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Caos rifiuti a Napoli: l’emergenza è tornata

martedì, settembre 29, 2009

(di Alessio Postiglione e Valerio Ceva Grimaldi da Terra)

Pneumatici bruciati, di auto e di tir, lavatrici, scorie di varia foggia colore e puzza. Sono sullo svincolo di via Giliberti in via Galileo Ferraris, zona Napoli est, a pochi chilometri dalla stazione centrale e dal Centro direzionale, l’avveniristico quartiere degli affari che avrebbe dovuto simboleggiare, negli anni 90, la rinascita di una città, Napoli, schizofrenicamente oscillante tra brevi e illusori rinascimenti e lunghi e bui medioevi. È la dolorosa cartolina che Terra ha voluto descrivere per i suoi lettori. Il viaggio parte dall’inizio dell’Asse Mediano -grande bretella fra Napoli e i comuni dell’area nord e flegrea – a metà fra le zone della Toscanella e di Chiaiano, da una parte, e Scampia, dall’altra. La superstrada si arrampica fra grigi palazzoni e brandelli di campi, che ci raccontano di quando Chiaia-no era nota solo per una pregiata produzione di ciliegie. Un’intera piazzola dell’Asse Mediano, davanti a Scampia, è occupata da rifiuti. Sotto, prima dei palazzoni dell’edilizia 167 (il numero della legge sull’edilizia popolare) che si stagliano all’orizzonte, alcuni campi, percorsi da strade rustiche, anch’esse cosparse di immondizia, per le quali si aggirano rumeni o sinti intenti a pizzicare qualcosa da riciclare. E, nel caso specifico, a invitare in malo modo i cronisti ad allontanarsi immediatamente da quel luogo dimenticato da tutti, come è capitato a chi scrive. Percorrendo la superstrada si sbucai in un altro luogo, oramai noto in questa geografia dell’anima che alla sirena Partenope ha sostituito boss e monnezza, sangue e cemento: Acerra. Nei pressi del centro commerciale Le porte di Napoli, altra immondizia lungo la strada, fra campi e periferie, ritaglia una maleodorante intimità per le prostitute che qui si appartano con i loro clienti:: questi maschi solitari, poco avvezzi alle ville delle escort e ignairi della comodità del “lettone di Putin”, si devono accontentare di prive di carpak. Il tour prosegue verso il capoluogo: Napoli est, dove qualche urbanista sogna la città del futuro. Anche qui monnezza, degrado: dietro al Centro direzionale, la zona del macello, via Argine. In via Domenico De Roberto, la discarica avanza fino nei pressi di un parco giochi per bambini, inghiottendolo. Vicino a via Marina, affianco al ‘moderno parcheggio di via Brin„ un rudere che ha resistito alle hottizzazioni è stato riempito di riifiuti. A piazza Duca degli Abruzzi, all’angolo con via Ponte della Maddalena, presso forse un cantiere, riposano abbandonati dei tubi bruciati di materiale plastica. Sullo sfondo, le maioliche colorate della barocca guglia di Santa Maria del Carmine a piazza Mercato. Di fronte, a pochi metri, l’Agenzia delle entrate e, più in là, il Provveditorato. Nella “città dolente” – come venne chiamata Napoli da Axel Muntile durante l’epidemia di colera – ciò a cui si assiste, oggi, non è il superamento dell’emergenza rifiuti, così come la si è vista scoppiare Fanno scorso nella forma più virulenta; ma la normalizzazione di uno stato patologico, esso stesso emergenziale, di livello più lieve – comunque intollerabile per una qualsiasi altra città d’Europa – per il quale sembra che i napoletani si abituino, loro malgrado, a una certa quota di rifiuti presenti sulle strade. Diciamo che alle montagne di monnezza si sono sostituite le colline. Magra consolazione. E a far da sfondo a questo declino, le dichiarazioni di Bertolaso, raccolte dai colleghi del Mattino: «Gli sversamenti illegali di rifiuti affondano le radici in un problema culturale. È sulla coscienza e sulle abitudini dei napoletani che bisogna continuare a lavorare (…). Diciamolo francamente: in certe regioni italiane persiste l’abitudine a considerare il bene pubblico come bene di nessuno». Si fa strada, quindi, la tentazione a considerare il Sud come un’alterità irriducibile e, in ultima istanza, irredimibile. D’altronde, nella maggioranza, c’è chi non è semplicemente tentato dalle teorie razziste, ma se ne fa chiaro interprete e teoreta. Il dibattito sembra tornato indietro di un secolo, quando Niceforo e Lombroso discutevanò della innata tendenza al crimine dei meridionali. Ma l’etnicizzazione dei problemi di Napoli appare a molti come un alibi, se non un’idea inaccettabile. E, soprattutto, è autoassoIntona e bipartisan. Salva le amministrazioni locali che non fanno il loro dovere in tema di raccolta differenziata e il ministero dell’Interno che fallisce nel controllo del territorio, consentendo gli sversamenti abusivi, non nelle recondite campanile avvelenate dei Casalesi, ma nei centri urbani. Le altre foto che oggi pubblichiamo mostrano discariche lungo superstrade, strade statali, arterie cittadine: chi garantisce il controllo del territorio? Parlare di problemi culturali, come fa Bertolaso è innanzitutto fuorviante, visto che Salerno, città da 140mila abitanti, è arrivata al 70 per cento di raccolta differenziata e Mercato Sanseverino, non lontana, al 90. Ma il mito del “premier operaio-premier ingegnere”, descritto nelle mitiche agiografie di Minzolini per La Stampa, non ammette dubbi: e per sostenere questa mistica, ben vengano le ramanzine sulle ataviche tare dei napoletani.
«L’emergenza non è mai finita. Solo che stavolta non se ne parla più. Ma gli abusivi sono tornati. E lo sfascio continua, eccome». A parlare è Raffaele Del Giudice, combattivo direttore generale di Legambiente Campania. Del Giudice è una specie di spina nel fianco del commissariato all’Emergenza rifiuti guidato da Guido Bertolaso. Tra i consulenti sul campo degli autori del film documentario Biutiful cauntri, denunciò la persistenza di un lago di percolato nella discarica di Villaricca proprio sotto gli occhi di Bertolaso, semplicemente lanciando un sasso nell’invaso. Si levarono orridi schizzi di un liquido nauseabondo: la discarica era colma fino all’orlo. Un lago di veleni, sulla cui gestione emersero particolari inquietanti dalle intercettazioni della magistratura. E proprio ieri la Procura di Napoli ha avanzatu una richiesta di rinvio a giudizio per gestione abusiva dei rifiuti nei con fronti del sottosegretario Guido Bertolaso, nell’ambito dell’inchiesta stralcio “Rompiballe”. Intanto, fuori dalle aule giudiziarie, il dramma continua a consumarsi sulle strade, nelle piazze, nei campi, persino vicino ai parchi gioco dei bambini. In silenzio. Senza che, per il momento, se ne intraveda una fine definitiva. I Verdi non sono più al governo, Pecoraro Scanio non è più ministro. Ma ì roghi di rifiuti continuano. I cumuli, specie di ingombranti, crescono e la città e il suo hinterland sono sempre più invase. «Bertolaso ha levato i rifiuti e li ha buttati tutti nelle discariche: militarizzate. Gettando nel buco il “tal quale”, il rifiuto indifferenziato. Che, secondo il decreto Ronchi, dovrebbe essere proibito», attacca l’ex presidente della Provincia di Napoli, il sociologo Amato Lamberti, in carica dal 1995 al 2004. «Proprio nel 1995 – ricorda -capitanai una spedizione a Roma per chiedere al ministro Ronchi di eliminare il commissariamento. Chiesi di poter partire dalla differenziata e di verificare l’utilità dei termovalorizzatori. Ero e sono convinto che, puntando molto sul riciclo, basterebbe un solo biodigestore. Poi sappiamo tutti com’è andata a finire. Questo disastro è colpa dell’incapacità della politica». Il commissariato per l’Emergenza dura da quindici anni. Un ossimoro ormai mummificato. Un’analisi condivisa dal direttore regionale di Legambiente. «Bertolaso – dice Del Giudice – non ha sciolto i Comuni che non hanno fatto la differenziata, non è partito un solo impianto di compostaggio, non sono stati rimodernati gli Stir, gli impianti ex Cdr, e l’inceneritore di Acerra è fermo. Nell’impianto, infatti, entra un quantitativo minimo di rifiuti perché il termovalorizzatore si blocca in continuazione». Altro che panacea di tutti i mali. «E i roghi di rifiuti pericolosi continuano ‘ad appestare tutta la regione. La discarica di Perrandelle, sottoposta alla vigilanza dei militari, venti gior ni fa -è persino andata a fuoco». A Chiaiano l’invaso si sta riempiendo velocemente e la megadiscarica di SantArcangelo Trimonte, nel Sannio, tra tre mesi sarà satura. E ora ci si è messa anche una sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato le due ordinanze del 2001 con le quali sono stati assunti i dipendenti degli ex consorzi di bacino. Proteste, caos, e conferimenti rallentati un po’ ovunque. Segnali inquietanti. E così rispuntano i depositi improvvisati d’immondizia. Certamente opera d’incivili. Ma non solo. «Questi cumuli sono fatti ad arte – sospetta Lamberti -. Così qualcuno, un giorno, dirà che bisogna levarli. E così scattano gli appalti». Non sempre specchiati. «Ijemergenza rifiuti ha generato un livello di corruzione spaventoso, anche all’interno delle pubbliche amministrazioni. Un veleno che ha intossicato uomini, pratiche, procedure. Tutto». Illegalità, incuria, superficialità. E un convitato di pietra: la raccolta differenziata. Se nella regione i dati migliorano, la città di Napoli è inchiodata a un misero 18 per cento. E così si spendono 240 euro a tonnellata per mandare l’umido in Sicilia. Un girone infernale, un sistema che «deve continuare a produrre balle per poter avere il finanziamento dei Cip6. Ma così si stravolge il mercato», accusa Del Giudice. Il capoluogo, dunque, è la palla al piede della regione. La conferma viene dall’assessore regionale all’Ambiente Walter Ganapini: «L’Asia, l’azienda di igiene ambientale cittadina, è un problema terribile: ha 90 milioni di euro di crediti dal Comune, che però non è in grado di pagare. Ha 1.500 dipendenti in più e tante richieste di lavoro notturno. Per poter fare il doppio lavoro. Molti suoi dipendenti, infatti, sono in preda agli usurai. E il 40 per cento dei camion di Asia non potrebbe nemmeno circolare». Ma certo la crisi più che decennale non è colpa di Asia. «La verità è che quest’emergenza è stata eterodiretta». Da chi? «Il caos è stato voluto e alimentato dalla generale insipienza di chi, via via, se ne è occupato. Nel tempo sarà molto interessante, sia da un punto di vista storiografico che da quello della magistratura, fare i conti con 15 anni dì emergenza». Parole dure. Ma ora, colpe a parte, si deve guardare al futuro. La nuova crisi si chiama silenzio. Dei media e delle istituzioni. Nessuno sa dove e come si stoccano í rifiuti, cosa accade nelle discariche. «Ho chiesto accesso agli atti del progetto del termovalorizzatore – rivela sconsolato Del Giudice -. Nulla. Non ci è stato permesso di visitare la cava di Chiaiano. Dal commissariato arriva un silenzio tombale. Perché?». Già. Perché?

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