Ma di che cosa parlano i politici nostrani?
(di Mariano D’Antonio da il Corriere del Mezzogiorno)
Caro direttore, di che parlano, quando parlano, gli aspiranti consiglieri e assessori che stanno già scaldando i muscoli in vista delle prossime elezioni regionali e comunali? Se sono del Pd, per lo più parlano dei segnali che vengono dall’oracolo di Nusco. Se sono del Pdl, s’interrogano su chi farà il capolista alle regionali.Gli uni e gli altri sembrano trascurare punti di vista, necessità, aspirazioni degli elettori. Eppure ai nostri politici dovrebbe interessare che aria tira tra la gente. Dovrebbero intanto sapere che in Campania il 43% della popolazione intervistata dall’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, dichiara di non parlare mai di politica. È una percentuale che da anni supera di oltre dieci punti la media italiana e pure, anche se di meno, quella di altre regioni del Mezzogiorno. Ancora, su 100 intervistati 35 cittadini dichiarano in Campania di non informarsi mai delle vicende politiche e tra questi 27 dicono che il motivo sta nella sfiducia che hanno maturato nei riguardi della politica. Queste cifre non turbano però il sonno degli aspiranti consiglieri e assessori in corsa per le prossime elezioni. Perché mai?
La prima spiegazione è che i politici locali per raccogliere voti sono abituati a promettere agli elettori qualcosa, un posto oppure un sussidio oppure ancora l’accesso privilegiato a un servizio pubblico locale come il ricovero in ospedale, la licenza di commercio, la concessione edilizia. Tra chi promette, si sente più sicuro il politico che in passato ha dato prova di mantenere le promesse. Costui intanto vuole riscuotere dagli elettori il voto per i favori che ha già concesso, va all’incasso del credito elettorale maturato per sé o per un suo protetto, talvolta per il figlio che entra in carriera politica. I pretendenti di primo pelo a una carica elettiva, quelli che non hanno crediti da esigere perché si affacciano sulla scena per la prima volta, pensano invece che per ottenere voti basti il richiamo al grande leader o alla grande coalizione d’appartenenza. Ma in questo caso il risultato non è per niente sicuro.
Voto di contraccambio («tu dai un voto a me perché io ho dato e ancora darò qualcosa a te»), clientelismo, familismo sono molto diffusi nel Mezzogiorno. Sono la versione meridionale del voto di appartenenza che altrove esprime un sentire comune tra elettorato e candidato. Una volta i politici meridionali giustificavano il voto di contraccambio sostenendo che riduceva la storica distanza tra lo Stato e i cittadini del Sud perché offriva un sostegno all’esercizio dei diritti di cittadinanza. Oggi non s’invoca più questa giustificazione. Si è visto, infatti, che l’intermediazione impropria dei politici tra cittadini e istituzioni accresce la passività sociale e allarga il fossato tra i meridionali e lo Stato. Favori e spintarelle, oggi si ammette, servono soprattutto a consolidare le fortune del potente di turno piuttosto che a soddisfare i bisogni della popolazione.
Quanto agli elettori demotivati o sfiduciati, per molti candidati alle prossime consultazioni è come se non esistessero. È diffusa l’idea che il voto d’opinione avrebbe fatto il suo tempo: gli elettori indecisi diserteranno le elezioni qualunque programma fosse loro esposto. I programmi elettorali che cominciano a circolare, anticipano questa previsione: sono ripetitivi, scialbi, poco esaltanti.
Prevarranno dunque le promesse spicciole e la volontà di scambiarle con i voti? Se fossimo in una congiuntura economica normale, con ampi margini consentiti alla spesa pubblica, il vecchio gioco riuscirebbe facilmente. Ma non è così: i bilanci delle amministrazioni pubbliche, degli enti territoriali, di Regioni, Comuni e Province, sono rigidi, l’indebitamento è al limite della sostenibilità finanziaria, in tempo di crisi per finanziare la spesa non si possono aumentare imposte e tasse altrimenti i redditi disponibili si ridurrebbero ulteriormente. Perciò la spesa pubblica può crescere in alcuni capitoli solo se si procede a tagliarla in altri capitoli. Come si dice, la coperta si è ristretta e chi la tira da un lato ne lascia scoperti altri lati.
Questo messaggio è difficile a digerirsi per quei politici che negli anni hanno costruito il consenso con una spesa pubblica facile. Può essere però la premessa per i politici che hanno l’intenzione di percorrere strade diverse. Quali strade? Ad esempio, dire sì ad alcuni gruppi sociali e no ad altri gruppi; migliorare l’efficienza delle amministrazioni pubbliche; aprire opportunità di lavoro fuori dei recinti dell’impresa padronale, nelle cooperative, nell’impresa sociale, nel lavoro autonomo associato; mobilitare risorse latenti d’ingegno e di creatività sburocratizzando la ricerca e collegandola alla produzione; puntare a opere pubbliche condivise dai cittadini beneficiari; appoggiare le iniziative che accrescano la partecipazione civica e l’identità dei territori. Sono idee da visionari? Forse lo sono ma se non disponendo di tanti quattrini i politici non si avventurano su questi tornanti, chi mai darà loro ascolto, quali frutti riusciranno a raccogliere?



Bellissimo articolo ed analisi lucida e, come spesso capita a D’Antonio, assolutamente impietosa.
Ovviamente nessuno gli darà ascolto, e spero che i cittadini, se non ci sarà una proposta vera di governo della Regione, si tengano stavolta ben lontani dalle urne. Anche se, purtroppo, anche questo rischierebbe di fare il gioco della politica peggiore.
Da conservare…