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Scritto da Aldo Trione da il Corriere del Mezzogiorno, 07-10-2008 07:22


Anche se ancora non ha trovato, in Campania, un suo leader autorevole, il Pdl mostra tuttavia un diffuso radicamento sociale, peraltro costantemente sostenuto e legittimato dalla presenza e dall'attenzione «neomeridionalistica» di Berlusconi. 
Del tutto diversa è la realtà del partito di Veltroni, che, da troppo tempo lacerato al proprio interno e privo di un riconosciuto gruppo dirigente, esibisce sempre più, nel Sud e in special modo nella nostra regione, una sorta di debolezza strutturale, politica, addirittura antropologica.
Ma proseguiamo con ordine. Mettiamo, per qualche tempo, tra parentesi certe discussioni degli ultimi mesi (forse troppo accademiche) sulle responsabi-lità, le inadempienze, le debolezze morali di larghe schiere d'intellettuali che si sono occupati della questione meridionale; e torniamo alle cose, per riflettere non sulle responsabilità, (che, invero, sono poche) di singoli studiosi o di osservatori della politica, ma di un'intera classe dirigente, che da oltre venti anni governa con metodi discutibili la regione, capoluoghi di province, città grandi e piccole, enti e fondazioni; e che si è rivelata impreparata e priva anche degli strumenti minimi per avviare un reale processo di modernizzazione di una realtà come la nostra, quanto mai complessa e intricata.
Tornare alle cose significa non solo tentare di comprendere la specificità della crisi, ma individuare le responsabilità singole e collettive che l'hanno determinata. Crisi economica, sociale, culturale, assai diversa da quella che ha caratterizzato tanti momenti difficili del passato, quando si lavorò, non senza entusiasmo, per uscire dalla catastrofe postbellica e per dar vita a una politica democratica nuova. Fu allora che i partiti, pur nella diversità delle prospettive, si ritrovarono in un progetto comune, teso a ricostruire su basi democratiche soprattutto la nostra società meridionale, attraverso la formazione di una classe dirigente culturalmente attrezzata ed eticamente sorretta.
Ma quel progetto, com'è noto, alla fine degli anni '60 venne irrigidendosi in una sorta di immobilismo istituzionale, che, però, all'epoca della fine della cosiddetta Prima Repubblica fu attraversato e quasi sconvolto da una ventata nuova, che ebbe i suoi punti fermi nella fine dei partiti storici, nella stagione dei sindaci e in una diffusa, ancorché malcelata, cultura antipolitica.
A sinistra, non tutti compresero che quella realtà, per molti versi inedita, esigeva passaggi seri, responsabilità, competenze. Richiedeva una classe dirigente moderna, la quale, purtroppo, non è stata «coltivata » né formata. Oggi, all'apparir del vero, si scopre che c'è il vuoto; ci si arrampica sugli specchi; e si è del tutto impreparati alla grande sfida dei prossimi mesi. Ma appaiono addirittura ingenerose certe palinodie di quanti con colpevole ritardo, recentemente, hanno individuato in qualche personalità politica ormai declinante la figura del male, della insipienza e dell'errore. Sarebbe necessario uno stile intellettuale più sobrio, al fine di riprendere (se si è capaci) alcuni itinerari interrotti, nella consapevolezza che le vere trasformazioni sociali avvengono solo attraverso percorsi ardui, senza scorciatoie improbabili.




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