Ma di che cosa parlano i politici nostrani?

10 novembre 2009

(di Mariano D’Antonio da il Corriere del Mezzogiorno)

Mariano D'Antonio

Mariano D'Antonio

Caro direttore, di che parlano, quando parlano, gli aspiranti consiglieri e assessori che stanno già scaldando i muscoli in vista delle prossime elezioni regionali e comunali? Se sono del Pd, per lo più parlano dei segnali che vengono dall’oracolo di Nusco. Se sono del Pdl, s’interrogano su chi farà il capolista alle regionali.
Gli uni e gli altri sembrano trascurare punti di vista, necessi­tà, aspirazioni degli elettori. Eppure ai nostri politici dovrebbe interessare che aria tira tra la gente. Dovrebbero intanto sape­re che in Campania il 43% della popolazione intervistata dal­­l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, dichiara di non parla­re mai di politica. È una percentuale che da anni supera di ol­tre dieci punti la media italiana e pure, anche se di meno, quel­la di altre regioni del Mezzogiorno. Ancora, su 100 intervistati 35 cittadini dichiarano in Campania di non informarsi mai del­le vicende politiche e tra questi 27 dicono che il motivo sta nella sfiducia che hanno maturato nei riguardi della politica. Que­ste cifre non turbano però il sonno degli aspiranti consiglieri e assessori in corsa per le prossime elezioni. Perché mai?

La prima spiegazione è che i politici locali per raccogliere vo­ti sono abituati a promettere agli elettori qualcosa, un posto oppure un sussidio oppure ancora l’accesso privilegiato a un servizio pubblico locale come il ricovero in ospedale, la licenza di commercio, la concessione edilizia. Tra chi promette, si sen­te più sicuro il politico che in passato ha dato prova di mante­nere le promesse. Costui intanto vuole riscuotere dagli elettori il voto per i favori che ha già concesso, va all’incasso del credi­to elettorale maturato per sé o per un suo protetto, talvolta per il figlio che entra in carriera politica. I pretendenti di primo pelo a una carica elettiva, quelli che non hanno crediti da esige­re perché si affacciano sulla scena per la prima volta, pensano invece che per ottenere voti basti il richiamo al grande leader o alla grande coalizione d’appartenenza. Ma in questo caso il risultato non è per niente sicuro.

Voto di contraccambio («tu dai un voto a me perché io ho dato e ancora darò qualcosa a te»), clientelismo, familismo so­no molto diffusi nel Mezzogiorno. Sono la versione meridiona­le del voto di appartenenza che altrove esprime un sentire co­mune tra elettorato e candidato. Una volta i politici meridiona­li giustificavano il voto di contraccambio sostenendo che ridu­ceva la storica distanza tra lo Stato e i cittadini del Sud perché offriva un sostegno all’esercizio dei diritti di cittadinanza. Og­gi non s’invoca più questa giustificazione. Si è visto, infatti, che l’intermediazione impropria dei politici tra cittadini e isti­tuzioni accresce la passività sociale e allarga il fossato tra i meridionali e lo Stato. Favori e spintarelle, oggi si ammette, servono soprattutto a consolidare le fortune del potente di tur­no piuttosto che a soddisfare i bisogni della popolazione.

Quanto agli elettori demotivati o sfiduciati, per molti candi­dati alle prossime consultazioni è come se non esistessero. È diffusa l’idea che il voto d’opinione avrebbe fatto il suo tempo: gli elettori indecisi diserteranno le elezioni qualunque pro­gramma fosse loro esposto. I programmi elettorali che comin­ciano a circolare, anticipano questa previsione: sono ripetitivi, scialbi, poco esaltanti.

Prevarranno dunque le promesse spicciole e la volontà di scambiarle con i voti? Se fossimo in una congiuntura economi­ca normale, con ampi margini consentiti alla spesa pubblica, il vecchio gioco riuscirebbe facilmente. Ma non è così: i bilanci delle amministrazioni pubbliche, degli enti territoriali, di Re­gioni, Comuni e Province, sono rigidi, l’indebitamento è al limi­te della sostenibilità finanziaria, in tempo di crisi per finanzia­re la spesa non si possono aumentare imposte e tasse altrimen­ti i redditi disponibili si ridurrebbero ulteriormente. Perciò la spesa pubblica può crescere in alcuni capitoli solo se si procede a tagliarla in altri capitoli. Come si dice, la coperta si è ristret­ta e chi la tira da un lato ne lascia scoperti altri lati.

Questo messaggio è difficile a digerirsi per quei politici che negli anni hanno costruito il consenso con una spesa pubblica facile. Può essere però la premessa per i politici che hanno l’in­tenzione di percorrere strade diverse. Quali strade? Ad esem­pio, dire sì ad alcuni gruppi sociali e no ad altri gruppi; miglio­rare l’efficienza delle amministrazioni pubbliche; aprire oppor­tunità di lavoro fuori dei recinti dell’impresa padronale, nelle cooperative, nell’impresa sociale, nel lavoro autonomo associa­to; mobilitare risorse latenti d’ingegno e di creatività sburocra­tizzando la ricerca e collegandola alla produzione; puntare a opere pubbliche condivise dai cittadini beneficiari; appoggiare le iniziative che accrescano la partecipazione civica e l’identità dei territori. Sono idee da visionari? Forse lo sono ma se non disponendo di tanti quattrini i politici non si avventurano su questi tornanti, chi mai darà loro ascolto, quali frutti riusci­ranno a raccogliere?

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2 Responses to Ma di che cosa parlano i politici nostrani?

  1. Mack Sennett on 10 novembre 2009 at 15:39

    Bellissimo articolo ed analisi lucida e, come spesso capita a D’Antonio, assolutamente impietosa.
    Ovviamente nessuno gli darà ascolto, e spero che i cittadini, se non ci sarà una proposta vera di governo della Regione, si tengano stavolta ben lontani dalle urne. Anche se, purtroppo, anche questo rischierebbe di fare il gioco della politica peggiore.

  2. Effe.Gi. on 10 novembre 2009 at 21:09

    Da conservare…

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