Don Riboldi: «ai politici dico: potremmo non votare»
(di Roberto Russo da il Corriere del Mezzogiorno)
I vescovi del Sud sono pronti a tutto anche a uno «sciopero elettorale» se i politici di ogni parte non ascolteranno davvero la voce del Mezzogiorno. Secondo i vescovi più attivi nella lotta contro la criminalità e il degrado sociale nel Mezzogiorno, l’iniziativa può rendersi necessario per mandare un forte segnale di cambiamento al Sud.
La ribellione
A guidare la «rivolta» sono tre vescovi di altrettante regioni meridionali in prima linea per la difesa delle ragioni del Sud. Per la Campania il vescovo emerito di Acerra Antonio Riboldi, per la Calabria il vescovo di Locri Giuseppe Morosini e per la Sicilia Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo. Al tema è dedicato un lungo articolo e un’intervista sul prossimo numero di «Famiglia Cristiana». Don Riboldi, in particolare, è il più convinto assertore della la proposta di disertare le urne,
«Adesso tocca a noi— dice monsignor Riboldi, vescovo emerito di Acerra, da sempre nel mirino dei clan —. Ai politici bisogna dire: o ascoltate la nostra voce, o non vi votiamo più».
Sud annesso
A meno di tre settimane dal voto, e pochi giorni dopo il documento della Cei sul Sud che aveva parlato anche di inadeguatezza della classe politica, per Riboldi, «se serve», si deve arrivare anche allo sciopero elettorale. «I cristiani al Sud devono svegliarsi— aggiunge—. Invece, oggi sono continuamente assistiti. Il Mezzogiorno non è l’Italia, oggi si può dire che è una zona annessa. Sarà brutto, ma è così». Uno dei simboli della lotta della Chiesa per la legalità, dice che «in 50 anni al Sud» ha visto solo «parole ed errori: fabbriche nate e morte, terreni agricoli devastati, turismo in abbandono. Le mafie — sottolinea Riboldi— hanno avuto terreno fertile, arato dallo Stato e da un sistema di corruzione e di collusione impostato con straordinaria efficacia». E la gente «ha subito e si è rassegnata. Ma la cultura dell’illegalità è stata diffusa dallo Stato. E non mi consola — dice con una stoccata sugli annunci di governo — vedere che proprio chi ha contribuito alla logica della corruzione propone una legge contro di essa».
Il vescovo ritiene che per cambiare serve più coraggio.
«La camorra domina i cuori e le menti — spiega l’alto prelato — . Impedisce ai ragazzini di andare a scuola, perchè è lei che li vuole educare». Eppure, osserva, «tagliamo i fondi alla scuola».
I clan e Cutolo
Ricordando che «Cutolo sosteneva che la camorra è come Robin Hood: toglie ai ricchi per dare ai poveri», Riboldi ammonisce che «se la scuola non contrasta questa cultura dell’illegalità come strumento di protezione sociale, non ci sarà futuro per il Sud e neppure per l’Italia». Per vincere, allora, «bisogna tagliare i ponti, anche quelli tra le nostre chiese e la cultura mafiosa, che spesso dimostra di essere devota». Anche la gente del Sud, insiste Riboldi, deve imparare a diventare libera. Come? «Non affidandosi al primo che ti propone un lavoro nero. Invece finora è prevalso il senso dell’affidamento: al politico, al prete o al camorrista». Di una Chiesa «a volte troppo timida» di fronte alla mafia parlano, sempre su Famiglia Cristiana, anche altri tre presuli del Mezzogiorno, secondo cui è ora di scelte coraggiose per il Sud, per fare in modo che il documento della Cei non finisca sugli scaffali, come quello di 20 anni fa. Il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, paventa una Chiesa «icona dell’antimafia», che sollevi i singoli dalle proprie responsabilità. «Anche nelle nostre comunità», avverte, occorre riflettere sul senso della «parola terribile» citata nel documento Cei sul Mezzogiorno: «collusione».
Azioni dimostrative
Insomma, servono segnali concreti, azioni dimostrative: «Ogni comunità — propone — scelga un argomento in relazione alla situazione del proprio territorio e agisca: pizzo, usura, corruzione della politica, mafia devota che offre soldi per le feste popolari». Essendo pronti a «pagare di persona».
Il vescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, quello che a Natale tolse i Re Magi dal presepe lasciando la scritta: respinti alla frontiera come immigrati clandestini, propone di «abolire ogni festa religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi. Il sacro non basta per ritenersi a posto— spiega— se poi nessuno denuncia e la cultura mafiosa è l’unica ammessa».
Per Giuseppe Morosini, vescovo di Locri, «la nostra gente deve tornare a essere protagonista, e si diventa protagonisti con il voto e con volti nuovi». Mentre forse, conclude, «bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa a volte troppo timida».

