Elezioni, il monito di Alemi “Gli indagati fuori dalle liste”
(di Dario Del Porto da la Repubblica Napoli)
«Le scelte dei candidati spettano esclusivamente ai partiti. Ma se toccasse a me decidere, lascerei indagati e imputati fuori dalle liste». È l´opinione di Carlo Alemi, presidente del Tribunale di Napoli e magistrato di lungo corso. Il giudice segue con occhio attento gli incroci fra politica e giustizia che si fanno sempre più pericolosi con l´avvicinarsi delle elezioni Regionali e avverte: «È sempre sbagliato utilizzare le iniziative giudiziarie come arma per la campagna elettorale».
Presidente Alemi, il sottosegretario Nicola Cosentino è inseguito da voci su provvedimenti giudiziari che sarebbero allo studio del gip da quasi un anno. Possibile che sia passato tanto tempo?
«Non posso naturalmente entrare nel caso specifico, però in linea generale è vero che uno dei limiti degli uffici giudiziari è quello di non riuscire a garantire risposte in tempi brevi. Fatta questa premessa, posso dimostrare numeri alla mano che la sezione Gip di Napoli lavora molto e bene».
E allora perché non sempre arrivano risposte rapide?
«Oggi nessun magistrato può dedicarsi a un unico fascicolo, tanto meno il gip: ciascun giudice deve contemporaneamente occuparsi di udienze preliminari, giudizi abbreviati, convalide, oltre ai provvedimenti su misure cautelari. E se anche una richiesta è stata presentata, faccio un esempio, da sette-otto mesi, potrebbe essere stata più volte integrata dalla Procura, costringendo il gip a rivedere un provvedimento magari già pronto».
Secondo lei come si potrebbero accelerare le decisioni?
«Si potrebbe porre un limite alla possibilità di integrazione delle richieste cautelari. Ma la vera priorità sono gli organici: servono più giudici e rinforzi di personale amministrativo. E un altro ostacolo alla celerità dei procedimento è costituito sicuramente dalla complessità delle procedure».
Di questo passo intanto le iniziative giudiziarie rischiano di influenzare profondamente il corso della campagna elettorale.
«Nella mia carriera ho condotto personalmente un´indagine durata qualche anno (il caso Cirillo, n.d.r.) e ricordo che in concomitanza con ogni provvedimento adottato c´era un´elezione o una scadenza politica in arrivo. Così, venivo sistematicamente accusato di aver aspettato quel giorno per chissà quale obiettivo. La realtà è molto più semplice: in Italia abbiamo un calendario politico molto fitto e sbaglia chi accusa i magistrati di cadenzare i tempi delle decisioni a seconda dei momenti».
Le conseguenze però si avvertono ugualmente anche per la pressione mediatica che accompagna certe fasi della vita del Paese.
«Ed è anche per questa ragione che sarei severissimo con chi viola il segreto d´ufficio. Ma di sicuro non si possono invocare tregue elettorali che non sono previste da alcun ordinamento».
Lei candiderebbe un politico sotto indagine o sotto processo?
«Sono decisioni che spettano ai partiti. Personalmente, mi viene sempre in mente la moglie di Cesare, che deve essere al di sopra di qualsiasi sospetto. Dunque eviterei certe candidature, anche se mi rendo conto che potrebbe essere ingiusto per chi dovesse poi uscire pulito dalle vicende nelle quali è coinvolto».
Ma così non si rischia di attribuire ai magistrati il potere di compilare le liste elettorali?
«Non scherziamo: ci sono tantissimi esponenti politici che possono candidarsi e non vedo in giro inchieste a senso unico. È un problema che non esiste proprio».
Se la politica litiga, anche i magistrati non scherzano. Che pensa del documento dei 72 pm contro il pg Galgano?
«Ritengo che il procuratore generale volesse stimolare e non offendere i colleghi della Procura. Rispetto l´iniziativa di chi ha firmato il documento che sarà valutato dalle autorità competenti. Adesso però abbiamo bisogno tutti di abbassare un po´ i toni. Il momento è difficile, pensiamo a far camminare la macchina della giustizia».

