Appello di Quagliariello: Cosentino caso nazionale, questione di garantismo

8 novembre 2009

(di Angelo Agrippa da il Corriere del Mezzogiorno)

Il caso Cosentino diventi motivo per una campa­gna nazionale a difesa del garan­tismo. Perché la politica non si faccia dettare tempi e scelte dal chiacchiericcio giudiziario e da articoli di giornale. È quanto chie­de il vicecapogruppo al Senato del Pdl, Gaetano Quagliariello. Ie­ri, intanto, il sottosegretario Gui­do Bertolaso ha confermato anco­ra una volta di non essere dispo­nibile a candidarsi in Campania.

Quagliariello, c’è chi solleva, legittimamente, la questione di opportunità sulla candidatura di Cosentino. Perché finora la stessa iniziativa non è stata pro­mossa sul ruolo di governo che esercita lo stesso sottosegreta­rio? E perché in presenza di provvedimenti giudiziari che in­teressano altri vertici governati­vi, come il ministro Fitto e il pre­sidente Berlusconi, non si pro­cede allo stesso modo?

«La questione che lei pone rap­presenta un nodo politico impor­tantissimo che, però, deve essere sciolto dal Pdl al suo interno. Con un dibattito franco che non può essere sviluppato sui giorna­li ».

Non ritiene che sia un nodo da sciogliere subito?

«Io credo che indipendente­mente dalla scelta della candida­tura, Cosentino su un punto ab­bia pienamente ragione: il diritto di chiedere la solidarietà del suo partito. Non è possibile che per un anno e mezzo si rimanga so­spesi, senza neanche la possibili­tà di esporre ai magistrati la pro­pria versione dei fatti e conosce­re la propria posizione giudizia­ria. È necessario promuovere, su questo tema, una grande campa­gna nazionale, indipendentemen­te dalle elezioni. Un partito che non dice una parola su questa si­tuazione non si può più definire garantista».

Nel Pdl vi è una omogenea sensibilità su questi temi legati al garantismo?

«Credo che questa sensibilità sia viva. È ovvio che in un partito del 35%, cresciuto anche grazie alla convergenza di culture diver­se, certe sensibilità fondative di Forza Italia rischiano di sbiadir­si. Ma proprio per questo è no­stro dovere evitare che ciò acca­da ».

Quagliariello, è così difficile fare politica al Sud, in Campa­nia e a Napoli?

«La difficoltà è attestata da un paradosso: il modello civico per eccellenza è quello che incorag­gia a fare politica sul territorio per fornire il proprio contributo al bene comune. D’altronde, è ciò che si apprezza del modello leghista: una nuova classe politi­ca, proveniente dalla cosiddetta società civile, che si impegna sul territorio. Ma questo modello ap­plicato a Napoli e in Campania di­venta un disvalore, un obiettivo impossibile da perseguire. È av­venuto, per esempio, che soltan­to per essermi recato allo stadio per seguire il Napoli, la mia squa­dra del cuore, venga indicato, da un articolo di giornale, come con­giurato ad una riunione politica organizzata presso una abitazio­ne che sarebbe di mia proprietà, sebbene non mi appartenga più da oltre quarant’anni».

Il gossip politico è pratica piuttosto diffusa anche altrove.

«Sì, ma questa aggressività non l’ho riscontrata da nessun’al­tra parte. Ora, di fronte a tutto questo c’è una ricetta: quella espressa con formule diverse da Saviano su Repubblica e da Pane­bianco sul Corriere della sera . E cioè abolire la politica e commis­sariare qualunque pratica demo­cratica poiché la società civile è così inquinata che la conquista della maggioranza si traduce per forza di cose in collusione».

Lei è d’accordo con questa ri­cetta?

«Sarebbe un cedimento inevi­tabile al giustizialismo. Allora, co­me muoversi? È necessario, se­condo me, esasperare al massi­mo i meccanismi della democra­zia: puntando sulla conflittualità regolata e il ricambio».

Cosa significa conflittualità regolata?

«Vuol dire che in una demo­crazia il conflitto è tra due schie­ramenti che si contendono il go­verno. Quando uno fallisce, l’al­tro lo mette in evidenza. Evitan­do fenomeni di trasversalismo che sono quelli che maggiormen­te spingono la politica verso la degenerazione. Invece qui cosa accade? Che la conflittualità tra schieramenti è soltanto apparen­te. E si finisce per garantire la so­pravvivenza reciproca del ceto politico».

Altro che conflittualità rego­lata: Cosentino si ritiene di esse­re vittima del fuoco amico. Ha ragione?

«È evidente che quando non è avvertito il senso di responsabili­tà della politica, la tentazione del fuoco amico diventa più forte. Poi c’è una doppia perversione: da una parte c’è chi ritiene che at­traverso il fuoco amico sia possi­bile togliersi dai piedi l’avversa­rio interno; dall’altra c’è il fuoco nemico che attende, sperando che siano gli avversari a rendere vantaggiosa la situazione. Que­sta corsa al massacro si arresta solo affermando che le decisioni sono politiche e assunte alla luce dello statuto. Che non verranno condizionate né da articoli di giornale, né dal chiacchiericcio proveniente dalle procure».

Crede che quello proveniente da ambienti giudiziari sia solo chiacchiericcio?

«Non è possibile che la magi­stratura tenga delle personalità politiche sulla corda per così lun­go tempo, condizionandone i comportamenti. Non ci si può trincerare dietro il formalismo. In una situazione ordinaria que­sto è già grave; in una condizio­ne difficile come quella campana diventa squassante. Non entro nel merito della inchiesta nei confronti di Mastella, ma in un contesto di globalizzazione go­vernato da internet come quello attuale, decidere di imporre l’abi­tazione coatta al di fuori dalla Campania alla presidente Lonar­do, senza che questo significhi ri­muoverla dall’incarico, è una co­sa francamente ridicola. Un’inuti­le provocazione che evoca il tra­sferimento a Gaeta della regina Maria Sofia in fuga da Napoli».

Non crede che qualche re­sponsabilità evidente l’abbia so­prattutto la politica?

«Certo, ma io sono molto orgo­glioso di quanto ha fatto il mio governo contro la camorra. Ma accanto a questo ritengo necessa­ria anche un’azione pedagogica: affermare da che parte si sta».

Chi dovrebbe promuovere quest’azione pedagogica?

«Tutti. Per esempio, parteci­pando ad una manifestazione po­litica a Castello di Cisterna ho sentito il dovere di rendere omaggio, con una visita, alla loca­le caserma dei Carabinieri per di­re con chiarezza e senza retorica da che parte sono schierato. La retorica dell’anticamorra non de­ve diventare uno strumento gra­zie al quale qualcuno possa lucra­re politicamente. Il libro di Savia­no, Gomorra , l’ho particolarmen­te apprezzato perché ha introdot­to la conoscenza del fenomeno. Ora, però, dal libro di Saviano stiamo passando al savianismo: alla degenerazione del fenome­no, una presunzione che tende al­la creazione di un mito di fonda­zione. Infine, un’altra cosa che andrebbe assolutamente realizza­ta è di sottrarre il più possibile al­la politica la capacità di compie­re transazioni».

Come?

«Riformando profondamente i meccanismi legislativi della Re­gione. Sotto questo aspetto sono convinto che il federalismo fisca­le sia un’occasione rilevante. Ma vado oltre: credo che già in que­sta Finanziaria vi siano strumen­ti automatici di incentivi che non passano per la mediazione politica, come nel caso delle ri­sorse destinate alle imprese. È co­sì che si modifica geneticamente il rapporto tra l’eletto e il denaro pubblico».

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