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Lo strano caso del Pd all’americana e della sua classe dirigente sovietica PDF Stampa E-mail
 

Scritto da Francesco Cundari da il Foglio, 20-11-2008 22:28


Nel pomeriggio le agenzie battevano due notizie in rapida successione. La prima riguardava le mancate dimissioni di Riccardo Villari da presidente della commissione di Vigilanza sulla Rai e il direttivo del gruppo democratico prontamente convocato per decretarne l’espulsione. La seconda riguardava Joe Lieberman.
“L’ex candidato democratico alla vicepresidenza che ha ‘tradito’ il partito appoggiando la candidatura del repubblicano John McCain alle presidenziali del 4 novembre – dice l’Apcom – è tornato nei ranghi: continuerà a far parte del gruppo democratico al Senato e il partito in cambio gli lascerà la guida della prestigiosa commissione di Homeland Security” (altri lanci spiegano che è stata una vittoria di Barack Obama, che aveva chiesto espressamente “mano leggera”).

Il contrasto tra le due notizie non potrebbe essere più significativo. La penosa vicenda della commissione di Vigilanza, infatti, ha riaperto un problema che il Partito democratico si porta dietro sin dalla nascita, frutto di quelle primarie ibride che il 14 ottobre hanno prodotto un’elezione a metà, da cui non poteva che emergere un segretario dimezzato. Il 14 ottobre del 2007, infatti, milioni di liberi cittadini hanno scelto un leader senza bisogno di esibire alcuna tessera, proprio come in America, ma un leader che tutti sapevano essere stato già designato dal gruppo dirigente, sostenuto per giunta da una congerie di liste diverse (“A sinistra per Veltroni”, “Democratici per Veltroni”, eccetera). Un paradosso che si spiega soltanto con la persistenza di un’antica idea, per niente americana, secondo cui il futuro capo avrebbe dovuto riassumere in sé, ed equamente rappresentare, tutte le diverse posizioni.

Da questa incoronazione a metà – a metà cioè tra convention americana e congresso bulgaro – sono venute di conseguenza, l’una dietro l’altra come tante ciliegie avvelenate, tutte le contraddizioni esplose negli ultimi giorni, con un Partito democratico che si richiama a Obama, ma da oltre una settimana è impegnato a discutere su chi debba essere deferito al tribunale interno per mancanza di disciplina, si tratti di Paola Binetti per le sue dichiarazioni su gay e pedofilia o di Riccardo Villari per la sua elezione alla Vigilanza, per finire con Nicola Latorre e i suoi bigliettini. Un dibattito confuso e spesso surreale, che nasconde il vero oggetto della contesa, che resta il modello di partito. Da un lato, infatti, c’è il modello dei democratici americani, partito senza tessere perché senza rigide e prefissate gerarchie di apparato, sostituite dalla libera competizione sul mercato del consenso tra eletti del popolo, ciascuno con la propria rete di lobby, fondazioni, think tank; dall’altra il modello “europeo”, in cui la tessera dà appartenenza e identità, o per meglio dire identificazione, ma al tempo stesso ne richiede, domandando fedeltà all’unica linea stabilita dalla rigida gerarchia segreteria-direzione-federazioni-sezioni.

La manifestazione più evidente della tara genetica trasmessa al Pd da quelle primarie sovietiche si vede dal fatto che i sostenitori del “modello americano” (veltroniani) si esprimono e si comportano ormai come dirigenti del Pcus brezneviano; mentre i sostenitori del “modello europeo” (dalemiani) si esprimono e si comportano già come i loro (lontani) parenti americani. Ultimo anello di questa triste catena di contraddizioni è l’agghiacciante regressione moralistica che li colpisce tutti. E che porta i veltroniani a fomentare la base contro Latorre, peraltro con argomenti che sono identici a quelli usati contro di loro dai prodiani, ma soprattutto dagli stessi dipietristi, che ogni giorno ne denunciano gli scambi di messaggi, attenzioni e favori con il nemico. Mentre i dalemiani, abbandonandosi alla stessa deriva moralistica, ricordano i bigliettini passati a suo tempo tra Walter Veltroni e Pier Ferdinando Casini nel 2006 (quelli in cui si auspicava un “Senato imballato”).

E così, mentre il veltroniano Giorgio Tonini dichiara che Villari “ha ceduto alle tentazioni della carne”, Arturo Parisi ha buon gioco nel fare la sintesi: “Comunque oggi vada a finire, il partito esce sconfitto. Sia se con l’assenso di Berlusconi Villari resti, sia se col sostegno di Berlusconi sia esso invece costretto a lasciare”. Il fatto è che la richiesta di disciplina è giustificata dalla democrazia interna, e il “correntismo” dal partito aperto (cioè partito degli eletti, a cominciare dall’eletto alle primarie). Disciplina senza democrazia si traduce nel modello sovietico; correntismo senza apertura si traduce nel buon vecchio modello democristiano.




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