La pedagogia del Procuratore
(di Marco Demarco da il Corriere del Mezzogiorno)
«Una scelta sofferta, sulla quale abbiamo riflettuto a lungo, ma utile e necessaria». Il procuratore Lepore ha così risposto al ministro Maroni, il quale ha esplicitamente censurato il modo in cui è stato gestito il video- choc sull’omicidio alla Sanità. La procura, dunque, insiste. E a questo punto insisto anche io, convinto di trovare in Lepore un interlocutore sensibile e comunque interessato a una riflessione sincera e senza giri di parole. Intanto, e sarei ipocrita se non lo sottolineassi, conforta il fatto che le argomentazioni del ministro siano, nella sostanza, le stesse già sollevate da questo giornale. E cioè: primo, che il killer è stato sì identificato, ma non arrestato; secondo, che non si può escludere che proprio la diffusione del video lo abbia spinto alla latitanza; terzo, che sarebbe stato sufficiente diffondere le sole immagini relative all’assassino e non tutta la sequenza di morte, colpo di grazia compreso; quarto, che il video, così come è stato consegnato alla stampa, ha contribuito a creare un’immagine di Napoli a dir poco discutibile. Anzi, «assolutamente non corrispondente al vero», dice Maroni. Il leghista Maroni, si badi.Su questi aspetti, ulteriormente e autorevolmente sottolineati, è inutile tornare. Giova, invece, sollevare altre due questioni, entrambe suggerite dalle repliche di Lepore. Se abbiamo diffuso il video, spiega il procuratore, non è solo per raggiungere risultati processuali, «ma anche per favorire la presa di coscienza dei napoletani e smuovere la loro indifferenza di fronte alla morte». Domanda: è questa la missione a cui sono chiamati i magistrati nell’esercizio delle loro funzioni? O non è piuttosto quella di raccogliere prove per formulare accuse in grado di reggere il giudizio? Finora, la discussione pubblica si è concentrata sul se i magistrati dovessero limitarsi ad applicare la legge o se, nell’interpretarla, dovessero spingersi oltre ogni ragionevole limite. Lepore la dilata ancora. Assegna ai magistrati un compito morale. Addirittura attribuisce loro un ruolo pedagogico. Credevamo che ad agitare le coscienze bastassero i genitori, i maestri, i filosofi, i predicatori o i leader di partito. E invece no. Lepore dice che devono essere i procuratori della Repubblica, non perché cittadini come gli altri, ma in quanto titolari delle inchieste, a smuovere, oggi, l’indifferenza dei napoletani e, domani, chissà cos’altro. Lasciamo stare le buone intenzioni, che naturalmente si danno per scontate, e proviamo a immaginare dove si può arrivare se è da qui che si parte. Chiedo: è forse per questo che talvolta, dai documenti processuali, veniamo a sapere di aspetti morali che nulla hanno a che vedere con il merito delle indagini? Certe intercettazioni che rivelano devianze sessuali o giudizi su persone terze, servono dunque a provocare la pubblica indignazione? E tutto ciò non spinge in direzione di quel processo mediatico che gli stessi magistrati a parole stigmatizzano?
Ed eccoci alla seconda questione, che ha a che fare sia con i tempi e la qualità della giustizia napoletana, sia con la facilità con cui gli stessi meridionali possano essere determinanti nella diffusione di un pregiudizio antimeridionale. Mi spiego. Qui abbiamo una procura che conosceva l’identità della vittima, aveva già individuato il possibile movente, e, fatto raro, possedeva anche molte immagini del killer. Nonostante questo, nonostante tutti gli elementi a disposizione, e nonostante sei mesi di indagini, però, non si era ancora riusciti, non dico ad arrestare l’assassino, ma almeno a dargli un nome. Di fronte a questo sconsolante risultato, qual è stata la reazione più «naturale»? Prendersela con i napoletani, con la loro proverbiale indifferenza, con la loro colpevole omertà, con la loro sostanziale inciviltà. Da qui il video diffuso nella sua interezza, così che tutti possano sapere di che città stiamo parlando, in quale abisso siamo precipitati, e con quale barbarie i magistrati devono fare i conti.
Non è la prima volta che all’origine di un pregiudizio antimeridionale si trova una responsabilità ben definità. All’inizio del secolo scorso, i lombrosiani, tutti meridionali, inventarono il razzismo antimeridionale perché incapaci di smuovere le coscienze operaie e contadine e, dunque, di organizzare una rivoluzione vincente: per questo diedero la colpa al popolo dolicocefalo e non a loro stessi, alla vacuità dei loro progetti. E più in qua negli anni, all’inizio di questo secolo, non abbiamo sentito dire, da leader politici «progressisti e di sinistra» inclini al più sfrenato determinismo, che le emergenze di Napoli sono irrisolvibili perché «il peso della storia è superiore a quello della politica »? La colpa è sempre del popolo, degli altri, del tempo passato. O dei pochi fondi a disposizione, come pure ha detto Lepore.



Ecco qui un altro che si aggiunge a quel clima di caccia ai..magistrati..peccato,invece di fare l’inquisitore, Demarco dovrebbe iniziare a fare il giornalista per esempio pubblicando le notizie che giungono in redazione…ma credetemi qualche volta non lo fà…