Quanta violenza sopporteremo?
(di Adolfo Scotto Di Luzio da il Corriere del Mezzogiorno)
La discussione che questo giornale ha avuto il merito di avviare sulla decisione del procuratore Lepore di diffondere il video dell’esecuzione camorristica alla Sanità è di grande importanza.La questione sta in questi termini: nelle indagini, le immagini valgono per la quantità di informazioni che sono in grado di fornire. Ogni altra considerazione è secondaria. In televisione e sui giornali quelle stesse immagini assumono un valore differente.
Una volta rese pubbliche diventano comunicazione e il meccanismo che regola la comunicazione è la riconoscibilità. Comunica solo quello che già conosciamo. È tristemente nota la copertina dello Spiegel con cui, alla fine degli anni Settanta, il settimanale tedesco spiegava ai suoi lettori la crisi italiana: un piatto di spaghetti al pomodoro sul quale era adagiata una P38.
La posta in gioco del video della Sanità, una volta divulgato, è dunque il ruolo politico dello stereotipo napoletano. Napoli vive del suo stereotipo e ci resta puntualmente impiccata. Da sempre le battaglie che si combattono su questo terreno sono battaglie politiche. Per restare ai termini della questione a noi più prossimi, il medioevo dell’altro ieri giustificava il rinascimento; l’inferno di oggi serve a smentire la possibilità di un nuovo corso politico.
Narrazioni. Narrare è un modo per dare senso ad una storia. Contro le versioni troppo intenzionali della storia vanno fatti valere gli strumenti della critica e della ragione positiva. Ogni vicenda ha un contesto e la sua verità è relativa a quel contesto: detta in soldoni, non esistono i napoletani e generalizzare è sempre un pessimo servizio reso alla verità.
Tutto chiaro, dunque? Vorrei provare a problematizzare questo punto di vista, perché in questo modo di ragionare si smarrisce qualcosa che invece è di grande importanza: ci priviamo della possibilità di dire alcunché sul bene e sulla buona vita in comune.
Quel video ci pone delle domande radicali alle quali prima o poi dovremo dare una risposta: possiamo vivere così? Quanta violenza è accettabile? Oltre quale soglia le strutture esistenziali della vita in comune collassano?
Più della violenza in atto, può la violenza minacciata. È questo ormai, più di quanto siamo disposti a riconoscere, il potente fattore di regolazione delle nostre condotte in città. A Napoli, le persone perbene hanno un’espressione di accorato sgomento per dire di questa violenza sempre in agguato: T’e mettere a paura , devi avere paura.
Ora, è fin troppo vero che c’è un problema napoletano che non è il problema dei napoletani. Anzi, a voler essere più precisi, se il problema sono i napoletani non è detto che questi napoletani siano per forza quelli a cui grossolanamente sempre si pensa. Il popolo di Napoli spesso è molto meglio dei suoi cosiddetti ceti civili. Storicamente, la denigrazione della plebe funziona come un alibi per le inadempienze delle classi dirigenti.
Detto questo, resta e non è ormai più aggirabile, il problema posto prima: quanta violenza siamo disposti a tollerare e fino a quando?


