Imparare dalla condanna
(di Francesco Iacotucci da Terra)

La Corte di giustizia di Lussemburgo ha condannato L’Italia per «non aver adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e danneggiare l’ambiente», la causa era iniziata nel luglio 2007 e si concluse con la richiesta di condanna a giugno 2008.
Una condanna come questa dovrebbe lasciar riflettere, devo dire che il dibattito che ne è venuto fuori è stato purtroppo alquanto sterile, fatta di accuse reciproche e sostanziale deresponsabilizzazione rispetto alle accuse portate dalla corte di giustizia europea. Leggendo i motivi della sentenza mi pare sia doverosa una riflessione sulla questione visto che non si parla solo della crisi passata ma anche della situazione presente e del nostro futuro.
La Corte di Giustizia nelle motivazioni della sentenza scrive che l’Italia «non ha creato una rete adeguata e integrata di impianti di recupero e di smaltimento dei rifiuti nelle vicinanze del luogo di produzione », inoltre ricorda che la crisi del 2007/2008 è stata causata da «un deficit strutturale di impianti cui non è stato possibile rimediare » si specifica inoltre che «né l’opposizione della popolazione, né gli inadempimenti contrattuali e neppure l’esistenza di attività criminali costituiscono casi di forza maggiore che possono giustificare la violazione degli obblighi derivanti dalla direttiva».
Se ci sono state le montagne di rifiuti in Campania nella oramai famosa crisi rifiuti è perché non si è riusciti a creare in 14 anni di commissariamento un ciclo dei rifiuti che permettesse alla regione Campania di smaltire i propri rifiuti, questa è una questione che richiama varie e forse troppe responsabilità , ma qui mi vorrei focalizzare sul presente della situazione.
La commissione europea da quando è partita la procedura di infrazione a carico del nostro paese tiene congelati fondi per circa 500 milioni di euro questi fondi non sono stati ancora sbloccati difatti ancora a gennaio 2010 il direttore dei servizi competenti della Direzione generale Ambiente della Commissione europea Pia Buccella ha sottolineato che le condizioni “essenziali” che la Commissione chiede siano realizzate per riconsiderare il blocco dei fondi Ue per la Campania sono, testualmente: “che siano definiti i piani di gestione dei rifiuti con una solida programmazione di settore, che includa l’attuazione di una rete adeguata di infrastrutture, con rendicontazione reale e documentata”.
Ad oggi in Campania abbiamo 5 discariche aperte di cui due in parchi naturali (Chaiano e Terzigno), un inceneritore ad Acerra la cui fase di collaudo non è ancora conclusa ufficialmente (ed i cui scarti non si sa dove siano portati), 8 milioni di ecoballe che continuano a inquinare i territori campani, abbiamo 7 impianti Stir (sistemi trattamento ed impacchettamento rifiuti) che non funzioanano a pieno regime, un solo grande impianto di trattamento dell’umido funzionante e circa 10 da recuperare o da svuotare delle ecoballe presenti.
A seconda della persona con cui parlate vi diranno che questo sistema può reggere per alcuni anni o per meno di un anno, ma di certo la soluzione a lungo termine richiesta dall’Europa per dichiarare chiusa la procedura e sbloccare i fondi a mio modo di vedere non c’è.
A questo aggiungete che ci sono conti da pagare al commissariato per circa 1 milione e200.000 euro e che bisognerebbe tagliare circa il 40% del personale impegnato nel settore ambientale ed il quadro sarĂ completo.
Al solito il tempo è la chiave di tutto, un piano con scadenze da rispettare, che permettano realisticamente di arrivare nel giro di un paio di anni in una situazione di tranquillità in cui la raccolta differenziata abbia raggiunto le quote dettate dalla legge (35% entro il 2010 ed il 50% entro il 2011), in cui l’umido raccolto non vada più in Sicilia ma venga trattato in regione ,in cui le piramidi di ecoballe siano state avviate a smaltimento (preferibilmente recuperando materia), il secco venga trattato in modo da ridurre gli scarti e massimizzare il recupero, se tutto ciò funzionerà , come leggiamo nel piano regionale, l’inceneritore di Acerra basterebbe e la quantità di rifiuti da conferire in discarica arriverebbe ad un quantitativo da permettere di gestire con facilità il futuro.
Poi certo si dovrà passare dalle parole ai fatti, e certo come ironicamente ricordava la commissione rispetto al piano di gestione dei rifiuti del dicembre 2007 come si fa a fidarsi di un piano quando ce n’è uno del 1997 mai rispettato?



Ma un commissario ad acta europeo, no?
La conclusione di Iacotucci questa volta mi trova daccordo.Non sarĂ assolutamente possibile realizzare il piano descritto per la semplice ragione che la raccolta differenziata necessita di anni per l’educazione e la guida popolare. Pertanto, piaccia o no, occorrono altri termovalorizzatori. Con urgenza servono a Napoli per sostituire la discarica di Chiaiano che fra due anni sarĂ esaurita;a Salerno per cittĂ e provincia; a S.Maria la Fossa per i sei milioni di ecoballe da smaltire. Piaccia o no questa è la veritĂ , che viene sostenuta dalla corte di Lussemburgo. Chi si oppone è in malafede o è sprovveduto. Cari saluti.
@Carmine, per ironia della sorte anche quando tu sei d’accordo con me vedo che giungi a conclusioni opposte alle mie. Sui termovalorizzatori ho giĂ scritto la settimana scorsa, vorrei solo chiarire che la corte europea è ben lungi dall’essere d’accordo con te, anzi ha iniziato una causa conoscitiva sull’uso del cip6 in italia.
Poi volevo sapere una cosa, chi ti dice che sia piĂą facile iniziare a realizzare la differenziata che realizzare un inceneritore? L’esempio di Acerra non serve a nulla?