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C'era una volta «Diametro», il circolo dei fedeli Oggi tutto è cambiato PDF Stampa E-mail
 

Scritto da Franco Iacono da il Corriere del Mezzogiorno, 13-01-2009 07:40


Caro direttore, fuori dalla melma emerge un dato reale, incontrovertibile: Bassolino è ancora in sella e detta i «suoi» tempi. A prescindere! Non si vedono figure, a parte quella solitaria, per ora, del sindaco di Salerno, in grado di contrastarne la leadership, ferita ma non morta. 
Né si vedono alternative credibili nel campo dell'opposizione. Di qui anche le cautele del Cavaliere. Salvo l'atteso show down annunciato come imminente nel consiglio regionale, Bassolino tace. È necessario far capire, dire la verità su quello che è accaduto in questi quindici anni. Senza infingimenti. Anche per richiamare le responsabilità di tanti plaudenti allora e critici ora. Vale la pena riandare nel tempo.
Nel 1993, quando si andava formando la «gioiosa macchina da guerra», anche il Pci a Napoli, come a Milano, fu squassato dalla violenza di tangentopoli addirittura con arresti eccellenti. Gli epigoni della «diversità» di berlingueriana memoria non potevano sopportare l'omologazione del Pci agli altri partiti del centrosinistra. La direzione centrale mandò, commissario con poteri assoluti, Bassolino, duro e puro, di fede «ingraiana», (come passa il tempo, come cambiano le persone!) il quale, letteralmente, «decapitò» il gruppo dirigente residuo facendo «giustizia», credo, anche della sua antica emarginazione. Alcuni giurarono obbedienza, altri si ritirarono in un doloroso e dignitoso silenzio.
Dopo aver respinto la proposta mia, che aveva l'avallo di Mario Condorelli (entrambi eravamo commissari provinciali di Psi e Dc, in crisi profonda), di candidare Mariano D'Antonio, che lo ricorda in un libro, a sindaco di Napoli, mi «comunicò», sprezzante, la sua ferma volontà di candidarsi in quella carica, resa disponibile dalla «generosa » decisione della prefettura di sciogliere il consiglio comunale di Napoli. Il sindaco era l'onesto Tagliamonte. Cominciò così il «ciclo» sulle rovine di tangentopoli, ma anche del Pci, la cui storia e identità napoletana si tentò di mandare nel dimenticatoio, costringendola in clandestinità, qui tenuta viva da eminenti esponenti, di cui la figura di Giorgio Napolitano fu l'emblema. Lo stesso Maurizio Valenzi, il sindaco del primo e autentico Rinascimento, fu emarginato salvo poi ricordarlo, prevalentemente, negli anniversari che la sua longevità regala a quanti, anche come me, lo stimano e gli vogliono bene. Così partì la nave del Rinascimento, che, a parte la brillante «intuizione» della chiusura al traffico di piazza del Plebiscito non vide né un morto di camorra in meno, né un posto di lavoro in più. Eppure, forza della suggestione, anche mediatica, (ora la nemesi!) Napoli, «complice» anche il G8 e la reciproca «simpatia» con il Cavaliere, che regge all'usura del tempo, divenne una città ambita e frequentata. Allora cominciò la corsa alla «affiliazione»: tanti si «riciclarono» alla corte di Bassolino, diventato «cacicco » secondo la arguta definizione di D'Alema. I veri leader aiutano i cittadini a restare cittadini, liberi, anche dal bisogno, il «nostro» invece si adoperò a farli diventare sudditi. E tanti, troppi, si adeguarono. I contrappesi scomparvero: si adeguarono, meglio, si lasciarono omologare. Anche dell'opposizione. «Diametro» fu il punto più alto ed emblematico della «iscrizione» nell'albo dei fedeli.
Ora tutti invocano una nuova classe dirigente. Tanti pensano alla scappatoia delle liste civiche. L'ottimo Trione invoca un «ritorno alla politica in senso forte». Ma per ritornare alla politica ci vorrebbero i politici, meglio, i leader. Sul campo, salvo pochissime eccezioni, si vedono prevalentemente mercanti. Dentro e fuori del tempio. Con buona pace anche del presidente Napolitano, il cui appello per un «nuovo costume politico» è caduto nel vuoto.




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