“Cosentino ci chiese aiuto per le regionali del 1995″
Un pentito: una volta lo votò anche don Diana
(di Dario Del Porto da la Repubblica Napoli)
Imprenditore di fiducia del boss Francesco Bidognetti, tesserato di Forza Italia e «grande elettore» di Nicola Cosentino. È l´identikit di Gaetano Vassallo, «colletto bianco» del clan dei Casalesi, dall´estate 2008 collaboratore di giustizia e oggi principale accusatore del sottosegretario all´Economia Nicola Cosentino. In un verbale allegato all´ordinanza con la quale il giudice Raffaele Piccirillo chiede alla Camera l´arresto di Cosentino, Vassallo racconta: «Sono tesserato Forza Italia e grazie a me sono state tesserate numerose persone presso la sezione di Cesa. Mi è capitato in due occasioni di sponsorizzare la campagna elettorale di Cosentino offrendogli cene presso il ristorante di mio fratello. Cene costose, alle quali erano invitate centinaia di persone, delle quali io e i miei fratelli ci assumevamo interamente il costo». Ieri il deputato del Pdl Gennaro Coronella ha annunciato di aver querelato per diffamazione Vassallo che lo chiama in causa come politico che avrebbe fatto parte del «tessuto camorristico» del clan.
La latitanza nel circolo. In un verbale del 1996 un altro pentito, Dario De Simone, riferisce di aver ricevuto da Cosentino una «richiesta espressa di aiuto» in occasione delle elezioni regionali del 1995. Il collaboratore sostiene di essersi «dato da fare», parlando anche con Walter Schiavone, Vincenzo Zagaria e Vincenzo Schiavone, esponenti di primissimo piano del clan dei Casalesi ma anche, secondo De Simone, «persone che peraltro ben conoscevano Cosentino». Il collaboratore spiega che un «buon gruppo» di affiliati «frequentava il club Napoli di corso Umberto a Casal di Principe, circolo che abitualmente frequentava Cosentino. Durante la latitanza talvolta io e Walter Schiavone abbiamo dormito nei locali di questo circolo».
Il piano sulla giustizia. È sempre De Simone a sostenere di aver discusso con Cosentino, a metà degli anni ´90, dei problemi giudiziari del clan dei Casalesi e della possibilità che l´affermazione di Forza Italia potesse contribuire a «ridimensionare i giudici di sinistra». L´allora boss del clan dei Casalesi e il futuro leader regionale del Pdl avrebbero anche parlato «dello sviluppo che doveva avere la dissociazione»: si tratta del progetto, sostenuto fra gli altri dal vescovo di Acerra don Riboldi ma ben presto accantonato, di estendere ai mafiosi i benefici di legge varati contro il terrorismo e previsti in caso di semplice ammissione di responsabilità non accompagnata, come nel caso dei collaboratori di giustizia, da accuse nei confronti di altri soggetti. «Avevamo interesse a far valorizzare maggiormente la dissociazione – dice De Simone nell´interrogatorio del 1996 – perché in questa maniera avremmo potuto fare sette, otto anni di carcere senza 41 bis (il regime di detenzione dura per i boss n.d.r.) uscire puliti e continuare nelle nostre attività». Aggiunge, De Simone, che Cosentino lo invitò «a stare attenti soprattutto con riferimento all´attività politica degli onorevoli Diana e Natale, in quanto vicini all´onorevole Violante e facevano pressioni affinché vi fosse un intervento costante nella zona da parte delle forze dell´ordine».
L´impresa mafiosa nei rifiuti. Il cuore dell´inchiesta condotta dai pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci riguarda l´attività nel settore dei rifiuti della società mista Eco4 riconducibile ai fratelli Sergio e Michele Orsi, ma sulla quale Cosentino avrebbe esercitato «un controllo assoluto». Secondo il gip, l´espansione di Eco4 incarna «il paradigma dell´impresa mafiosa». Attualmente Sergio Orsi è detenuto, mentre il fratello è stato ucciso nel giugno 2008 dall´ala stragista del clan poco dopo aver iniziato a rendere dichiarazioni ai magistrati.
I lavori nella chiesa di don Diana. Carmine Schiavone, il primo pentito in assoluto ad aver lasciato il clan dei Casalesi, in due verbali allegati all´ordinanza del gip Piccirillo riferisce un episodio che chiama in causa un martire della lotta alle mafie: don Peppino Diana, il parroco di Casal di Principe assassinato il 19 marzo 1994 per il suo impegno anticamorra. Negli interrogatori del 21 marzo 1994, dunque due giorni dopo il delitto, e del 29 ottobre 1996 Schiavone dice di aver fornito gratuitamente alla chiesa di San Nicola a Casal di Principe cemento che sarebbe stato pagato da un imprenditore locale, Sebastiano Corvino, il quale sarebbe stato, scrive il gip, «favorito da Cosentino durante l´espletamento del suo incarico nella giunta provinciale di Caserta». Si legge nel verbale dell´ottobre 1996: «Alla base della fornitura gratuita a don Giuseppe Diana vi era il sostegno che il medesimo Diana aveva dato, su mia richiesta, a Cosentino per le elezioni provinciali del 1990». Due anni prima, Schiavone aveva dichiarato: «Nel 1990 ho fornito a don Peppe il cemento per costruire i fabbricati adiacenti alla chiesa». Più avanti aggiunge: «Don Peppe sostenne la campagna elettorale dell´avvocato Nicola Cosentino, che si era presentato nelle liste del Psdi sia per le provinciali che per le regionali e fu eletto». L´episodio è allegato agli atti dell´inchiesta. Schiavone è ritenuto un collaboratore attendibile. Ma per dovere di verità va anche ricordato che le inchieste condotte dopo l´omicidio di don Diana e i processi celebrati nei confronti di mandanti ed esecutori del delitto hanno indagato in profondità nella vita di don Peppino. E in ogni occasione è emersa la specchiata trasparenza del sacerdote che neppure le calunnie fatte circolare da ambienti malavitosi sono riuscite ad intaccare.

