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La pedagogia del Procuratore

martedì, novembre 3, 2009

(di Marco Demarco da il Corriere del Mezzogiorno)

Marco Demarco

Marco Demarco

«Una scelta sofferta, sulla quale abbiamo riflettuto a lungo, ma uti­le e necessaria». Il procu­ratore Lepore ha così ri­sposto al ministro Maro­ni, il quale ha esplicita­mente censurato il modo in cui è stato gestito il vi­deo- choc sull’omicidio al­la Sanità. La procura, dun­que, insiste. E a questo punto insisto anche io, convinto di trovare in Le­pore un interlocutore sen­sibile e comunque interes­sato a una riflessione sin­cera e senza giri di parole. Intanto, e sarei ipocrita se non lo sottolineassi, conforta il fatto che le ar­gomentazioni del mini­stro siano, nella sostanza, le stesse già sollevate da questo giornale. E cioè: primo, che il killer è stato sì identificato, ma non ar­restato; secondo, che non si può escludere che pro­prio la diffusione del vi­deo lo abbia spinto alla la­titanza; terzo, che sarebbe stato sufficiente diffonde­re le sole immagini relati­ve all’assassino e non tut­ta la sequenza di morte, colpo di grazia compreso; quarto, che il video, così come è stato consegnato alla stampa, ha contribui­to a creare un’immagine di Napoli a dir poco discu­tibile. Anzi, «assolutamen­te non corrispondente al vero», dice Maroni. Il le­ghista Maroni, si badi.

Su questi aspetti, ulte­riormente e autorevol­mente sottolineati, è inuti­le tornare. Giova, invece, sollevare altre due questio­ni, entrambe suggerite dalle repliche di Lepore. Se abbiamo diffuso il vi­deo, spiega il procuratore, non è solo per raggiunge­re risultati processuali, «ma anche per favorire la presa di coscienza dei na­poletani e smuovere la lo­ro indifferenza di fronte alla morte». Domanda: è questa la missione a cui sono chiamati i magistrati nell’esercizio delle loro funzioni? O non è piutto­sto quella di raccogliere prove per formulare accu­se in grado di reggere il giudizio? Finora, la discus­sione pubblica si è con­centrata sul se i magistrati dovessero limitarsi ad ap­plicare la legge o se, nel­l’interpretarla, dovessero spingersi oltre ogni ragio­nevole limite. Lepore la di­lata ancora. Assegna ai magistrati un compito morale. Addirittura attri­buisce loro un ruolo peda­gogico. Credevamo che ad agitare le coscienze ba­stassero i genitori, i mae­stri, i filosofi, i predicatori o i leader di partito. E inve­ce no. Lepore dice che de­vono essere i procuratori della Repubblica, non per­ché cittadini come gli al­tri, ma in quanto titolari delle inchieste, a smuove­re, oggi, l’indifferenza dei napoletani e, domani, chissà cos’altro. Lasciamo stare le buone intenzioni, che naturalmente si dan­no per scontate, e provia­mo a immaginare dove si può arrivare se è da qui che si parte. Chiedo: è for­se per questo che talvolta, dai documenti processua­li, veniamo a sapere di aspetti morali che nulla hanno a che vedere con il merito delle indagini? Cer­te intercettazioni che rive­lano devianze sessuali o giudizi su persone terze, servono dunque a provo­care la pubblica indigna­zione? E tutto ciò non spinge in direzione di quel processo mediatico che gli stessi magistrati a parole stigmatizzano?
Ed eccoci alla seconda questio­ne, che ha a che fare sia con i tempi e la qualità della giustizia napoletana, sia con la facilità con cui gli stessi meridionali possano essere determinanti nel­la diffusione di un pregiudizio antimeridionale. Mi spiego. Qui abbiamo una procura che cono­sceva l’identità della vittima, aveva già individuato il possibi­le movente, e, fatto raro, posse­deva anche molte immagini del killer. Nonostante questo, nono­stante tutti gli elementi a dispo­sizione, e nonostante sei mesi di indagini, però, non si era ancora riusciti, non dico ad arrestare l’assassino, ma almeno a dargli un nome. Di fronte a questo sconsolante risultato, qual è sta­ta la reazione più «naturale»? Prendersela con i napoletani, con la loro proverbiale indiffe­renza, con la loro colpevole omertà, con la loro sostanziale inciviltà. Da qui il video diffuso nella sua interezza, così che tutti possano sapere di che città stia­mo parlando, in quale abisso sia­mo precipitati, e con quale bar­barie i magistrati devono fare i conti.

Non è la prima volta che al­l’origine di un pregiudizio anti­meridionale si trova una respon­sabilità ben definità. All’inizio del secolo scorso, i lombrosiani, tutti meridionali, inventarono il razzismo antimeridionale per­ché incapaci di smuovere le co­scienze operaie e contadine e, dunque, di organizzare una rivo­luzione vincente: per questo die­dero la colpa al popolo dolicoce­falo e non a loro stessi, alla vacu­ità dei loro progetti. E più in qua negli anni, all’inizio di questo se­colo, non abbiamo sentito dire, da leader politici «progressisti e di sinistra» inclini al più sfrena­to determinismo, che le emer­genze di Napoli sono irrisolvibi­li perché «il peso della storia è superiore a quello della politi­ca »? La colpa è sempre del popo­lo, degli altri, del tempo passato. O dei pochi fondi a disposizio­ne, come pure ha detto Lepore.

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Tags: Editoriali, Giandomenico Lepore

Questo post e' stato inserito martedì, 3 novembre, 2009 ed e' archiviato nella/e categoria/e Editoriali, Rassegna Stampa. Puoi seguire la discussione sottoscrivendo il feed RSS 2.0 .

un commento a “La pedagogia del Procuratore”

  1. antonio
    3 novembre 2009 alle 11:20

    Ecco qui un altro che si aggiunge a quel clima di caccia ai..magistrati..peccato,invece di fare l’inquisitore, Demarco dovrebbe iniziare a fare il giornalista per esempio pubblicando le notizie che giungono in redazione…ma credetemi qualche volta non lo fà…

    #3771
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