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Addio a Piro, l'amico dei matti (e dei gatti) PDF Stampa E-mail
 

Scritto da Eleonora Puntillo da il Corriere del Mezzogiorno, 09-01-2009 07:30


«Abbiamo fatto un bel falò, ci abbiamo ballato intorno, ce n'è voluto per bruciar tutto…!». Sergio Piro così raccontò l'abolizione degli strumenti di tortura, un falò fatto con i «corpetti», le «fascette», i materassi col buco e tutto quel che serviva per imprigionare i «matti» sui letti di contenzione nell'ospedale psichiatrico Materdomini di Nocera Superiore. 
A ballare intorno a quel fuoco con lui direttore, medici e infermieri che avevano condiviso il lungo cammino di liberazione, e tanti di quei «matti» che non sarebbero stati mai più trattati come rifiuti umani. Cammino fissato nelle immagini di Luciano D'Alessandro, splendide e terribili testimonianze che a Sergio sono state sempre care; ha voluto mostrarle di nuovo pochi mesi fa quando intervenne a una rievocazione del '68 al Pan, dove volle ricordare anche, con tranquilla convinzione, il saluto che ci si scambiava in quella e nelle tante altre battaglie di civiltà: sventolò una piccola bandiera rossa (che poi, sedendosi, mise sulle spalle come uno scialle) e alzò il pugno chiuso. Per lui nulla di inattuale, anzi: sottolineatura del significato di quella apparente inattualità.
Credo che voglia essere salutato così, stamane alle 9,30, quando la sua bara partirà per la cremazione a Pontecagnano dalla casa di via Raffaele De Cesare a Santa Lucia. Casa nella quale s'è spento ieri mattina, serenamente, stroncato da un vecchio malanno cardiaco; casa dove ha lungamente vissuto e studiato accanto alla moglie Maria de Lutzenberg e ai figli Massimiliano e Francesco, e dove è stato un incessante affluire di centinaia di colleghi ex allievi amici estimatori e anche ammiratori. Sì, perché Sergio è stato uomo dalla parola affascinante, di vastissima cultura e forte capacità comunicativa, che non ci si stancava mai di ascoltare. Nato a Palma Campania (9 settembre 1927), vissuto fino ai 7 anni a Olbia in Sardegna, si laureò nel 1951 in Medicina a Napoli, da «studente interno» nell'Istituto di Psicologia, rimanendo poi come medico volontario fino al '59 nella Clinica universitaria delle Malattie del sistema nervoso anche dopo la specializzazione in neuropsichiatria (1956) e la libera docenza. Anni di studi anche filosofici, partecipando alle elaborazioni sulla Fenomenologia con attenzione al marxismo, rappresentata nell'Università da Aldo Masullo e Paolo Filìasi Càrcano. Nel giugno '59 è direttore dell'Ospedale psichiatrico di Materdomini, dove nel giro di pochi anni riesce, nonostante i sospetti e gli ostacoli soprattutto politici, a dar vita a quello che sarà il secondo esperimento italiano di psichiatria alternativa, con la costituzione di una comunità terapeutica che nasce pochi mesi dopo quella di Basaglia a Gorizia. Nessuna meraviglia che non partecipasse alle infuocate assemblee della lunga «rivoluzione» che paralizzò nell'anno accademico 1968-'69 la napoletana facoltà di Medicina a opera degli allora docenti subalterni e di studenti che negli anni precedenti avevano duramente denunciato baronie e speculazioni (anche edilizie, intorno ai suoli del nuovo Policlinico). Piro faceva la sua rivoluzione a Nocera, che dovrà lasciare proprio nel '69, ma dove la sua azione liberatoria non potrà essere cancellata; è fra i fondatori di Psichiatria democratica (nella segreteria dal '76 all'81, poi nel coordinamento nazionale), prosegue nell'azione liberatoria come direttore degli ospedali psichiatrici napoletani «Bianchi» e «Frullone», come docente di Psichiatria e Psicologia sociale (dall' 83 al '91) quindi dall'80 direttore del Centro ricerche sulla psichiatria e scienze umane, infine come responsabile dell'area dipartimentale Salute mentale dell'Asl Napoli 1. Si deve a lui il progetto da cui è nata nell'83 la legge regionale sulla psichiatria, attuando quella nazionale che porta il nome di Basaglia. «Ma Basaglia non l'avrebbe mai fatta così quella legge, l'avrebbe fatta meglio… questa trasformazione ha avuto una serie di resistenze enormi culturali, ideologiche, politiche, ma anche professionali »: sono le sue parole in un'assemblea di studenti del liceo classico «Vico», nel maggio '99, quando ai ragazzi fa la storia dei manicomi evolutisi da lazzaretti per i rifiuti umani a luogo dove si fingeva di curare la malattia mentale, «categoria che è una trappola», afferma; e racconta «di aver studiato il linguaggio dei pazzi tutta la prima parte della mia vita e ho scoperto che è ben diverso se stanno in manicomio o se stanno fuori… gente avvilita silenziosa… che rialzava la testa e cominciava a parlare in un'assemblea di reparto, e non per dire follie ma per chiedere di migliorare il vitto, di cominciare a uscire…».
La produzione scientifica riecheggia l'azione professionale e politica ( Comprensione del linguaggio schizofrenico, Appunti per una storia della Psichiatria dal 1945; Trattato sulla psichiatria e le scienze umane; Come un fotoromanzo: follia cura pratiche della possibilità; Esclusione sofferenza e guerra sono solo alcuni dei suoi titoli).
«Amico dei matti ma anche dei gatti», si definì lui stesso quando apparve il suo romanzo satirico
Gatto trascendentale (Pironti, 1989) pieno d'ironici presagi: una città preda per tre mesi consecutivi di un ingorgo inestricabile, una nazione di fronte alla probabile nascita di un nuovo stato pontificio, dove fra i comunisti si discute come cambiar nome, «Partito Comunista Pontificio» oppure «Partito Comunista della Chiesa», o «Partito Laburista di Sua Santità»...




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