domenica 14 giugno 2015

Due mine vaganti nel futuro di Renzi


di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

Dalla stagione del milazzismo (1958) alla bassoliniana «repubblica delle città» (1996), non di rado il Mezzogiorno è stato il laboratorio di formule politiche che anticipavano localmente fenomeni di scala nazionale. Oggi sembra la volta della Campania. I suoi leader, Vincenzo De Luca e Luigi de Magistris, hanno una forte caratura territoriale: il primo ha vinto grazie a Salemo, il secondo non esiste al di fuori di Napoli. Ma le loro strategie alludono a tendenze che potrebbero coinvolgere i palazzi romani e l'intero Paese.
Sindaco e neo-governatore sono emersi sfidando i partiti tradizionali. De Magistris vinse a Napoli sulle ceneri di una sinistra ferocemente divisa. De Luca si è imposto a un Pd che non lo amava, ma che alla fine l'ha visto come l'unico in grado di garantirgli la Campania. I due non hanno cioè debiti in sospeso con le segreterie nazionali. Piuttosto, sono destinati ad aggravarne la crisi. 
De Magistris ha finito per sbriciolare lo zoccolo di opinione della sinistra cittadina, mescolandolo con gli umori dell'antipolitica. De Luca si è appoggiato ai pacchetti di voti dei signorotti locali, senza curarsi se fossero di destra, centro o sinistra. Sono i campioni di quelle periferie politiche che Renzi mostra di non controllare. Mine vaganti sul terreno già disastrato del bipolarismo italiano. 
Ma non basta. Oltre che contro i partiti, sindaco e presidente sono anche contro il centralismo del governo. Se Caldoro aveva accettato la soluzione commissariale indicata per Bagnoli dallo «Sblocca Italia», de Magistris e De Luca dicono no. Chiedono che Roma non tocchi le prerogative locali. Hanno idee eretiche, dalla gestione dei rifiuti al condono. Pretendono più risorse. Se per il buon governo o per le clientele, si vedrà. Ma intanto il messaggio è chiaro. 
Ed è parimenti chiaro come l'obiettivo sia, in ogni caso, il Fiorentino. È il segretario Renzi che viene minacciato dalla frammentazione neofeudale del consenso e dall'ostentata lontananza dal Nazareno. Ed è il premier Renzi che deve affrontare l'ostilità della Campania e di Napoli nei confronti delle sue policies. Inutile aggiungere che la doppia crociata antipartitica e anticentralista appare assai simile ad un equilibrismo senza rete. 
Il tramonto della coppia destra-sinistra e il rivendicazionismo territoriale sembrano aprire ai leader meridionali una prateria di consensi. In realtà nella prateria scorrazzano anche — e numerosi a tal punto da costituire il primo partito a Napoli — i bisonti a cinque stelle. Potrebbero essere loro a raccogliere i frutti del «laboratorio politico» che altri hanno promosso. Dopotutto, sono i più puri: estranei a giochi di potere, cambi di casacca, corsa alle poltrone, E non hanno una Severino con cui vedersela. 

lunedì 8 giugno 2015

De Luca: nomino subito il vice. Intervista a Gianluigi Pellegrino: «altro che mie idiozie, quell`atto sarebbe un abuso»



di p. mai. da il Mattino di Napoli

L'avvocato Gianluigi Pellegrino, che recentemente ha vinto in Cassazione il ricorso sulla competenza del giudice ordinario e non del Tar sulla legge Severino, spiega perché secondo lui Vincenzo De Luca non potrà nominare il vice. 
De Luca sostiene che lei dica idiozie, sostiene che vi siano altri giuristi secondo i quali ad un nuovo eletto come lui la Severino non si dovrebbe applicare. 
«A parte lo stile, per il quale ringrazio De Luca, non esiste un giurista al mondo che possa dire quello che lui sostiene avendo già la Corte Costituzionale espressamente evidenziato che sarebbe contro i principi fondamentali del nostro ordinamento ritenere che il voto e il consenso elettorale fungano da improprio lavacro». 
De Luca ricorda le parole di Renzi, «chi vince governa». È così? 
«Mi sembra che De Luca teorizzi una costituzione basata sull'unto dal signore, cosa che può essere un progetto di riforma ma che al momento, per fortuna, non è nel nostro ordinamento repubblicano. Dispiace che Renzi e il Pd diano sponda a questa tesi abnorme. Un domani auguro a De Luca di essere assolto in appello ma oggi è certo che per la legge che lui dice di voler rispettare deve astenersi da ogni atto pubblico, come la Consulta ha chiarito più volte, in applicazione di norme che esistono da oltre vent' anni. La Severino ha solo aggiunto l'abuso di ufficio in luogo del vecchio interesse privato in atto pubblico». 
Renzi ha assicurato che il tempo delle leggi ad personam è finito. 
«Però vogliono fare una cosa ancora più grave, vogliono garantire a De Luca un trattamento ad personam ritenendo plausibile che un soggetto interdetto per legge dall'esercizio di funzioni pubbliche nomini un suo alter ego. Basti pensare che la legge Severino si applica in modo uguale sia per i reati contro la pubblica amministrazione sia per i reati di mafia. Chi mai affermerebbe che un condannato per mafia possa nominare un alter ego?». 
Ma De Luca continua a ripetere che lui la legge Severino vuole rispettarla? 
«E però si accinge a fare l'opposto. Rispettare una legge come la Severino vuoi dire rispettare l'esigenza di ordine pubblico acché il soggetto incompatibile si astenga da qualsivoglia atto e non entri in nessun contatto con la funzione come ha evidenziato la Consulta». 
C'è chi sostiene che senza la possibilità di nominare il vice si passerebbe dalla sospensione alla decadenza, non prevista dalla Severino. 
«Nessuno sta spiegando a Renzi e a De Luca che ci sono moltissime ipotesi in cui la doverosa sospensione può comportare effetti anche di scioglimento. Basti pensare che identica disciplina si applica in caso di arresto. E pure in quel caso sei candidabile, hai la presunzione di innocenza, ma sei sospeso ex lege. Oppure si vuole stabilire che pure l'arrestato può nominarsi la giunta? Sono cose dell'altro mondo. Si consideri, ancora, se ci fossero stati partiti così irresponsabili da candidare tutti consiglieri nelle condizioni di De Luca. Anche in quel caso stesso effetto. Non è altro che la conseguenza della scelta di aver candidato alla carica monocratica essenziale e di vertice della Regione un soggetto che si trovava nella condizione interdittiva per legge». 
Lo Statuto indica determinati tempi e passaggi ma De Luca ha annunciato che nominerà il vice. È possibile? 
«Sta annunciando un abuso anche per questo, un comportamento di chiara violazione della legge. Ed è singolare che la presidenza del consiglio dei ministri, che dovrebbe essere la controparte di De Luca in questa vicenda, in realtà risulta impegnata a cercare escamotage perché la norma venga sostanzialmente aggirata». 
Si preannuncia una lunga stagione di ricorsi? 
«Si sta esponendo l'istituzione Regione a infinite fibrillazioni e all'intervento delle forze di polizia e di chiunque abbia interesse a ricorrere quando invece soluzioni legali ci sarebbero». 
Quali? 
«Non una legge ad personam ma ad istitutionem che ponga rimedio al pasticcio combinato e, sino a quando e se De Luca avrà risolto i suoi problemi, dia alla Campania una guida vicaria non certo scelta da parte del soggetto incompatibile. In alternativa o si cambia la Severino come chiede De Luca o si torna al voto. Il trattamento ad personam che si annuncia invece non solo è una clamorosa violazione dell'ordinamento ma aprirà una infinita tensione istituzionale».

domenica 7 giugno 2015

Decide sempre un giudice



di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

«Chi vince, governa», ripete spesso il neoeletto Vincenzo De Luca. Con una rivendicazione della sovranità popolare che suonerebbe superflua se non vi fosse, sulla sua strada, l'impedimento della Severino. Ma visto che l'impedimento esiste, quelle parole appaiono paradossali, più che arroganti. E il paradosso è che, mentre De Luca rivendica la preminenza della politica e della rappresentanza (perfino sulla legge), sarà invece un giudice a decidere se potrà governare la Regione o dovrà farsi da parte. Sempre alla magistratura, del resto, toccò stabilire gli effetti della Severino sulla sorte del sindaco di Napoli. Detto altrimenti, i giudici hanno pesato (de Magistris) e peseranno (De Luca) in modo determinante nelle dinamiche politico amministrative della Campania. Anche due leader a forte caratura bonapartista («è il popolo che mi vuole») sono alla mercé di decisioni assunte nelle aule di giustizia. Dove il protagonista non è la politica, ne un responso elettorale. 
D'altronde, chiunque abbia un po' di memoria (e una certa età) ricorda come per decenni il ceto politico abbia cercato di ingraziarsi la magistratura con leggi e leggine che ne rendevano automatica la carriera, ne accrescevano gli emolumenti, la spogliavano di responsabilità, le davano competenze discrezionali come in nessun altro paese europeo. Nel frattempo, per assecondare le piazze giustizialiste, quello stesso ceto politico decideva di spogliarsi di protezioni e prerogative di natura costituzionale. 
La Severino è soltanto l'ultimo anello di una catena legislativa dettata dai tatticismi e dalla debolezza di partiti e parlamenti. Varata in fretta e furia col solito intento di difendersi dall'antipolitica, improntata a un rigore degno di Torquemada, non priva di errori, la Severino ha permesso di liquidare la carriera pubblica di Berlusconi. Ma rischia di ritorcersi contro quella sinistra che, tre anni fa, l'aveva patrocinata. E oggi chi può credibilmente protestare se un giudice la applica (o, meglio, è tenuto ad applicarla)? 
Come un cane che si morde la coda, la politica continua a glorificare strumentalmente la giurisdizione. Poi, quando ne subisce i fulmini, accampa una propria ormai delegittimata autonomia. Ed è costretta ad attenderne con ansia il responso. 
La stessa baruffa sull'Antimafia suggerisce che una cultura delle garanzie non s'improvvisa. Scimmiottando la magistratura, i partiti avevano affidato all'Antimafia l'applicazione di un codice etico rigido e prescrittivo. La conseguenza? Rosi Bindi ha finito per mettere all'indice anche De Luca e De Luca ha reagito denunciandola all'autorità. Come dire che, gira e rigira, l'ultima parola sui casi della politica spetta sempre a qualche giudice.

martedì 2 giugno 2015

Una prima analisi del voto in Campania



I voti infatti si contano, non si pesano, né può farsi diversamente in una pubblica assemblea, dove nulla è tanto ineguale che l'eguaglianza stessa. (Plinio il Giovane)

di Norberto Gallo - Nell' azzardare una prima, stringata analisi del voto, il dato che salta agli occhi è il numero di votanti campani: 2milioni e 400mila persone, esattamente quanti avevano votato alle europee di un anno fa. Questo dato e lo scenario politico radicalmente mutato dall' irrompere sulla scena nazionale di Matteo Renzi, rende impossibile il paragone rispetto alle scorse regionali, quando votarono 3milioni e 100mila elettori e Caldoro vinse con 1milione e seicentomila voti contro il milione e 240mila di De Luca, mentre il Movimento 5 Stelle con candidato Roberto Fico, si fermò ad appena 40mila voti.
Stavolta De Luca vince con 988mila voti, 67mila di scarto rispetto ai 921mila di Caldoro. Merito del travaso di voti 'Caldoriani' ed anzitutto dell' alleanza 'last minute' con De Mita che sposta 53mila voti da destra a sinistra. Se fosse rimasto con Caldoro il centrodestra avrebbe vinto con 40mila voti in più.

Rispetto alle europee, dove si votava con il proporzionale e senza coalizioni, la lista del Pd in era renziana perde 390mila voti, che però restano a De Luca tra voti al solo candidato presidente e liste civiche apparentate.
Suggestiva la coincidenza, ovviamente tutta da verificare rispetto agli effettivi flussi di spostamento del voto, tra i 140mila voti che perde il M5S ed i 140mila che guadagna Caldoro rispetto alla somma dei voti presi dai partiti di centrodestra alle scorse europee. 
Debacle di Sel che passa dagli 87mila voti della lista Tsipras ad appena 52mila voti, restando fuori dal Consiglio regionale con un modesto 2,32%.

lunedì 1 giugno 2015

Regionali in Campania. Vince De Luca - Come Pecore in Mezzo ai Lupi - 2 serie - puntata 24



Ecco il podcast dello speciale elezioni regionali di Come Pecore in Mezzo ai Lupi.
Vince Vincenzo De Luca. Notizie in collegamento con l’ agenzia Omninapoli Carlo Porcaro. 
A commentare con Norberto Gallo e Mario Colella, Claudio Velardi, Paolo Macry, Ugo Tassinari, Francesco Bassini, Graziella Pagano. 
In studio Gaetano La Nave, da New York Vincenzo Pascale. 
Regia di Giulio Romolo.

venerdì 29 maggio 2015

Quella foto galeotta...



Riguardate questa fotografia. E' una foto di un anno fa, quella tirata in ballo da Carlo Tarallo che ne ha scritto per retenews24.
Siamo chiaramente ad un fine cena; a posare sono Rosy Bindi e Angelo Montemarano, ai tempi della giunta Bassolino potentissimo assessore alla Sanità e capocorrente bindiano in Campania. Bersaglio privilegiato dell' opposizione di centrodestra che lo considerava “il principale responsabile dello sfascio della sanità campana”, parola dell' allora consigliere regionale Rivellini che nel 2008 ne chiese le dimissioni in aula
Altri tempi evidentemente, visto che la serata trascorsa insieme era per festeggiare la nomina dell' ex assessore all' Arsan, l' Agenzia Regionale per la Sanità, stavolta ad opera del centrodestra alla guida della Regione dal 2010.
Di quella foto, che venne pubblicata da il Velino, si è ricordato Vincenzo De Luca, approfittandone per lanciare strali sulla Bindi presidente della Commissione Antimafia che ha pubblicato il nome degli 'impresentabili' alle regionali, mettendo in cima a tutti proprio lui.
Reazione risentita la sua, certo. Ma che a guardare meglio la fotografia sembra essere in fondo un po' giustificata. 
Perchè nella foto, a posare con gli altri, sono riconoscibili altri due membri della stessa commissione. La deputata della minoranza del Pd, Luisa Bossa ed il senatore di Sel Peppe De Cristofaro. Quest' ultimo abbracciato all' ex assessore di Sel nel consiglio comunale di Portici, Stefania Scarano, dimessasi prima delle elezioni in conflitto con il suo partito per ragioni che, secondo la stampa locale, sarebbero da ricercare nella candidatura del presidente del consiglio comunale, fedelissimo di Montemarano alle elezioni regionali.
Ovviamente quei nomi e quei volti sorridenti sono poco per immaginare complotti ai danni di qualcuno. 
Certo è che se inopportuna (a dir poco) è la trovata della Bindi di pubblicare il giorno prima del silenzio elettorale il nome di De Luca tra gli impresentabili individuati dalla commissione Antimafia (a proposito, non è chiaro cosa c' entri la mafia con i presunti reati contestati agli impresentabili suddetti dalla Commissione, che in serata ammette pure di avere fatto un nome per sbaglio), quella foto lascia di stucco e fa pensare che oggettivamente la politica campana nasconda più cose in cielo e in terra di quante ne possa immaginare la nostra più contorta fantasia...

domenica 24 maggio 2015

Una Napoli accerchiata



di Paolo Macry da il Corriere del Mezzogiorno

Venerdì scorso, decidendo infine di scendere in campo per il candidato della Campania Vincenzo De Luca, Matteo Renzi ha scelto come palcoscenico Salerno, non Napoli. Come se fosse andato a Pavia e non a Milano, a Latina e non a Roma. È solo un indizio, ma significativo. Le prossime regionali sembrano segnalare il declino della centralità di Napoli. Naturalmente, il messaggio è stato chiaro: votate il sindaco di Salerno, ha detto Renzi, perché a Salerno ha fatto ottime cose. Così suggerendo che sia il municipio e non la regione il cuore periferico della cosa pubblica e che un modello amministrativo costruito nella «piccola città» sia trasferibile a un territorio di sei milioni di abitanti. 
Al tempo stesso, Renzi ha potuto ignorare i conti in sospeso che il suo governo ha con Napoli, da Bagnoli al porto. Certo è che, mentre De Luca promette di trasferire a Palazzo Santa Lucia il proprio decisionismo salernitano, si moltiplicano i tenitori che decidono di salire sul carro di una Regione non più napolicentrica. Da Ciriaco e Giuseppe De Mita a Erminia Mazzoni, sono i leader dell'Irpinia, del Sannio, del Casertano a uscire allo scoperto. Un puzzle di poteri e comunità che ha sempre pesato negli equilibri regionali, ma sempre dando per scontata la primazìa (spesso vorace) del grande capoluogo. Oggi, dietro la bandiera della sinistra deluchiana, a essere messa in questione è la tradizionale «Regione napoletana». 
Nel frattempo, l'ex capitale tace. Tace quel Luigi de Magistris che ha evitato di mettere i bastoni tra le ruote a De Luca e possiede non pochi numeri per una fruttuosa convivenza con l'eventuale governatore: lo zoccolo duro popolare, il decisionismo, il piglio antipartitico. Che Napoli sarebbe quella di de Magistris sindaco e De Luca governatore? E tace un ceto politico cittadino che una volta esprimeva ministri e sottosegretari in quantità e oggi non ha più neppure la forza di garantirsi la guida della Regione. 
Napoli appare schiacciata tra Roma e Salerno, tra un governo centrale (e centralista) che ha orizzonti ben più ampi della metropoli partenopea e le rappresentanze di periferie lungamente assoggettate alla dura legge del capoluogo. Il che qualcosa avrà pure a che vedere con la tenuta dei suoi ceti medi e delle sue classi dirigenti. 
Pochi Cavalieri del Lavoro, lamentava ieri su queste colonne Luciano Cimmino. E non è l'unico segno di una certa stanchezza delle élite urbane. Passato il tempo di Napoli 99 e di Lucio Amelio, del glorioso San Carlo e delle grandi mostre di Capodimonte, la città sembra aver perso ambizioni e obiettivi, ridimensionato perfino il suo leggendario orgoglio identitario. Forse è comprensibile che Renzi non se ne curi troppo.