giovedì 20 agosto 2015

Zoccole: racconto di ferragosto. 5 Come finì la storia di don Eduardo e della zoccola Carlotta


5 Come finì la storia di don Eduardo e della zoccola Carlotta

«La informo, caro signore, che asportando quel ratto, in quanto oggetto inanimato abbandonato su suolo pubblico, lei si appropria indebitamente di una proprietà del Comune» continuò con tono perentorio la voce alle spalle del libraio.
Don Eduardo, che aveva consumato tutto il suo coraggio per chinarsi a sollevare il topo, lasciò cadere il coperchio di cartone e il sacchetto che aveva nelle mani e scattò all’ impiedi. Si girò per replicare, ma dalla bocca non uscirono suoni. Oppresso dal caldo abbassò lo sciarpone di lana che gli copriva il volto e sollevò gli occhialini completamente appannati.

«Ma siete voi, don Edua’ – riprese petulante la voce, che assunse però un tono femminile e suadente -. E chi vi aveva riconosciuto… mannaggia ‘a capa vostra… ma come vi viene in mente di appropriarvi di un bene comunale… e poi, un uomo pieno di lustro come voi, che figura ci fate sulla pubblica via combinato di quella maniera e cu’ ‘o sacchetto d’ ‘a munnezza ‘mmano…».

A parlare era stata la Marchesina Tazio. Che poi in realtà era Assuntina, la viziatissima figlia unica di donna Luisa Spagnuolo, la proprietaria del negozio di scarpe all’ angolo di piazza del Gesù. Solo che, da quando il Sindaco aveva abolito le circoscrizioni e aveva ripristinato gli antichi sedili, aveva recuperato il vecchio titolo nobiliare del defunto marito, il notaio Tozzi, per sedere come rappresentante dell’ ottina di via San Sebastiano. Non era bella, senza che però la si potesse definire brutta. A consigliare di starne alla larga, era quel suo smodato desiderio di primeggiare, una voglia incontenibile di essere omaggiata e riverita che si portava appresso fin da bambina. Quando aveva sposato il vecchio notaio, era rimasta impressionata da come tutti lo venerassero per la grande cultura e l’ ancor più grande bontà d’animo. Poi si era convinta che lei non fosse da meno, senza accorgersi di come i latinismi in bocca a chi non conosce il latino procurino sorrisi a mezza bocca, più che autorevolezza. Le ultime parole del vecchio prima di spirare la offesero mortalmente: «non è arte tua, Titi’. Tu ti credi che sei più intelligente degli altri e ti pensi di fare fesso qualche povero disgraziato guardandolo dall’ alto in basso, impapocchiandolo con qualche parola difficile. Non è arte tua...» ripeté, e spirò. Alle parole del vecchio Assuntina rimase attonita. Le venne per un momento voglia di piangere per la rabbia. Ma subito le passò, pensando: «puveriello, è stata l’invidia a farlo straparlare così».

A contatto con l’ aria fresca Don Eduardo riprese quel minimo di lucidità necessario per rivolgersi alla Marchesina seccato: «Assunti’, ma ti pare che mi fottevo ’na zoccola morta? Io sto da stamattina a cercare chi se la deve venire a pigliare, qua pare pure che ci stanno le cospirazioni, mo’ ti presenti tu…».
Non aveva ancora finito la frase che la Marchesina lo interruppe gioviale «e io che ci sto a fare, Edua’? Quello il sindaco ha chiamato al delegato nostro per sapere che stava succedendo, e indovina a chi ha chiesto il delegato? Indovina?»
«A te…» disse con una voce flebile Don Eduardo.
«Eh! A me, a me. E io gli ho subito detto, eccellenza, non vi preoccupasse, mo’ mi reco direttamente in loco a vedere che sta succedendo. Ho sceso le scale, ho acchiappato a Leopoldo, e ho fatto una corsa fino a qua sopra. O’ vide ‘a Leopoldo che sta parlando a telefono? Sta rintracciando l’ ufficio proposito al caso nostro. Massimo una mezzora e il ratto lo facciamo sparire così come è apparito». E rimase giuliva e sorridente.

Don Eduardo si sentì preso dallo sconforto. Non sapeva se ridere o piangere e intanto fissava Leopoldo, il tuttofare di Assuntina. Era un uomo dall’ età indefinita, basso e tarchiato, completamente calvo e con due baffoni spioventi, con una giacchetta che non riusciva a chiudersi sulla pancia. Don Eduardo si rese conto che aveva continuato a parlare al cellulare per tutto il tempo in cui lui parlava con la Marchesina. Mentre parlava gesticolava animatamente con l’ altra mano, che ogni tanto gli serviva per tirare su il pantalone che scendeva per la troppa foga.

Poi all’ improvviso si zittì, ripose il cellulare nella tasca interna della giacca e si avvicinò al libraio ed alla Marchesina. «Allora?» cinguettò la Marchesina. «Allora?» ripeté ansioso Don Eduardo.
Imbarazzato Leopoldo fissò Don Eduardo, poi si rivolse ad Assuntina e riferì: «Marchesi’, al Comune dice che a loro non tocca e che tocca alla Asl. Ho chiamato e non rispondeva nessuno. Allora ho chiesto a una cugina di mio cognato che lavora agli Incurabili che mi ha dato il numero di un suo parente che sta dentro ai rifiuti. Questo mi ha detto che se la zoccola è ancora intera devono andare quelli della rimozione animale che però poiché è un servizio esterno e non li stanno pagando da tre mesi, questi ci stanno andando un giorno si e uno no e nessuno gli può dire niente, per cui se ne parla domani mattina. Se invece la zoccola è scamazzata o putacaso squartata, ci manda subito una squadra di rifiuti speciali».

«Ah – si fece pensierosa la Marchesina – e mo’ come facciamo? Don Edua’ avete sentito? Quello il ratto è disgraziatamente integro…» sporgendosi a controllare meglio. «Marchesì, ‘o vulessemo scamazza’?» si fece avanti Leopoldo, mortificato per non aver ancora trovato la soluzione che gli era stata richiesta. Don Eduardo sentì tornare il panico mentre aveva ricominciato a sudare copiosamente.

Oramai si era fatto quasi mezzogiorno e cinque o sei ragazzini avevano cominciato a giocare a pallone approfittando della saracinesca di una pizzeria chiusa proprio di fronte ai bidoni dell’ immondizia dove stavamo nascosti, quando vedemmo zio Ferdinando uscire dalla saettella più avanti e dirigersi piangendo e sibilando verso zi’ Rafele. «Rafe’ – piangeva il vecchio topo – se ne è andata Carlotta mia… e mo’ che le fanno? Senza lei come faccio a campare… - e disperandosi pregava – San Francesco di Paola, lo sai che ti sono devoto. Fammela tornare o prenditi pure a me…».

Intanto i ragazzini avevano cominciato a fare un chiasso indemoniato, alternando le urla del gioco a sonori colpi dati alla saracinesca abbassata. A Don Eduardo che continuava a parlare con Leopoldo e la Marchesina si avvicinò un vecchio in sandali, canottiera e pantaloncini corti, dalla carnagione scura e le braccia completamente tatuate. «Dotto’ – disse all’ indirizzo del libraio – vogliamo vedere di levarla questa zoccola, che ci stanno pure ‘e criature che pazzeano». A rispondere fu Leopoldo «e perché non ‘a levate vuje? Qua ci sono dei contrattempi burocratici». Il vecchio lo guardò e disse «io? E io che c’entro? Poi a me mi fa schifo».
«Dovete vedere a me» stava rispondendo seccato Don Eduardo, quando una pallonata tirata male da uno dei ragazzini lo colpì facendolo saltare. Prese il pallone inferocito e caricò la gamba con l’ intento di scagliarlo il più lontano possibile. Ma per il calcio Don Eduardo era sempre stato poco dotato. Venne fuori un tiro sbilenco che invece di lanciare il pallone verso l’alto lo indirizzò diritto diritto verso il topo morto.

E qui avvenne quello che Don Eduardo non avrebbe mai immaginato. Zia Carlotta, colpita così violentemente, riprese improvvisamente coscienza. Evidentemente non era morta, ma doveva essere solo svenuta quella mattina al ritorno dalla nottata di gozzoviglie. Si alzò, e ancora con il segno della pallonata in faccia, cominciò a girare in tondo cercando di capire cosa stesse succedendo.
«Carlotta, Carlotta mia» cominciò ad urlare zio Ferdinando, mentre zi’ Rafele la chiamava «qua, corri qua, fai presto…». Zia Carlotta ci vide e ci raggiunse in un baleno mentre zi’ Rafele ed i piccoli già imboccavano la saettella da cui era sbucato zio Ferdinando poco prima.

Don Eduardo dapprima non capì niente di quello che stava succedendo, poi vide il topo rianimarsi ed andarsene via da solo, e tutto rosso e sudato sconocchiò sfogando tutta la tensione di quella mattina con un pianto liberatorio inginocchiato lì sulla strada. La Marchesina, Leopoldo ed il vecchio cominciarono a gridare «miracolo, miracolo, Don Eduardo ha fatto il miracolo». Poi accadde tutto in un attimo. Fofò corse fuori dalla bottega e dai palazzi si affacciarono le vecchie urlando, chiedendo, piangendo e pregando.

Qualcuno corse ad avvertire il prete della Chiesa situata poco più avanti. Monsignor Gregorio degli Uberti inforcò i paramenti, prese l’ acqua benedetta e corse verso il luogo del prodigio. Intanto i ragazzini avevano smesso di giocare ed assieme alle vecchie scese per strada intonavano un vecchio canto di ringraziamento alla Madonna che, era chiaro, aveva proprio Lei armato il piede di don Eduardo. “Andrò a vederla un di’, di stelle coronata….”, cantavano in coro. Presero Don Eduardo di peso e lo portarono a spalle dentro la chiesa, con la Marchesina Tazio che, estratto il suo rosario di avorio cinquecentesco, conduceva i cori di ringraziamento e girandosi alla folla festante diceva «il sindaco, deve fare il sindaco».


Tre giorni dopo, appena più sopra della saettella in cui era scappata la zoccola miracolata, don Luigino trovò una piccola edicola votiva. Dentro c’ era l’ effige di un topo con il volto scavato da una pallonata e l’ iscrizione: D.O.M.D. FRANCISCO DE PAULA FERDINANDUS EX VOTO POSUIT – IN MEMORIAM CARLOTTAE, SURCULAM REDIVIVAM (fine)








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