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Il gattopardo napoletano PDF Stampa E-mail
 

Scritto da Mariano Maugeri da il Sole24ore, 06-01-2009 09:49


La crosta che avvolge Napoli non si è frantumata neppure questa volta. Rosa Russo lervolino ha annunciato ieri un maxirimpasto della sua giunta comunale con sci nuovi assessori. La patetica Rosetta di queste terribili giornate partenopee è saltata in groppa a un gattopardo ritinto come lei e con le unghie spuntate del suo mentore, Antonio Bassolino.
Palazzo San Giacomo è ormai la decima università della Campania, il ricovero dorato di docenti frustrati sottomessi al pensiero unico e ai generosi flussi di cassa dei Palazzi del potere. Questo è un governo di fedecommessi, gli occasionali esecutori di un testamento infarcito di debiti e malamministrazione, A declinare l'invito avvelenato di un posto di assessore sono stati in tanti: a Francesco Boccia, economista e deputato PD è bastato scorrere i bilanci degli ultimi anni; ad Adriano Giannola, decano degli economisti e allievo del meridionalista Manlio Rossi Doria, una veloce chiacchierata con il sindaco. Chi farebbe parte di un consiglio di amministrazione che come amministratore delegato ha Rosetta Iervolino?
L'azienda Napoli è fallita. Lo denunciano i conti, come hanno mostrato le inchieste del «Sole-24 Ore», lo conferma l'arresto del sacerdote della Pianificazione strategica, l'assessore al Bilancio, Enrico Cardillo, lo comprova il precipizio dentro il quale non smette di rotolare quella che con enfasi mal riposta la sindaca chiama «la terza città d'Italia». Riccardo Realfonzo, che subentrerà allo sfrantummato Cardillo, non dev'essere un economista così fidato se i gattopardi spelacchiati si sono premurati a privarlo del controllo sulle partecipate e delle risorse europee, la vera mangiatoia affidata alle cure dell'ex giovane leone bassoliniano e leader della Fgci Nicola Oddati. Napoli è così: si dà ai furbetti del partito, magari inquisiti dai magistrati, si toglie agli onesti.
La fanatica resistenza della lervolino («io non abbandono la nave che affonda» dice con un capovolgimento logico che vuole il comandante unico irresponsabile dell'affondamento) ha sconquassato definitivamente il Partito democratico, con la danza funebre delle fameliche tribù in lotta che si disputano gli scarti: Luigi Nicolais, ex bassoliniano ed ex ministro alla Funzione pubblica del Governo Prodi, d'accordo con Walter Veltroni, ha chiesto invano un azzeramento dclla Giunta. Niente da fare: c'erano da difendere gli assessori bassolinani e i professori cooptati nel rimpasto di aprile. Nicolais si è dimesso dall'incarico di segretario provinciale, una scelta niente affatto scontata nella terra dove la politica rivaleggia con le Piedigrotta e celebra un carnevale al giorno. Quello di ieri, tra i tanti, è stato officiato dalla santa e immacolata sindaca, che ha seminato parole di apprezzamento per il Pd provinciale, regionale, romano e forse per la direzione ultraterrena. Una sindrome autistica reiterata negli stessi minuti durante i quali Nicolais si dimetteva in polemica proprio con il sindaco, che in conferenza stampa citava un accordo con Nicolais ratificato «a casa mia». Rappresentazioni prive di una bava di onestà che ora potrebbero alienarle il sostegno dei partiti di maggioranza: Rifondazione comunista, comunisti italiani e sinistra democratica non ne vogliono più sapere delle ipocrisie dell'ex ministro degli Interni. Prima o poi le elezioni si terranno. E allora saranno guai.
La sindaca nel paese delle meraviglie non se ne cura. E ripete la versione più conveniente a se stessa, mentre la realtà s'incarica di smentirla mentre parla. È una malattia senile, è la Napoli arteriosclerotica e ottuagenaria che rimpasto o non rimpasto vedrà sugli scranni più rappresentativi del consiglio comunale tre signori d'altri tempi (la sindaca, il vicesindaco Tino Santangelo, l'ex guardasigilli e magistrato Luigi Scotti con delega alla legalità fanno 220 anni in tre). I giovani ci sono, ma si tratta di soprammobili che è meglio non scrutare da vicino. L'ingresso in Giunta della sociologa Enrica Amaturo, metodologa ed esperta in politiche sociali, poteva essere l'occasione per sperimentare uno straccio di intervento nei quartieri ghetto di Scampia o della Sanità, fabbriche di camorristi a ciclo continuo. Invece, la delega rimane a Giulio Riccio di Rifondazione comunista, ormai in rotta con il suo partito, un quarantenne che ha strappato la maturità a trent'anni e vanta competenze inoppugnabili come l'incarico di tesoriere provinciale di rifondazione. Alla Nettezza urbana, al posto del fassiniano Gennaro Mola («ha lavorato benissimo», si scusa con lui la solita Iervolino, che gli affida il mandato sfortunatissimo dei rapporti con l'Anci che fu di Gambale) è stato cooptato dalle fila degli ex dipendenti del Comune di Roma, Direzione rifiuti e igiene pubblica, il veltroniano Paolo Giacomelli.
Ora, se c'è una città in Italia che sulla monnezza e la differenziata non può proferir parola è proprio Roma. Ascoltato dalla commissione d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, Giacomelli dice: «La differenziata non possiamo permettercela, costa troppo». Opinione rispettabile, ma Napoli ha bisogno di un assessore che la pensi in modo diametralmente opposto, uno che creda ciecamente alla differenziata e magari abbia il coraggio di lanciare una sottoscrizione pubblica per raccogliere fondi. L'amministratore delegato, sempre lei, o sceglie le persone sbagliate o gli affida deleghe che non corrispondono ai loro profili. Rosetta è inadeguata. Ormai se ne sono accorte pure le pietre.
Antonello Ardituro, il giudice che ha istruito il processo sulla guerra di Pianura, si è rivolto alla Iervolino e alla Giunta, ribattezzata in queste ore Junta, alla birmana, con queste parole: «Napoli è una città senza capo né coda». Provate a dargli torto.




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