilmente, preferiva trovare un compromesso per disinnescare la mina vagante.
Stavolta “pasta cresciuta” se la prendeva con lui e con il suo post sul topo morto. Gli dava del fighetto viziato (e fin qui…), ma soprattutto denunciava quel messaggio come parte di una più complessa strategia di attacco ad un’ amministrazione che, a suo dire, faceva gli interessi del popolo e per questo dava fastidio a potentati economici non meglio identificati, interessati a svendere la città ai banchieri internazionali. Il consueto delirio, insomma, non fosse che un pezzo grosso dell’ amministrazione, l’ingegner De Cocchis, rispondeva immediatamente sposando in pieno la tesi del complotto per poi sottolineare come don Eduardo sapeva bene che la rimozione del cadavere di ratto in quella strada toccasse alla Curia e non al Comune (chissà poi perché avrebbe dovuto saperlo, si chiese don Eduardo). Ed, infine, invitava sdegnato a disertare l’ acquisto di libri in quel negozio che, chiaramente, perseguiva gli interessi delle multinazionali piuttosto che quelli del vessato popolo napoletano.

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