lunedì 4 maggio 2015

Mastella: «Ciriaco come un lupo con gli agnelli Ma era tutto già scritto»


di Paolo Mainiero da il Mattino

Clemente Mastella è uno che conosce molto bene Ciriaco De Mita. Forse è per questo che è tra i pochi a non stupirsi della scelta last minute del sindaco di Nusco di saltare il fosso e fare un patto con Vincenzo De Luca. Tutto come previsto? «li avevo avvisati che c'era un tentativo di andare dall'altra parte, un tentativo legittimo, per amor di dio, non che fosse un'idea barocca o perversa. Guardate, avevo detto, che De Mita sta alzando la posta in gioco per andarsene con la scusa che con il Pd già sostengono Renzi. E infatti se n'è andato. Ma gli è andata male perché lui pensava di portarsi dietro tutti e invece è rimasto da solo». 
Quando ha capito che stava alzando la posta? 
«Se si fosse fatta la lista unica di Area popolare ci sarei stato anch'io. Ma quando De Mita si è impuntato sulla doppia lista ho capito che all'ultimo momento ci potesse essere un colpo di coda. "Attenti, vi segnalo questa difficoltà", ho detto. È finita come la favola del lupo e l'agnello, con il lupo che accusa l'agnello di aver intorbidito l'acqua». 
Chi è il lupo? 
«I lupi sono notoriamente irpini». 
Perché De Luca dice sì a De Mita? 
«Onestamente, a vedere la confusione che sta con De Luca, devo dire che De Mita è il meglio. Almeno lui è la storia, gli altri non sono neppure cronaca. Numericamente l'accordo ci può stare ma politicamente De Luca ha fatto una minestra indigesta». 
E perché De Mita si offre a De Luca? 
«Se De Mita davvero pensava che la prospettiva per la Campania era De Luca perché l'accordo non l'ha cercato prima? La verità è che l'ha fatto all'ultimo minuto solo per un puro calcolo elettorale». 
Quale calcolo? 
«Pensava di portare a termine un'operazione di largo respiro di cui si sarebbe preso il merito. Invece si è ritrovato da solo, molto solo. Anzi in due, lui e Cesa». 
Cesa, il segretario nazionale dell'Udc, era il più convinto sostenitore di Caldoro... 
«Perciò in questa operazione non c'è nulla di politico. Se la linea di Cesa di sostenere Caldoro fosse stata assurda e inverosimile De Mita l'avrebbe contestata e contrastata. Invece l'ultima notte durante un vertice a Marano Cesa e De Mita scoprono che Caldoro non va più bene. Ma se l'accordo con De Luca, come dicono, è programmatico, quando l'hanno discusso il programma?». 
Cesa è segretario nazionale, Giuseppe De Mita è il suo vice: loro chiusero l'accordo con Caldoro. Poi, alla fine, è arrivato Ciriaco ed è spuntato De Luca. Dunque, è chiaro chi comanda.... 
«Il limite è degli altri non di Ciriaco». 
Però Caldoro, forse intuendo chi comanda davvero, era andato più volte a Nusco. 
«Forse è andato a giocare a tressette, un tressette a perdere. Caldoro dovrebbe scrivere il diario dei viaggi inutili a Ñusco». 
L'accordo tra De Mita e Caldoro sposterà gli equilibri? 
«Non credo, anche perché la sfida non si gioca ne a Nusco ne a Salerno ma a Napoli». 
È la solita storia dei napoletani che votano solo i napoletani? 
«Se i napoletani, verso i quali con un impulso tardo-decadente l'ex sindaco ha manifestato considerazioni non proprio nobili, se ne fottono, allora De Luca può vincere; se riflettono, essendo orgogliosi della loro storia, non lo votano e Caldoro vince». 
Secondo lei prevarrà la strafottenza o l'orgoglio? 
«Prevedo un largo voto disgiunto a favore di Caldoro». 
Ci potrebbe essere un effetto Renzi? 
«Se penso all'abbraccio tra Renzi e De Luca mi chiedo cosa sarebbe successo se mi fossi candidato io». 
E lei che c'entra? 
«Se mi fossi candidato non da condannato, come lo è De Luca, ma solo da indagato sarebbero insorti i maestri della legalità in servizio permanente effettivo, ci sarebbero stati appelli e petizioni dei soliti intellettuali di sinistra, forse avrebbero fatto un girotondo intorno alla mia casa di Ceppaloni. Cose che non vedo per gli altri, tranne qualche balbettio di qualche stanco intellettuale». 
De Luca è un candidato azzoppato? 
«Nasce come anatra zoppa e non ho mai visto un'anatra zoppa volare». 

domenica 3 maggio 2015

La patologia del potere



di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

Fino all'altroieri, Vincenzo De Luca si presentava come l'antitesi militante del bassolinismo e il nemico giurato di Caldoro. Ora stringe un patto di ferro con Ciriaco De Mita, ovvero l'alter ego del bassolinismo e l'alleato di Caldoro. Per parte sua, De Mita (fino all'altroieri) lamentava che la politica stesse abdicando a un populismo senza partito, senza cultura e senza programmi. Ora entra in un cocktail guidato da un leader trasversale e populista e comprendente, oltre ai democratici, spezzoni fittiani, fascisti perbene, "cosentiniani", micronotabili di ogni specie. 
Parigi vai bene un pò di trasformismo, si dirà. Ed è assai probabile, d'altronde, che in pochi ricorderanno certe intemerate di De Luca («da quarant'anni il problema politico della Campania si chiama Ciriaco De Mita») o i ripetuti cambi di casacca del leader di Nusco (con la sinistra nel 2000, con la destra nel 2010, con la sinistra oggi). E ancor meno saranno gli elettori in grado di decifrare la materia del contendere: i conflitti attorno a Pasquale Sommese e Pietro Foglia, il futuro di Antonia e Giuseppe De Mita, questioni indifferenti all'universo mondo. Ma è altrettanto probabile che l'opinione pubblica ne ricaverà comunque il senso di una politica spogliata di ogni ragione programmatica e collettiva. Condotta sul filo di interessi piccoli, personali, tutt' al più familiari. 
Una patologia che segnala ancora una volta il problema dei problemi: quello di una classe dirigente meridionale incapace di rendere più credibili e dunque partecipate le istituzioni. Di un Sud che si conferma territorio di municipalismi, cacicchi sempiterni. Truppe cammellate nei secoli fedeli. De Luca aveva costruito il profilo del grande vendicatore che espelle i mercanti dal tempio («a calci nel sedere»), scioglie nell'acido le burocrazie regionali, decapita le oligarchie sanitarie. De Mita aveva auspicato una politica attenta alla dimensione comunitaria, erede del popolarismo, culturalmente agli antipodi dai demagoghi con la bandana. Oggi i due si alleano proprio con il reciproco paradigma di nemico: De Luca con De Mita, De Mita con De Luca. 
Resta da capire fino a che punto gli elettori apprezzeranno. Ma, se questa è la politica, nessuno potrà stupirsi di fronte alla crescita dell'astensionismo o a un successo grillino. Ne potrà stupirsi, l'anno prossimo, se Luigi de Magistris sarà in grado di rivendicare la sua totale estraneità a simili giochi di potere. Dopotutto, l'opinione pubblica non è quella dei tempi di Depretis. 
Nel frattempo, il connubio ha già avuto i suoi effetti: in Campania, il centro non esiste più e il Pd si spacca ulteriormente tra chi venderebbe l'anima per una poltrona e chi, testardo, pensa ancora alla bella politica. 

mercoledì 29 aprile 2015

Venti di fascismo? - Come Pecore in Mezzo ai Lupi - II serie, puntata 20



Renzi fascista? Forse arrogante e magari un po' scostumato. Ma se da qualche parte bisogna cercare non è nelle sparate del capo del governo (e dei suoi oppositori) quanto piuttosto nel clima culturale che monta ai tempi della crisi.
Con Francesco Nicodemo, Paolo Macry, Arturo Scotto, Ugo Tassinari.
E con Carlo Tarallo si parla della condanna a Genny 'a carogna per aver 'cavalcato' le inferriate dello stadio. Non è che farsi soprannominare 'carogna' sia stata una buona trovata.

Parola di Mario Colella e Norberto Gallo. Giulio Romolo in regia.

mercoledì 15 aprile 2015

Strasburgo: Contrada non andava condannato - Come Pecore in Mezzo ai Lupi - II serie, puntata 19



La Corte europea di Strasburgo dice che Bruno Contrada non andava condannato. Ne parliamo con il suo legale, l' avvocato Giuseppe Lipera, che ci dice che la sentenza servirà per sostenere la quarta domanda di revisione del processo che verrà discussa il 18 giugno a Caltanissetta. (min. 0.20.15)
Che succede al Pd? 
Ne parliamo con una trafelata Luisa Bossa che ha appena abbandonato la riunione dei deputati democratici assieme alla minoranza dopo la decisione di andare avanti nella discussione sull' Italicum nonostante le dimissioni del capogruppo Speranza. (min. 1.15.25)
Del Pd campano e napoletano parliamo con il giornalista Carlo Porcaro. (min 1.37.45)

domenica 12 aprile 2015

Il partito dei piripacchi

E' legittimo, nella dinamica del marketing elettorale dei deluchiani, sparare a palle incatenate sul piddino Luigi Nicolais che dichiara la sua preferenza per Caldoro dopo esser stato fino a ieri sul tavolo dei possibili antagonisti del Presidente uscente.
E' altrettanto legittimo ricordare che Guido Trombetti, un tempo addirittura vicino a Rifondazione Comunista, era stato nel 2001 un nome possibile per la successione a Bassolino come sindaco di Napoli, e nel 2010 anche lui indicato come possibile avversario di Caldoro di cui è divenuto poi assessore e grande sostenitore.
E' legittimo perfino liquidare il mondo dei professori universitari sostenendone la scarsa influenza in termini di peso elettorale.
Poco sensato, invece è crederci anche. E dimenticare che nella mappa dei poteri reali che hanno governato Napoli fin dagli albori della Repubblica c'è l' accademia napoletana. Che non è banalmente un gruppo di impolverati soloni, i piripacchi che stavano tanto antipatici a Rosetta Iervolino, ma una formidabile lobby di pressione, peraltro quella meno conservatrice (ma neanche troppo progressista) tra quelle locali.
Si tratta piuttosto dell' evidente segnale che quel mondo non gradisce (come non aveva gradito 5 anni fa) la candidatura di De Luca e che avvisa (per tempo verrebbe da dire) che tra i due principali competitor punterà su Caldoro.

Scrive il deluchiano di ferro Umberto De Gregorio che De Luca ha contro i poteri forti napoletani (giornali ed accademia in prima fila), ma che è sostenuto dal popolo. Saranno le urne a smentirlo o a dargli ragione. 
Intanto è chiaro che Nicolais era stato tirato in ballo per bloccare De Luca, non Caldoro, e che a farlo non erano certamente stati accademia e giornali locali, ma mondi e poteri reali che già nel 2010 hanno fatto pendere l' ago della bilancia da una parte; e non era quella di De Luca, sostenuto evidentemente (oltre che dall' indefinito popolo) da poteri con interessi non troppo compatibili con quelli dei piripacchi partenopei.

Lo struzzo di Renzi


di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

Forse non è una buona idea tenersi alla larga dalle beghe locali di un parato, essendone il segretario nazionale. Sono molti mesi, ormai, che Matteo Renzi assiste in silenzio ai conflitti interni del Pd campano, ai rinvii delle primarie, ai problemi giudiziari di Vincenzo De Luca, agli arresti eccellenti di Ischia, agli avvisi di garanzia di Ercolano. Fino agli endorsement per Caldoro che vengono da deputati Pd o da personalità di rango come Luigi Nicolais. Ma anche rispetto al sindaco De Magistris, che aggressivamente gli intima di smentire il decreto su Bagnoli, Renzi evita ogni reazione. 
Di fronte alla tempesta, il leader che governa con piglio decisionista il Paese e il partito di maggioranza, non ha mai mosso un dito. Ha preferito la strategia dello struzzo all'assunzione di responsabilità. Ha lasciato aperto il dossier su Bagnoli, implicitamente dando ragione a De Magistris. Ha evitato di bloccare la candidatura De Luca e però non ha detto una parola sulla Severino. Ha aspettato il tintinnio delle manette per imporre un candidato sindaco a Ercolano e questo gli è costato una specie di sommossa del partito locale. 
In politica, del resto, silenzio e ambiguità vanno spesso a braccetto. E le posizioni del Pd, rispetto alle molte spine della Campania democrat, sono spesso ambigue. Al testardo Vincenzo De Luca, Renzi ha negato ogni brindisi, preferendo mandargli in visita Luca Lotti. E Lotti, salomonico, si è limitato a ricordare (berlusconianamente) che gli elettori delle primarie sapevano bene chi votavano. Ma anche con De Magistris, il presidente del Consiglio gioca a vedere e non vedere. Non risponde alle sue continue bordate, ma neppure nomina il famoso commissario per Bagnoli. E intanto il 16 maggio, in piena campagna elettorale, tornerà a Napoli per inaugurare una stazione della metropolitana. Restituendo definitivamente vita politica, col tocco del Re taumaturgo, al controverso sindaco. 
Il fatto è che, mentre lo struzzo della favola lascia che le cose seguano il proprio corso, lo struzzo in Campania influisce eccome sulla situazione. E, tra mezzi endorsement e ambigui rinvii, è lo stesso Renzi che accredita e anzi contribuisce a costruire il singolare partito della nazione che De Luca ha pensato per la conquista di palazzo Santa Lucia. Di questa magmatica area politico-culturale, proprio grazie all'ambigua triangolazione fra Renzi, De Luca e De Magistris, fanno parte al tempo stesso democratici e cespugli della destra berlusconiana, simpatizzanti arancioni e Carlo Aveta, giustizialisti e garantisti, antipolitici e governativi, legalitari e rivoluzionali, amanti del randello e liberali d'antan, napoletani e salernitani. I soliti informati dicono che sarà questo partito a vincere. Sarebbe un segno dei tempi.

giovedì 9 aprile 2015

Integrati e disintegrati - Come Pecore in Mezzo ai Lupi - II serie, puntata 18

Joe Formaggio, sindaco di Albettone, 2500 anime in provincia di Vicenza, sostiene che i campi rom sono «covi di criminalità» e per questo nella giornata dedicata alla promozione della cultura sinti e rom ha deciso di bandirli per sempre dal Comune con un’ordinanza e l’affissione di cartelli all' ingresso del paese.
I campi rom, sostiene, sono «covi di criminalità». Più o meno come la pensa il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, che ci è andato giù duro: «Cosa farei io al posto di Alfano e Renzi? Con un preavviso di sfratto di sei mesi, raderei al suolo i campi nomadi».
Un fenomeno leghista, tutto del profondo nord? Niente affatto. Basta ricordare l' incendio del campo rom di Ponticelli del 2008 o lo sgombero di quello di Poggioreale dell' anno scorso.


Intanto la Corte di Strasburgo stabilisce: alla Diaz ci fu tortura. E l' Italia subisce una censura perchè senza reato di tortura nel codice, i responsabili non furono adeguatamente sanzionati.
Ne parliamo con Marco Rossi Doria, Ugo Tassinari e Francesco Bassini.
Con Nunzio Rovito parliamo di indicatori economici: quali sono quelli da tenere d' occhio per stabilire lo stato di salute di un Paese?




Come ogni giovedi, a Come Pecore in Mezzo ai Lupi con Norberto Gallo e Mario Colella. Regia di Giulio Romolo.