mercoledì 19 agosto 2015

Zoccole: racconto di ferragosto. 4 Com’ è che don Eduardo si risolse a raccogliere da solo il topo


4 Com’ è che don Eduardo si risolse a raccogliere da solo il topo

«Si, si… è tanta… ‘na zoccola tanta… come quanto? Un braccio... no, dal gomito…»
L’ attenzione di don Eduardo fu attirata dalla voce di Fofò. Parlava del topo, ma con chi stava parlando? Si affacciò dal retrobottega e vide il ragazzo al telefono, in piedi dietro al bancone che, gesticolando, si dava da fare per descrivere con dovizia di particolari l’ animale al suo interlocutore.
«Venti centimetri? Nooo, di più … trenta, perlomeno… ma pure di più… fate trentacinque…»
«Fofò – urlò don Eduardo – jamme bello che ci sta gente» Fofò riattaccò il telefono e sporse la testa nel retrobottega.
«Ma non ci sta nessuno, cavalie’»
«E mi era sembrato» disse il libraio continuando a fissare lo schermo del computer. Poi, cercando di mostrarsi distaccato chiese «chi era a telefono?»
«Un giornalista del Diuturno, ‘o giurnale. Dice che hanno saputo che qua fuori ci sta una zoccola morta che nessuno vuole levare e ha chiamato per sapere come era questa zoccola». 

Per poco a Don Eduardo non venne un colpo. Dopo “pasta cresciuta” e l’ ingegner De Cocchis, solo il Diuturno ci mancava, pensò…
Il giornale del Cavalier Licata era stato determinante per far vincere il ballottaggio al sindaco tre anni prima. Per ricambiare la cortesia, una volta eletto, il sindaco aveva messo un po’ di persone gradite al Cavaliere in posti importanti. Senonché avevano litigato ferocemente per una questione di certi terreni che non si capiva di chi dovessero essere e il grande amore si era trasformato in odio aperto.
Il Diuturno, che bene o male era l’ unico giornale che leggevano proprio tutti in città, aveva cominciato una campagna puntigliosa su tutti i disservizi che l’ amministrazione non aveva risolto o, peggio ancora, aveva creato per incapacità manifesta. Agli attacchi del giornale, il Sindaco replicava accennando a mezza bocca ad interessi poco puliti del Cavaliere che si era rifiutato di assecondare e che gli erano costati l’ interessata ostilità da parte della testata cittadina.

Non ci voleva molto ad indovinare che il prossimo argomento del Diuturno contro il sindaco sarebbe stato quel topo morto lasciato lì al sole. E don Eduardo già si immaginava i commenti compiaciuti di quelli che avrebbero trovato nell’ appoggio del giornale al soldo degli interessi dei nemici dell’ amministrazione, l’ indiscutibile conferma all’ assurda teoria del complotto.
Il complotto della zoccola morta, pensò il libraio. E in un attimo prese la sua decisione: il topo da terra lo avrebbe tolto lui. Era l’ unica maniera per evitare di trovarsi a fare il vaso di coccio tra i vasi di ferro nella guerra tutta mediatica dell’ amministrazione.

Don Eduardo già si vedeva circondato da spie del sindaco pronte a sputtanarlo sui social network con fotografie equivoche, notizie scandalose, insinuazioni malevole. Non che avesse qualcosa da nascondere, ma la tecnica usata dal sindaco e dai suoi fedelissimi per demolire gli avversari non aveva bisogno di fatti reali. Bastava un raccontino ben articolato, che legasse qualche fatto vero con ipotesi fantasiose, ed ammiccasse a qualche luogo comune di facile presa, per relegare irrimediabilmente il malcapitato tra i cattivi da mettere al bando.

Aprì la porta sul retro del negozio, scese la lunga scalinata che portava al vecchio deposito attrezzato e con l’ aiuto di una torcia cominciò a rovistare tra le cose ammonticchiate da decenni. Recuperò un vecchio paio di guanti da motocicletta, uno sciarpone invernale di lana pesante e degli occhialini da sub che giacevano lì coperti di polvere. Prima di risalire agguantò un coperchio di cartone rimasto orfano della sua scatola, e si fece coraggio pensando che era l’ unica cosa da fare. Tornato nel retrobottega batté la polvere dagli indumenti che aveva recuperato, pulì le lenti degli occhialini e prese un sacchetto per l’ immondizia nero. Inforcò gli occhialini tenendoli ben aderenti alle orbite degli occhi, indossò la sciarpa a coprire la nuca ed il volto, calzò i guanti e con il sacchetto aperto nella mano sinistra ed il coperchio di cartone nella destra uscì sulla strada.

Determinato a portare a termine la sua missione, si diresse deciso verso il topo. Ma appena ne intravide la sagoma non poté fare a meno di provare uno schifo incontrollabile. Sentì lo stomaco rivoltarsi e dovette fare uno sforzo per continuare ad avvicinarsi reprimendo i conati di vomito che montavano. La carogna era lì, a pochi centimetri di distanza dalle sue scarpe. Cercava di non guardarla direttamente, di non mettere a fuoco. Intravedeva il fagotto gonfio ed inerte, «ma è morto, quindi di che dovrei avere paura?» si fece coraggio. Intanto sentiva un copioso rivolo di sudore scendergli dietro la schiena, complice forse lo sciarpone di lana, mentre le lenti cominciavano ad appannarsi.

Due passanti, forse turisti, che da lontano avevano visto quella strana scena, passarono all’ altro capo della strada sorridendo e con i cellulari cominciarono a fotografare quello strano essere che sovrastava il topo morto.
Il libraio pensò qualcosa del tipo «ora o mai più», e con uno scatto improvviso si chinò. Aveva disteso a terra il sacchetto aperto e con l’ altra mano aveva posizionato il cartone lungo il corpo dell’ animale, pronto a dare il colpo necessario a farlo scivolare dentro. 
Decise di contare fino a tre e poi di compiere finalmente l’ ardita operazione. «Uno», ma nemmeno aveva finito di pensarlo che senti una voce alle sue spalle urlare: «Fermi tutti! Nessuno tocchi quel ratto!» (continua)

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