L’ex pm fuori dalla trincea
(di Massimo Franco da il Corriere della Sera)
Il messaggio trasmesso dal congresso dell’Idv viaggia su due livelli, in apparenza contraddittori. Il primo conferma un antiberlusconismo irriducibile, a beneficio dei militanti. L’altro rivela un Antonio Di Pietro costretto alla realpolitik per non rimanere isolato all’opposizione.E’ un contrasto superato, sebbene non risolto, in nome delle elezioni regionali di marzo e dunque dell’esigenza di dare credibilità all’alleanza con il Pd. Ma sarebbe ingeneroso non vedere in questo passaggio anche il tentativo di offrire l’immagine di un partito meno arroccato nella sua pretesa purezza; e disposto a rinunciare a qualcosa della vecchia identità per fare politica.
E’ un’operazione non facile; abbozzata con schemi culturali un tantino rudimentali; e obbligata, più che convinta. Ma ammettere che col «voto di pancia» non si va lontano, come ha fatto ieri Di Pietro, è già qualcosa. Spiegare alla platea che «da soli non si fanno figli» significa accettare l’idea di contaminarsi con i candidati di Pierluigi Bersani e di sostenerli anche dove in teoria «moralmente» non si dovrebbe. L’obiettivo di «buttare a mare Berlusconi» permette quasi tutto. E relega in minoranza l’ex pm concorrente, Luigi De Magistris, che si erge a custode di una controversa purezza etica dell’Idv.
Su questo sfondo si capiscono meglio l’abbraccio plateale fra Di Pietro e Bersani, e gli applausi al candidato pugliese Nichi Vendola. Soprattutto, si giustifica l’ovazione del congresso a Vincenzo De Luca, il candidato del centrosinistra in Campania che De Magistris continua a rifiutare perché è sotto inchiesta. L’intesa fra il segretario del Pd e il presidente dell’Idv è cementata dalla speranza di non cedere troppe regioni al centrodestra. Il sospetto di una subalternità di Bersani al dipietrismo, e di un cedimento «etico» di Di Pietro sull’altare del potere passano in secondo piano.
Oggi, e fino al voto del 28 e 29 marzo, l’asse dell’opposizione è questo. L’Udc di Pier Ferdinando Casini, per quanto alleata del Pd in alcune realtà, risulta aggiuntiva, non strategica. Significa una radicalizzazione almeno temporanea del centrosinistra: sebbene i comunisti dicano il contrario, senza capire che l’Idv non vuole allearsi con loro, ma assorbire il loro elettorato. È un problema più per Bersani che per Di Pietro, che sull’antiberlusconismo ha costruito la sua fortuna. Gli attacchi arrivati anche ieri dal centrodestra, che vede ombre sempre più pesanti sul passato dell’ex pm di Mani pulite, sono benvenuti dall’Idv: vengono vissuti come indizi della sua forza in questa fase di passaggio.
Il fatto che alla tribuna del congresso ieri sia stata rilanciata la tesi del finto attentato al premier, che da settimane rimbalza su alcuni siti, è grave. Ma dopo averla ospitata, e dunque in qualche modo accreditata, l’Idv ne ha preso le distanze. Di Pietro ha evitato al proprio partito la vergogna di assecondare una versione grottesca dell’aggressione subita da Berlusconi il 13 dicembre scorso in piazza Duomo, a Milano.
«Purtroppo la statuetta in faccia al presidente del Consiglio c’è stata», ha detto. «Ed è stato un atto grave e inaccettabile. Credo sia bene non costruirci teoremi sopra». Per quanto obbligate, si tratta di parole responsabili. Rimane da vedere se ne seguiranno altre; e soprattutto, se Di Pietro le potrà pronunciare senza essere criticato dal suo partito.



“Sebbene i comunisti dicano il contrario…”. Nota di colore: per Massimo Franco, quelli del Pd sono ancora i comunisti. Lapsus freudiano….