Appello di Quagliariello: Cosentino caso nazionale, questione di garantismo
(di Angelo Agrippa da il Corriere del Mezzogiorno)
Il caso Cosentino diventi motivo per una campagna nazionale a difesa del garantismo. Perché la politica non si faccia dettare tempi e scelte dal chiacchiericcio giudiziario e da articoli di giornale. È quanto chiede il vicecapogruppo al Senato del Pdl, Gaetano Quagliariello. Ieri, intanto, il sottosegretario Guido Bertolaso ha confermato ancora una volta di non essere disponibile a candidarsi in Campania.
Quagliariello, c’è chi solleva, legittimamente, la questione di opportunità sulla candidatura di Cosentino. Perché finora la stessa iniziativa non è stata promossa sul ruolo di governo che esercita lo stesso sottosegretario? E perché in presenza di provvedimenti giudiziari che interessano altri vertici governativi, come il ministro Fitto e il presidente Berlusconi, non si procede allo stesso modo?
«La questione che lei pone rappresenta un nodo politico importantissimo che, però, deve essere sciolto dal Pdl al suo interno. Con un dibattito franco che non può essere sviluppato sui giornali ».
Non ritiene che sia un nodo da sciogliere subito?
«Io credo che indipendentemente dalla scelta della candidatura, Cosentino su un punto abbia pienamente ragione: il diritto di chiedere la solidarietà del suo partito. Non è possibile che per un anno e mezzo si rimanga sospesi, senza neanche la possibilità di esporre ai magistrati la propria versione dei fatti e conoscere la propria posizione giudiziaria. È necessario promuovere, su questo tema, una grande campagna nazionale, indipendentemente dalle elezioni. Un partito che non dice una parola su questa situazione non si può più definire garantista».
Nel Pdl vi è una omogenea sensibilità su questi temi legati al garantismo?
«Credo che questa sensibilità sia viva. È ovvio che in un partito del 35%, cresciuto anche grazie alla convergenza di culture diverse, certe sensibilità fondative di Forza Italia rischiano di sbiadirsi. Ma proprio per questo è nostro dovere evitare che ciò accada ».
Quagliariello, è così difficile fare politica al Sud, in Campania e a Napoli?
«La difficoltà è attestata da un paradosso: il modello civico per eccellenza è quello che incoraggia a fare politica sul territorio per fornire il proprio contributo al bene comune. D’altronde, è ciò che si apprezza del modello leghista: una nuova classe politica, proveniente dalla cosiddetta società civile, che si impegna sul territorio. Ma questo modello applicato a Napoli e in Campania diventa un disvalore, un obiettivo impossibile da perseguire. È avvenuto, per esempio, che soltanto per essermi recato allo stadio per seguire il Napoli, la mia squadra del cuore, venga indicato, da un articolo di giornale, come congiurato ad una riunione politica organizzata presso una abitazione che sarebbe di mia proprietà, sebbene non mi appartenga più da oltre quarant’anni».
Il gossip politico è pratica piuttosto diffusa anche altrove.
«Sì, ma questa aggressività non l’ho riscontrata da nessun’altra parte. Ora, di fronte a tutto questo c’è una ricetta: quella espressa con formule diverse da Saviano su Repubblica e da Panebianco sul Corriere della sera . E cioè abolire la politica e commissariare qualunque pratica democratica poiché la società civile è così inquinata che la conquista della maggioranza si traduce per forza di cose in collusione».
Lei è d’accordo con questa ricetta?
«Sarebbe un cedimento inevitabile al giustizialismo. Allora, come muoversi? È necessario, secondo me, esasperare al massimo i meccanismi della democrazia: puntando sulla conflittualità regolata e il ricambio».
Cosa significa conflittualità regolata?
«Vuol dire che in una democrazia il conflitto è tra due schieramenti che si contendono il governo. Quando uno fallisce, l’altro lo mette in evidenza. Evitando fenomeni di trasversalismo che sono quelli che maggiormente spingono la politica verso la degenerazione. Invece qui cosa accade? Che la conflittualità tra schieramenti è soltanto apparente. E si finisce per garantire la sopravvivenza reciproca del ceto politico».
Altro che conflittualità regolata: Cosentino si ritiene di essere vittima del fuoco amico. Ha ragione?
«È evidente che quando non è avvertito il senso di responsabilità della politica, la tentazione del fuoco amico diventa più forte. Poi c’è una doppia perversione: da una parte c’è chi ritiene che attraverso il fuoco amico sia possibile togliersi dai piedi l’avversario interno; dall’altra c’è il fuoco nemico che attende, sperando che siano gli avversari a rendere vantaggiosa la situazione. Questa corsa al massacro si arresta solo affermando che le decisioni sono politiche e assunte alla luce dello statuto. Che non verranno condizionate né da articoli di giornale, né dal chiacchiericcio proveniente dalle procure».
Crede che quello proveniente da ambienti giudiziari sia solo chiacchiericcio?
«Non è possibile che la magistratura tenga delle personalità politiche sulla corda per così lungo tempo, condizionandone i comportamenti. Non ci si può trincerare dietro il formalismo. In una situazione ordinaria questo è già grave; in una condizione difficile come quella campana diventa squassante. Non entro nel merito della inchiesta nei confronti di Mastella, ma in un contesto di globalizzazione governato da internet come quello attuale, decidere di imporre l’abitazione coatta al di fuori dalla Campania alla presidente Lonardo, senza che questo significhi rimuoverla dall’incarico, è una cosa francamente ridicola. Un’inutile provocazione che evoca il trasferimento a Gaeta della regina Maria Sofia in fuga da Napoli».
Non crede che qualche responsabilità evidente l’abbia soprattutto la politica?
«Certo, ma io sono molto orgoglioso di quanto ha fatto il mio governo contro la camorra. Ma accanto a questo ritengo necessaria anche un’azione pedagogica: affermare da che parte si sta».
Chi dovrebbe promuovere quest’azione pedagogica?
«Tutti. Per esempio, partecipando ad una manifestazione politica a Castello di Cisterna ho sentito il dovere di rendere omaggio, con una visita, alla locale caserma dei Carabinieri per dire con chiarezza e senza retorica da che parte sono schierato. La retorica dell’anticamorra non deve diventare uno strumento grazie al quale qualcuno possa lucrare politicamente. Il libro di Saviano, Gomorra , l’ho particolarmente apprezzato perché ha introdotto la conoscenza del fenomeno. Ora, però, dal libro di Saviano stiamo passando al savianismo: alla degenerazione del fenomeno, una presunzione che tende alla creazione di un mito di fondazione. Infine, un’altra cosa che andrebbe assolutamente realizzata è di sottrarre il più possibile alla politica la capacità di compiere transazioni».
Come?
«Riformando profondamente i meccanismi legislativi della Regione. Sotto questo aspetto sono convinto che il federalismo fiscale sia un’occasione rilevante. Ma vado oltre: credo che già in questa Finanziaria vi siano strumenti automatici di incentivi che non passano per la mediazione politica, come nel caso delle risorse destinate alle imprese. È così che si modifica geneticamente il rapporto tra l’eletto e il denaro pubblico».

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