Giustizia e politica in un Paese (a)normale

12 novembre 2009

(di Peppino Caldarola da il Riformista)

Peppino Caldarola

Peppino Caldarola

L’elenco è impressionante e scontato. A poche settimane dalla definizione delle liste elettorali per le regionali, e soprattutto delle candidature dei probabili presidenti, la macchina giudiziaria è tornata a lavorare a pieno regime. I boatos si susseguono e spesso precedono l’arrivo degli avvisi di garanzia o di altri provvedimenti, spesso restrittivi. Non c’è solo il clamoroso “caso Cosentino” in Campania. Nella stessa regione la ricandidatura di Antonio Bassolino è stata impedita da iniziative dei pm. In Puglia c’è un “caso Vendola”, anche se il procuratore capo di Bari ha smentito che sia in arrivo un’accusa diretta al governatore. Da mesi si parla di una bufera che potrebbe investire Roberto Formigoni a Milano. Agazio Loriero ha condizionato la sua ricandidatura all’assenza di provvedimenti contro di lui. L’ex isola felice lucana è turbata da inchieste che hanno investito i vertici regionali.
Il capo della protezione civile Guido Bertolaso, candidato virtuale in almeno un paio di regioni e marcato stretto da alcune procure, ha annunciato il ritiro dall’attività pubblica a fine d’anno. L’Abruzzo ha dovuto cambiare il presidente per un’inchiesta che ha portato in galera Ottaviano del Turco, arrivata dopo un anno e mezzo al rinvio a giudizio, mentre il suo protagonista, il procuratore capo Trifuoggi, spera di abbandonarla aspirando a dirigere la procura di Roma. La sentenza Mills relativa a Berlusconi è attesa prima che si apra la campagna elettorale.
A mano a mano che si avvicineranno le elezioni è probabile che dovremo aggiungere a questo elenco altri nomi di candidati o di presidenti in attesa di riconferma che cadranno sotto la mannaia giudiziaria. Si tratta di situazioni diverse. Vendola e Cosentino non sono la stessa persona e diverse sono le colpe, vere o presunte, esplicitate o in fieri, che vengono loro addebitate. Resta il fatto che la variabile giudiziaria interviene ancora una volta pesantemente sullo sviluppo della vicenda politica. E ancora una volta c’è qualche magistrato che trae vantaggi da questo clima e scende nell’arena politica. Questa volta sarà il
Pdl ad avere il suo Di Pietro o De Magistris con la probabile candidatura a governatore pugliese di Stefano D’Ambruoso, brillante pm corteggiato qualche tempo fa anche dal centrosinistra. In altre procure si stanno scaldando per un seggio altri togati.
Se questo accade è certamente colpa della politica. Troppo spesso i meccanismi di controllo di legalità sono stati fatti saltare. In molti casi la commistione fra politica e affari ha portato a degenerazioni del governo della cosa pubblica. Alcune carriere sono state incoraggiate invece di essere fermate, perché discutibili, fin dal principio. La macchina giudiziaria si è avvalsa spesso della grancassa mediatica. Questo è un Paese in cui si sa delle inchieste appena viene intitolato un fascicolo con il nome di un uomo politico. E le notizie scavalcano così i diritti di garanzia dei singoli e brutalmente danno vita a un processo anticipato sui giornali o in trasmissioni tv. È inevitabile che sia così. Trovate al mondo un solo giornale che rinunci a pubblicare anticipazioni su provvedimenti clamorosi quando questi vengono annunciati da indiscrezioni sostanziose che trapelano dai palazzi di giusti zia o dagli uffici di qualche corpo di polizia.
La variabile giudiziaria interviene pesantemente anche nel dibattito interno ai partiti. Il caso Cosentino era stato sollevato nel Pdl prima che arrivasse la richiesta napoletana di arresto del sottosegretario. Fu Michele Emiliano, ex pm e sindaco di Bari, il primo a parlare, in una intervista al Corriere della sera di un probabile avviso di garanzia a carico di quella persona perbene che è Nichi Vendola. Gli avversari di Loriero nel suo partito aspettano che gli cada in testa qualche tegola. A Bassolino è già accaduto. La stessa Italia dei valori, paladina di moralità pubblica, è sottoposta scossoni che vengono dal proprio interno, o sollevati da giornali amici come Micromega, su fenomeni di degenerazione clientelare o peggio. Si potrebbe continuare. Il film è sempre quello. Magistrati che si attivano in prossimità di scadenze elettorali e magistrati che scelgono la politica, e vengono scelti dai partiti di destra e di sinistra, appena acquistano un certa notorietà.
Forse non c’è più una via d’uscita. La guerra fra politica e magistratura è andata troppo in là e i sospetti reciproci impediscono di porre rimedio a questa situazione. Sulla giustizia si è diviso anche il centrodestra. In un Paese normale le inchieste durerebbero poco, i processi sarebbero veloci, il sistema di garanzia proteggerebbe la privacy, i magistrati non firmerebbero proclami politici e sarebbe loro impedito di lucrare politicamente, e a danno di avversari nel processo, su quello che hanno guadagnato in visibilità con inchieste da prima pagina. In un paese normale i magistrati e i loro collaboratori sarebbero vincolati al segreto istruttorio e verrebbero sanzionati nel caso lo violassero. In un Paese normale la politica sceglierebbe i propri candidati fra quelli di specchiata moralità ed eserciterebbe un controllo sull’attività di governo che spezzi fin dal primo sorgere i sospetti di scambi fra politica ed economia. In un Paese normale la giustizia funzionerebbe sempre e non solo a ridosso di qualche elezione. Le prossime regionali potrebbero essere un primo avvio di una nuova stagione. Candidate gente al di sopra di ogni sospetto e lasciate a casa i magistrati che aspirano a fare politica. Sarebbe una gran bella novità.

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