Quanta violenza sopporteremo?

5 novembre 2009

(di Adolfo Scotto Di Luzio da il Corriere del Mezzogiorno)

Adolfo Scotto Di Luzio

Adolfo Scotto Di Luzio

La discussione che questo giornale ha avuto il merito di avviare sulla deci­sione del procuratore Le­pore di diffondere il video dell’esecuzione camorristi­ca alla Sanità è di grande importanza.

La questione sta in que­sti termini: nelle indagini, le immagini valgono per la quantità di informazioni che sono in grado di forni­re. Ogni altra considerazio­ne è secondaria. In televi­sione e sui giornali quelle stesse immagini assumo­no un valore differente.

Una volta rese pubbli­che diventano comunica­zione e il meccanismo che regola la comunicazione è la riconoscibilità. Comuni­ca solo quello che già cono­sciamo. È tristemente nota la copertina dello Spiegel con cui, alla fine degli anni Settanta, il settimanale te­desco spiegava ai suoi let­tori la crisi italiana: un piat­to di spaghetti al pomodo­ro sul quale era adagiata una P38.

La posta in gioco del vi­deo della Sanità, una volta divulgato, è dunque il ruo­lo politico dello stereotipo napoletano. Napoli vive del suo stereotipo e ci re­sta puntualmente impicca­ta. Da sempre le battaglie che si combattono su que­sto terreno sono battaglie politiche. Per restare ai ter­mini della questione a noi più prossimi, il medioevo dell’altro ieri giustificava il rinascimento; l’inferno di oggi serve a smentire la possibilità di un nuovo cor­so politico.

Narrazioni. Narrare è un modo per dare senso ad una storia. Contro le versio­ni troppo intenzionali del­la storia vanno fatti valere gli strumenti della critica e della ragione positiva. Ogni vicenda ha un conte­sto e la sua verità è relativa a quel contesto: detta in soldoni, non esistono i na­poletani e generalizzare è sempre un pessimo servi­zio reso alla verità.

Tutto chiaro, dunque? Vorrei provare a problema­tizzare questo punto di vi­sta, perché in questo mo­do di ragionare si smarri­sce qualcosa che invece è di grande importanza: ci priviamo della possibilità di dire alcunché sul bene e sulla buona vita in comu­ne.

Quel video ci pone delle domande radicali alle qua­li prima o poi dovremo da­re una risposta: possiamo vivere così? Quanta violen­za è accettabile? Oltre qua­le soglia le strutture esi­stenziali della vita in comu­ne collassano?

Più della violenza in at­to, può la violenza minac­ciata. È questo ormai, più di quanto siamo disposti a riconoscere, il potente fat­tore di regolazione delle nostre condotte in città. A Napoli, le persone perbe­ne hanno un’espressione di accorato sgomento per dire di questa violenza sempre in agguato: T’e mettere a paura , devi ave­re paura.

Ora, è fin troppo vero che c’è un problema napo­letano che non è il proble­ma dei napoletani. Anzi, a voler essere più precisi, se il problema sono i napole­tani non è detto che questi napoletani siano per forza quelli a cui grossolanamen­te sempre si pensa. Il popo­lo di Napoli spesso è mol­to meglio dei suoi cosid­detti ceti civili. Storicamen­te, la denigrazione della plebe funziona come un alibi per le inadempienze delle classi dirigenti.

Detto questo, resta e non è ormai più aggirabi­le, il problema posto pri­ma: quanta violenza siamo disposti a tollerare e fino a quando?

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