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	<title>Napoli onLine &#187; camorra</title>
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		<title>Il questore: una provocazione? Attenti a non sottovalutare</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 07:17:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di lu. ro. da il Mattino) Che l&#8217;autunno sarebbe stato caldà sul fronte lavoro lo si sapeva, ma che i lavoratori o presunti tali, inneggiassero alla camorra erano in pochi a scommetterci. Anche nella capitale della disoccupazione e della malavita organizzata tutto ciò desta scalpore. «Che una persona esasperata possa avere momenti di sconforto ci può stare &#8211; spiega il questore Santi Giuffrè &#8211; mi sento di potere capire, anzi ascoltare chi dice certe cose. Certo non posso condividere». Tuttavia le centinaia di poliziotti che rischiano la vita tutti i giorni per combattere i clan non saranno contenti. «C&#8217;è tanta tensione in giro &#8211; spiega il questore &#8211; non sono convinto che si tratti di frasi da sentire. Anche perché le aziende infiltrate fanno sempre una brutta fine». Giuffrè non giustifica ed è preoccupato: «Chi è senza lavoro e senza soldi e a Napoli purtroppo sono tanti non va tanto per il sottile nel verificare chi passa lo stipendio. Questa lettera è un dato emotivo, provocatorio ma noi verifichiamo sempre tutto». Dal questore all&#8217;assessore provinciale Giuseppe Caliendo che ha la delega all&#8217;Ambiente e ai rifiuti, primo interlocutore dei bacini: «La lettera alla camorra? Sarebbe il caso che certi argomenti non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di lu. ro. da il Mattino)</strong></p>
<p>Che l&#8217;autunno sarebbe stato caldà sul fronte lavoro lo si sapeva, ma che i lavoratori o presunti tali, inneggiassero alla camorra erano in pochi a scommetterci. Anche nella capitale della disoccupazione e della malavita organizzata tutto ciò desta scalpore. «Che una persona esasperata possa avere momenti di sconforto ci può stare &#8211; spiega il questore Santi Giuffrè &#8211; mi sento di potere capire, anzi ascoltare chi dice certe cose. Certo non posso condividere».<br />
Tuttavia le centinaia di poliziotti che rischiano la vita tutti i giorni per combattere i clan non saranno contenti. «C&#8217;è tanta tensione in giro &#8211; spiega il questore &#8211; non sono convinto che si tratti di frasi da sentire. Anche perché le aziende infiltrate fanno sempre una brutta fine». Giuffrè non giustifica ed è preoccupato: «Chi è senza lavoro e senza soldi e a Napoli purtroppo sono tanti non va tanto per il sottile nel verificare chi passa lo stipendio. Questa lettera è un dato emotivo, provocatorio ma noi verifichiamo sempre tutto».<br />
Dal questore all&#8217;assessore provinciale Giuseppe Caliendo che ha la delega all&#8217;Ambiente e ai rifiuti, primo interlocutore dei bacini: «La lettera alla camorra? Sarebbe il caso che certi argomenti non si usassero &#8211; attacca &#8211; meglio concentrarsi sulle cose serie, ovvero su come risolvere i problemi».<br />
Chi ha protestato in modo così clamoroso vuole garanzia e sullo stipendio e una soluzione definitiva al problema dell&#8217;assunzione. «Gli sprechi devono finire &#8211; spiega l&#8217;assessore &#8211; non voglio fare processi al passato, ma abbiamo ereditato una situazione pesantissima. Quanto agli stipendi la situazione è in via di soluzione e quelli del bacino lo sanno bene, potevano anche risparmiarsi la protesta».<br />
Insomma rassicurazione sui soldi, mentre sugli esuberi difficilmente si faranno passi indietro anche se per Caliendo nessuno resterà senza lavoro: «Sono 424 gli esuberi &#8211; conclude l&#8217;assessore &#8211; e la legge è dalla loro parte. Nel senso che è prevista una loro ricollocazione da parte degli enti locali. Certo prima dovranno passare per gli ammortizzatori sociali. Ma non mi sembra una grande tragedia. Ci sono ritardi nella costruzione degli impianti e pur non colpevolizzando chi c&#8217;era prima, la realtà è questa e non dipende da noi. Se tutto il sistema già fosse a regime probabilmente anche il problema dei bacini sarebbe in via di soluzione definitiva». </p>
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		<title>Consorzi, i dipendenti chiedono aiuto alla camorra</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 06:13:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Stefano Piedimonte da il Corriere del Mezzogiorno) I dipendenti dei consorzi di bacino di Napoli e Caserta per la raccolta differenziata, ancora ieri hanno inscenato proteste, blocchi stradali e occupazioni. In mattinata, nel capoluogo campano il traffico è andato in tilt a causa di una manifestazione in via Caracciolo, dove un centinaio di persone hanno dato luogo a un corteo durante il quale non sono mancati momenti di tensione con le forze dell’ordine. La polizia ha sospinto i partecipanti, che avevano bloccato la sede stradale, ai lati della carreggiata. Sul tavolo, ancora una volta, il problema dei mancati stipendi. I manifestanti lamentano il mancato pagamento delle spettanze di diversi mesi, e i licenziamenti attuati in diverse strutture: a Benevento sono stati messi in cassa integrazione, mentre a Caserta e Napoli sono partiti i licenziamenti. Via Caracciolo non è stata l’unico obiettivo dei dipendenti inseriti nelle liste dei consorzi di bacino. In tarda mattinata, i manifestanti hanno occupato la sede del Pdl in piazza Bovio: al momento dell’irruzione, nei locali era presente il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro. Sono in corso indagini, da parte della Digos di Napoli guidata da Filippo Bonfiglio, per individuare i responsabili dell’occupazione stradale. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Stefano Piedimonte da il Corriere del Mezzogiorno)</strong></p>
<p>I dipendenti dei consorzi di bacino di Napoli e Caserta per la raccolta differenziata, ancora ieri hanno inscenato proteste, blocchi stradali e occupazioni. In mattinata, nel capoluogo campano il traffico è andato in tilt a causa di una manifestazione in via Caracciolo, dove un centinaio di persone hanno dato luogo a un corteo durante il quale non sono mancati momenti di tensione con le forze dell’ordine. La polizia ha sospinto i partecipanti, che avevano bloccato la sede stradale, ai lati della carreggiata.<br />
Sul tavolo, ancora una volta, il problema dei mancati stipendi. I manifestanti lamentano il mancato pagamento delle spettanze di diversi mesi, e i licenziamenti attuati in diverse strutture: a Benevento sono stati messi in cassa integrazione, mentre a Caserta e Napoli sono partiti i licenziamenti. Via Caracciolo non è stata l’unico obiettivo dei dipendenti inseriti nelle liste dei consorzi di bacino. In tarda mattinata, i manifestanti hanno occupato la sede del Pdl in piazza Bovio: al momento dell’irruzione, nei locali era presente il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro. Sono in corso indagini, da parte della Digos di Napoli guidata da Filippo Bonfiglio, per individuare i responsabili dell’occupazione stradale.</p>
<p>Dopo l’occupazione della sede Pdl, le proteste sono andate avanti. Alle 18,30 i dipendenti dei consorzi di bacino hanno presidiato Palazzo Matteotti chiedendo un incontro con il presidente della Provincia. Quest’ultimo, però, impossibilitato per motivi istituzionali ha delegato alcuni suoi rappresentanti per presenziare all’incontro. La decisione non è andata giù ai manifestanti, che hanno deciso di inscenare una nuova protesta a pochi metri dalla questura e dal comando provinciale dei carabinieri. Proprio i militari, guidati nell’intervento dal capitano Melissa Sipala, sono intervenuti per riportare la calma.</p>
<p>Non sono stati gli scontri con le forze dell’ordine — che si sono limitate ad effettuare azioni di sospingimento — a dare risalto alle proteste di ieri. Ciò che ha dato enfasi alle manifestazioni è stata una «lettera aperta alla camorra» scritta, con chiari intenti provocatori, dai sindacati Slai Cobas, Uap, Cesil, Rdb, Fesica Confsal, Sindacato Azzurro. Il leader delle organizzazioni, Vincenzo Guidotti, ha diffuso il documento col quale si chiede l’interessamento della criminalità organizzata alla questione dei dipendenti dei consorzi di bacino. Nella lettera, acquisita dalle forze dell’ordine, si fa esplicita richiesta ai clan per «un avanzamento di carriera, un trasferimento alla Provincia o alla Regione, un aumento in busta paga». Il fronte dell’ordine pubblico, dopo le manifestazione di ieri è tutt’altro che risolto. E’ previsto per stamattina alle 9 in piazza Dante un corteo degli ex corsisti iscritti al progetto regionale Bros, i quali hanno incontrato prima dell’estate esponenti istituzionali ricevendo alcune rassicurazioni. Queste, dicono, non hanno ancora trovato riscontro. Ai 4mila partecipanti al progetto Bros si aggiungeranno, a breve, gli oltre 3mila iscritti ai progetti Priorita e Oriento (gestiti dalla Provincia), che come gli altri percepivano una cifra mensile erogata dall’ente pubblico.</p>
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		<title>Parenti dei boss nei palazzi del Comune</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 07:06:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Anna Paola Merone da il Corriere del Mezzogiorno) Il blitz della polizia municipale è scattato poco dopo le 9. Agenti, ufficiali, ausiliari del traffico e operai dei servizi comunali. Una task force che ha stanato — e smantellato — un fortino della criminalità organizzata allestito in un palazzo del Settecento di proprietà del Comune. Nello stabile — al civico 5 di via San Giovanni Maggiore Pignatelli — otto famiglie avevano estromesso gli occupanti titolari in base alle graduatorie del Comune. E si erano appropriate, in molti casi con la violenza, degli immobili. Una appropriazione indebita e portata avanti con protervia e determinazione. Le famiglie— legate da un lato al clan Contini, dall’altro ai Frizziero— per difendersi da eventuali intrusioni indesiderate e da visite a sorpresa delle forze dell’ordine avevano sistemato robuste cancellate su ciascun ballatoio. A protezione degli appartamenti. Proprio come le famiglie dei clan che vivono ed operano a Scampia. Due capofamiglia dietro le sbarre — quelle vere— del carcere di Opera e di quello di Poggioreale. Le mogli e i figli protette dai cancelli nel palazzo settecentesco abbellito secondo un gusto personalissimo. E in assoluto dispregio dei limiti imposti dalla Sovrintendenza su uno stabile vincolato. Articolata la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Anna Paola Merone da il Corriere del Mezzogiorno)</strong></p>
<p>Il blitz della polizia municipale è scattato poco dopo le 9. Agenti, ufficiali, ausiliari del traffico e operai dei servizi comunali. Una task force che ha stanato — e smantellato — un fortino della criminalità organizzata allestito in un palazzo del Settecento di proprietà del Comune.<br />
Nello stabile — al civico 5 di via San Giovanni Maggiore Pignatelli — otto famiglie avevano estromesso gli occupanti titolari in base alle graduatorie del Comune. E si erano appropriate, in molti casi con la violenza, degli immobili.</p>
<p>Una appropriazione indebita e portata avanti con protervia e determinazione. Le famiglie— legate da un lato al clan Contini, dall’altro ai Frizziero— per difendersi da eventuali intrusioni indesiderate e da visite a sorpresa delle forze dell’ordine avevano sistemato robuste cancellate su ciascun ballatoio. A protezione degli appartamenti. Proprio come le famiglie dei clan che vivono ed operano a Scampia.</p>
<p>Due capofamiglia dietro le sbarre — quelle vere— del carcere di Opera e di quello di Poggioreale. Le mogli e i figli protette dai cancelli nel palazzo settecentesco abbellito secondo un gusto personalissimo. E in assoluto dispregio dei limiti imposti dalla Sovrintendenza su uno stabile vincolato. Articolata la denuncia presentata a carico dei componenti degli otto nuclei familiari all’autorità giudiziaria, formalizzata dalla polizia municipale coordinata dal generale Luigi Sementa.</p>
<p>I vigili, armati di smerigliatrici angolari, saldatrici, fiamme ossidriche</p>
<p>hanno lavorato per ore per riportare allo stato originario i ballatoi del palazzo che si trova a pochi passi da piazza San Domenico Maggiore. Per bloccare l’accesso ad alcuni locali adibiti a deposito di materiale, le forze dell’ordine sono state infine costrette a bloccare le ante di un appartamento saldandole l’una all’altra. E hanno arginato con decisione le invettive delle donne che avevano occupato le case — ormai da diversi anni — e che pretendevano la restituzione dei cancelli. Sostenendo di aver personalmente fatto fronte alla spese di acquisto ed installazione. Fronteggiando gli agenti con prepotenza, dichiarando di poter in qualche modo dimostrare il diritto ad abitare in appartamenti sottratti invece a chi li aveva ottenuti in assegnazione da Palazzo San Giacomo.</p>
<p>Le attività di censimento da parte dei vigili urbani sulla occupazione degli alloggi comunali sono in corso nei quartieri Scampia, Soccavo, Ponticelli e Pianura. E puntano proprio a mettere in luce il ruolo della criminalità organizzata nell’estremossione degli aventi diritto.</p>
<p>Giovedì scorso, nel corso di rilievi su un balcone abusivo realizzato in un’abitazione a Ponticelli, la polizia municipale ha scoperto che nell’appartamento viveva illegalmente la famiglia di un pluriomicida che ne era entrata in possesso allontanando l’assegnataria, un’anziana donna di 90 anni.</p>
<p>Secondo le ipotesi avanzate dagli investigatori, dietro l’occupazione abusiva degli immobili di proprietà comunale c’è l’ombra dei clan della camorra. Che hanno sistemato le proprie famiglie o, comunque, i congiunti di affiliati e fedelissimi negli appartamenti più strategici del patrimonio comunale.</p>
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		<title>Piante di marijuana nei giardini comunali del Rione Traiano</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 06:50:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di APM da il Corriere del Mezzogiorno) Era un semplice controllo di routine. Una verifica su una delle strutture abbandonate e fatiscenti del Comune. I poliziotti municipali della unità operativa di Soccavo non si aspettavano certo di trovarsi di fronte ad una piantagione di marijuana, né di ritrovare fra i viali che una volta erano destinati a giardini pubblici oltre mille bustine pronte per essere immesse nel mercato degli stupefacenti. Ieri mattina il tenente Giovanni Galliani ha guidato i suoi uomini in via Romolo e Remo, nel cuore del Rione Traiano, in uno spazio che era nato come area polifunzionale all’aperto destinata ad una serie di attività ricreative. Un’area dove c’è finanche una cavea, un piccolo anfiteatro alle spalle del quale era stata realizzata una rigogliosa piantagione, con arbusti che si erano sviluppati fino a circa due metri. Attualmente sono in corso indagini per stabilire a chi faccia capo il traffico di sostanze stuipefacenti. La zona, infatti, si trova al confine fra territori che fanno capo a famiglie diverse. Un’area dove il commercio di droga è fiorentissimo e dove le attività illegali sono ben radicate. Sempre i vigili urbani, qualche tempo fa, al Rione Traiano hanno scoperto in una cantina [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di APM da il Corriere del Mezzogiorno)</strong></p>
<p>Era un semplice controllo di routine. Una verifica su una delle strutture abbandonate e fatiscenti del Comune. I poliziotti municipali della unità operativa di Soccavo non si aspettavano certo di trovarsi di fronte ad una piantagione di marijuana, né di ritrovare fra i viali che una volta erano destinati a giardini pubblici oltre mille bustine pronte per essere immesse nel mercato degli stupefacenti. Ieri mattina il tenente Giovanni Galliani ha guidato i suoi uomini in via Romolo e Remo, nel cuore del Rione Traiano, in uno spazio che era nato come area polifunzionale all’aperto destinata ad una serie di attività ricreative. Un’area dove c’è finanche una cavea, un piccolo anfiteatro alle spalle del quale era stata realizzata una rigogliosa piantagione, con arbusti che si erano sviluppati fino a circa due metri.</p>
<p>Attualmente sono in corso indagini per stabilire a chi faccia capo il traffico di sostanze stuipefacenti. La zona, infatti, si trova al confine fra territori che fanno capo a famiglie diverse. Un’area dove il commercio di droga è fiorentissimo e dove le attività illegali sono ben radicate.</p>
<p>Sempre i vigili urbani, qualche tempo fa, al Rione Traiano hanno scoperto in una cantina una centrale di controllo del territorio gestita dalla malavita organizzata. Sono stati rinvenuti una serie di monitor collegati a telecamere che erano state sistemate lungo le strade del quartiere, a ridossi di snodi cruciali per tenere d’occhio i movimenti delle forze dell’ordine e gestire le attività illegali senza incorrere in alcun problema. Un’area — osserva il tenente Galliano— che può essere paragonata per il livello di delinquenza a Scampia.</p>
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		<title>Clan e disoccupati, l&#8217;affare del voto di scambio</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 21:07:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(di giu. cri. da il Mattino) Le mani della camorra sul grande business del lavoro. È da anni che se ne parla: sull’argomento si è concentrata in varie occasioni l’attenzione della magistratura. Ci sono state anche indagini eclatanti e arresti eccellenti. Come nel 2003, quando a finire in carcere con l’accusa di aver creato un circuito perverso all’interno del sistema dei corsi di formazione professionale furono l’allora boss della Sanità (oggi pentito) Giuseppe Misso e l’ex leader del movimento Forza lavoro disponibile, Salvatore Lezzi. Entrambi vennero però assolti in sede di processo da quelle accuse. Ma il sospetto che la cappa oppressiva della criminalità organizzata continui a gravare sull’intero universo dei senzalavoro resiste, ed è forte. Oggi il condizionamento si manifesterebbe attraverso metodi più subdoli, striscianti; e certamente più difficili da dimostrare in sede giudiziaria. A cominciare dalle indebite ingerenze in occasione delle tornate elettorali. Vedi alla voce «voto pulito». La Procura di Napoli ha in corso almeno una decine di diverse indagini sull’argomento. Ai pubblici ministeri (anche della Direzione distrettuale antimafia) giunsero, nell’aprile scorso, almeno tre informative di polizia giudiziaria. La più corposa &#8211; che poi è anche quella che promette i maggiori sviluppi &#8211; è frutto del lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di giu. cri. da il Mattino)</strong></p>
<p>Le mani della camorra sul grande business del lavoro. È da anni che se ne parla: sull’argomento si è concentrata in varie occasioni l’attenzione della magistratura. Ci sono state anche indagini eclatanti e arresti eccellenti. Come nel 2003, quando a finire in carcere con l’accusa di aver creato un circuito perverso all’interno del sistema dei corsi di formazione professionale furono l’allora boss della Sanità (oggi pentito) Giuseppe Misso e l’ex leader del movimento Forza lavoro disponibile, Salvatore Lezzi. Entrambi vennero però assolti in sede di processo da quelle accuse. Ma il sospetto che la cappa oppressiva della criminalità organizzata continui a gravare sull’intero universo dei senzalavoro resiste, ed è forte. Oggi il condizionamento si manifesterebbe attraverso metodi più subdoli, striscianti; e certamente più difficili da dimostrare in sede giudiziaria. A cominciare dalle indebite ingerenze in occasione delle tornate elettorali. Vedi alla voce «voto pulito». La Procura di Napoli ha in corso almeno una decine di diverse indagini sull’argomento. Ai pubblici ministeri (anche della Direzione distrettuale antimafia) giunsero, nell’aprile scorso, almeno tre informative di polizia giudiziaria. La più corposa &#8211; che poi è anche quella che promette i maggiori sviluppi &#8211; è frutto del lavoro investigativo della Guardia di Finanza del comando provinciale di Napoli diretto da Giovanni Mainolfi, e riguarda un presunto scambio di favori in cambio di voti in un intreccio perverso che vede coinvolte anche decine di disoccupati. Nel registro degli indagati sarebbero da tempo finiti però anche i nomi di pregiudicati vicini ai clan dell’area nord e di un paio di noti esponenti politici napoletani. I sospetti si concentrano su una «partita di giro» fatta di favori, assunzioni e dazioni di denaro in cambio di pacchetti voti. Disoccupati, camorristi e politici senza scrupoli sarebbero ai vertici di questa illecita triangolazione. Ma le inchieste della Procura diretta da Giovandomenico Lepore non si fermano qui. E non ci sono solo i quartieri di Secondigliano e Scampia al centro delle informative di polizia. Almeno sei sono stati infatti i quartieri della città di Napoli nei quali si è trovata traccia di analoghi casi. Due i principali filoni di indagine. Il primo si riferisce al cosiddetto voto di scambio: somme di denaro versate in cambio del consenso, ma anche altro tipo di utilità; il secondo è relativo invece alla presunta presenza di candidati in odor di camorra, personaggi cioè vicini o contigui ad ambienti della criminalità organizzata. Gli investigatori hanno anche proceduto a esaminare la «mappa» delle zone ad alta vocazione criminale, incrociando il dato venuto fuori dalle urne in occasione delle regionali con il numero di preferenze ottenute da ciascun candidato. Che ci sia stato un robusto movimento di denari per indurre alcune fasce deboli di elettori &#8211; i pensionati, i disoccupati, gli indigenti &#8211; a votare per questo o quel partito pare che ormai nessuno nutra più dubbi. A dimostrazione dell’esistenza dei rapporti tra alcuni ambienti dei disoccupati e la camorra c’è un’altra pagina nera da ricordare. È quella scritta da un’altra inchiesta che ha retto in sede di giudizio: l’indagine sulle estorsioni imposte dalla camorra dei Quartieri spagnoli. La campagna elettorale della camorra (siamo nel 2006, in occasione del rinnovo del Comune di Napoli) costava 2500 euro, compresa l’affissione dei manifesti e il porta a porta. I soldi finivano al boss Luigi Di Biasi e ai suoi quattro luogotenenti arrestati con lui: Vittorio Di Napoli, Massimiliano Artuso, Ciro Piccirillo e Francesco Angri, che organizzava le campagne elettorali dalla casa dove era detenuto agli arresti domiciliari e prometteva voti pur non potendo votare lui stesso, perché inibito all’esercizio del diritto.</p>
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		<title>Asia, appalto anticlan: arrivano le ditte del Nord</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 09:08:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Daniela De Crescenzo da il Mattino) Saranno due aziende liguri, la Dokcs Lanterna e la Lavajet, che insieme alla Enerambiente raccoglieranno, i rifiuti di 320mila napoletani dividendosi un appalto da 32 milioni di euro. L&#8217;Asìa sta svolgendo le ultime verifiche sulle credenziali delle imprese che dovrebbero entrare in azione a metà settembre. «Che imprese del Nord vengano a lavorare a Napoli per la prima volta – dice il presidente della partecipata, Claudio Cicatiello – è un segno importante di fiducia nei confronti dell&#8217;azienda e della città». Si conclude così, una vicenda che si trascinava dal maggio del 2009 quando l&#8217;Asia ha pubblicato il capitolato per la nuova gara. A luglio furono presentate le buste e a settembre partì la verifica sulla validità delle offerte. Solo per scoprire che per tutti e tre i lotti c&#8217;era una sola proposta valida. Una situazione a dir poco sospetta. Al bando avevano risposto solo tre concorrenti: Enerambiente, Saba e Igica. Enerambiente, che già gestiva il servizio, è un&#8217;impresa del gruppo Gavioli, ma ha come referente napoletano Corrado Cigliano, fratello del consigliere provinciale del Pdl, Dario, e figlio di Antonio, che da assessore alla Nettezza Urbana, fu il protagonista della prima grande privatizzazione del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Daniela De Crescenzo da il Mattino)</strong></p>
<p>Saranno due aziende liguri, la Dokcs Lanterna e la Lavajet, che insieme alla Enerambiente raccoglieranno, i rifiuti di 320mila napoletani dividendosi un appalto da 32 milioni di euro. L&#8217;Asìa sta svolgendo le ultime verifiche sulle credenziali delle imprese che dovrebbero entrare in azione a metà settembre. «Che imprese del Nord vengano a lavorare a Napoli per la prima volta – dice il presidente della partecipata, Claudio Cicatiello – è un segno importante di fiducia nei confronti dell&#8217;azienda e della città». Si conclude così, una vicenda che si trascinava dal maggio del 2009 quando l&#8217;Asia ha pubblicato il capitolato per la nuova gara. A luglio furono presentate le buste e a settembre partì la verifica sulla validità delle offerte. Solo per scoprire che per tutti e tre i lotti c&#8217;era una sola proposta valida. Una situazione a dir poco sospetta. Al bando avevano risposto solo tre concorrenti: Enerambiente, Saba e Igica. Enerambiente, che già gestiva il servizio, è un&#8217;impresa del gruppo Gavioli, ma ha come referente napoletano Corrado Cigliano, fratello del consigliere provinciale del Pdl, Dario, e figlio di Antonio, che da assessore alla Nettezza Urbana, fu il protagonista della prima grande privatizzazione del settore e all&#8217;epoca di tangentopoli finì nel mirino della magistratura. La Igica è una società partecipata del comune di Caivano: secondo le nuove norme (è stato questo il parere della commissione esaminatrice) non avrebbe potuto partecipare. La Saba è gravata da interdittiva antimafia. In campo restò così un solo concorrente, Enerambiente e il servizio non fu assegnato, anche se all&#8217;impresa facente capo a Cigliano fu concessa la proroga in attesa di una nuova gara. Contestualmente fu tagliato il numero di utenti da servire: una situazione che ha creato non poche tensioni negli ultimi mesi. L&#8217;azienda infatti non ha rinnovato i contratti a termine e a maggio i dipendenti sono scesi in sciopero bloccando i camion nei depositi e impedendo la raccolta. Le conseguenze furono disastrose per la città e l&#8217;amministratore delegato Daniele Fortini presentò una serie di denunce alla magistratura. A luglio il nuovo bando europeo scaduto il 9 agosto. Questa volta, però, sono scese in campo due ditte completamente nuove, arrivate dalla Liguria: La Lavajet e la Dokcs Lanterna. La prima, con sede a Savona, ha utilizzato le credenziali di una compagine araba, attiva tra l’altro nel prelievo dell’immondizia ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi e nel Libano: proprio su questo punto l&#8217;Asìa sta svolgendo verifiche. La seconda, invece, lavora nel porto di Genova. La Lavajet ha presentato offerte al ribasso vincenti per quattro lotti, ma se ne aggiudicherà solo due, i più grandi (Chiaia San Ferdinando e San Giovanni Porto) perché il bando di gara prevede che nessuno possa gestirne di più. A Enerambiente andranno i lotti dell&#8217;Arenella e di Stella San Carlo e alla Doks quello del Vomero. Il tutto, naturalmente, se le verifiche in corso non frutteranno sorprese: sotto la lente d&#8217;ingrandimento dell&#8217;Asia, infatti, c&#8217;è anche Enerambiente che potrebbe avere difficoltà per possibili infrazioni nei confronti dell&#8217;Inps. Se qualcosa non fosse chiara due lotti ritornerebbero in ballo mentre gli altri resterebbero assegnati. Complessivamente saranno gestiti da privati i servizi per 320 mila abitanti mentre i restanti 680 mila saranno serviti dai 2500 dipendenti della partecipata del Comune: tanti, troppi rispetto al bacino di utenza. I ranghi dell&#8217;azienda, del resto, si sono ingrossati con l&#8217;andare degli anni: sono stati assunti ex comunali, ditte esterne che lavoravano per il Comune, lsu, dipendenti del consorzio del bacino 5. Un paradosso tutto campano visto che l&#8217;azienda ha molte braccia, ma pochi mezzi: mancano perfino i compattatori. «Ma la linea di tendenza è quella di raggiungere l&#8217;autonomia – spiega il presidente Claudio Cicatiello – e su questa linea stiamo elaborando il piano industriale che presenteremo in tempi brevi».</p>
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		<title>Si finge nipote di boss e va in giro armato</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 09:55:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Irene De Arcangelis da la Repubblica Napoli) NON è il nipote del boss e non è neanche il figlio del boss. Ma visto che, solo per una coincidenza anagrafica, porta lo stesso cognome dei capiclan del quartiere vicino, si inventa il personaggio del giovane erede. E lo fa con un tatuaggio sul braccio. Caratteri gotici blu con il cognome della cosca. Non contento, poi, si fa riprodurre ago e inchiostro una pistola sullo stomaco. A quattordici anni. Storia di Vincenzo, che emerge ieri in seguito alla denuncia della polizia: girava in scooter con altri tre giovani con una pistola e un tagliacarte appuntito. In cerca di prede, sospettano gli investigatori del commissariato di Portici, diretto dal vice questore Bruno Giovanni Mandato, che lo hanno bloccato. Vincenzo, residente a Ponticelli, non ha nulla a che fare con un clan di camorra di Barra. Suo padre, stesso nome del boss, è agli detenuto e in famiglia ci sono parecchi pregiudicati. Ed è anche affiliato al clan, ma non ci sono parentele nonostante lo stesso cognome. Poi, qualche tempo fa, Vincenzo fa il salto di qualità criminale. Il 7 marzo decide di intervenire per vendicare la sorella di diciassette anni, continuamente molestata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Irene De Arcangelis da la Repubblica Napoli)</strong></p>
<p>NON è il nipote del boss e non è neanche il figlio del boss. Ma visto che, solo per una coincidenza anagrafica, porta lo stesso cognome dei capiclan del quartiere vicino, si inventa il personaggio del giovane erede. E lo fa con un tatuaggio sul braccio. Caratteri gotici blu con il cognome della cosca. Non contento, poi, si fa riprodurre ago e inchiostro una pistola sullo stomaco. A quattordici anni. Storia di Vincenzo, che emerge ieri in seguito alla denuncia della polizia: girava in scooter con altri tre giovani con una pistola e un tagliacarte appuntito. In cerca di prede, sospettano gli investigatori del commissariato di Portici, diretto dal vice questore Bruno Giovanni Mandato, che lo hanno bloccato.<br />
Vincenzo, residente a Ponticelli, non ha nulla a che fare con un clan di camorra di Barra. Suo padre, stesso nome del boss, è agli detenuto e in famiglia ci sono parecchi pregiudicati. Ed è anche affiliato al clan, ma non ci sono parentele nonostante lo stesso cognome. Poi, qualche tempo fa, Vincenzo fa il salto di qualità criminale. Il 7 marzo decide di intervenire per vendicare la sorella di diciassette anni, continuamente molestata dall´ex fidanzato di ventotto. Lo affronta in mezzo alla strada, lo minaccia e poi lo aggredisce. Molte pugnalate, allo stomaco e al petto. Riduce l´uomo in fin di vita, i carabinieri di Poggioreale lo fermano e Vincenzo finisce in un centro di prima accoglienza. Viene rinviato a giudizio, è in attesa del processo.<br />
Intanto però torna a casa e decide di mettersi sulla pelle il marchio del criminale. Per cominciare il cognome sul braccio destro. Lo stesso del temibile clan di Barra. Tanto nessuno sa che non ci sono parentele, e leggere quel nome spaventa chiunque. Non basta. Si sottopone alla tortura del tatuaggio anche sullo stomaco. Sceglie una pistola a tamburo da mettere in mostra quando va al mare. D´altra parte spera di venire notato, primo o poi, da qualcuno che conta nella criminalità di Napoli Est.<br />
Venerdì sera esce con la sua banda. Sono in cinque in sella a due scooter, in trasferta da Ponticelli a Portici. Scorrazzano lungo corso Garibaldi quando le volanti li notano. In due fuggono, in tre vengono invece bloccati. C´è anche Vincenzo. Ed è proprio lui ad avere la pistola che subito getta via, nel sellino del suo motorino &#8211; che non ha l´assicurazione &#8211; c´è il tagliacarte appuntito. Cerca di scappare: preso. «Questi oggetti li ho trovati per terra», si giustifica con i poliziotti. Difficile credergli. E quando gli agenti gli fanno qualche domanda lui lascia che l´equivoco su nonno e padre boss vada avanti. È la cosa che più desidera, ma dura poco. Viene denunciato per ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale, quindi rispedito a casa. Un altro processo si profila all´orizzonte a soli quattordici anni.</p>
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		<title>«Chiaia, così la camorra entrava nella Municipalità»</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 08:08:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Leandro Del Gaudio da il Mattino) La storia del business dei finti invalidi aveva fatto il giro della città. Se ne parlava a Chiaia, ma anche in altre zone, come al rione Mercato, a Forcella o nelle palazzine popolari di Poggioreale. Un affare fiutato dalla camorra, anzi, da clan spesso in guerra tra loro per gestire soldi di droga e estorsioni. Tanto che temuti boss dello scacchiere criminale cittadino &#8211; ricercati da tempo dalle forze di polizia &#8211; non rinunciavano a varcare la soglia di piazza Santa Caterina, a sedersi di fronte al dirigente numero uno del Palazzo e a fare la voce grossa: sappiamo che sei tu quello che gestisce l&#8217;affare, dacci una mano o sono guai. Insegnaci a entrare nel business, non hai scelta: qua stanno i bravi ragazzi del Mercato. Coerenza criminale, propria di chi è abituato a contendere con violenza fette di potere malavitoso. Niente racket e cocaina, però, perché qui in ballo c&#8217;erano pratiche per finti invalidi. A spingere la camorra nel cuore ricco di Napoli, c&#8217;erano certificati di sedicenti pazzi o ciechi, questa volta made in Forcella o targati rione Mercato. E il racconto fatto da Angelo Sacco, il dirigente di Chiaia in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Leandro Del Gaudio da il Mattino)</strong></p>
<p>La storia del business dei finti invalidi aveva fatto il giro della città. Se ne parlava a Chiaia, ma anche in altre zone, come al rione Mercato, a Forcella o nelle palazzine popolari di Poggioreale. Un affare fiutato dalla camorra, anzi, da clan spesso in guerra tra loro per gestire soldi di droga e estorsioni. Tanto che temuti boss dello scacchiere criminale cittadino &#8211; ricercati da tempo dalle forze di polizia &#8211; non rinunciavano a varcare la soglia di piazza Santa Caterina, a sedersi di fronte al dirigente numero uno del Palazzo e a fare la voce grossa: sappiamo che sei tu quello che gestisce l&#8217;affare, dacci una mano o sono guai. Insegnaci a entrare nel business, non hai scelta: qua stanno i bravi ragazzi del Mercato. Coerenza criminale, propria di chi è abituato a contendere con violenza fette di potere malavitoso. Niente racket e cocaina, però, perché qui in ballo c&#8217;erano pratiche per finti invalidi. A spingere la camorra nel cuore ricco di Napoli, c&#8217;erano certificati di sedicenti pazzi o ciechi, questa volta made in Forcella o targati rione Mercato. E il racconto fatto da Angelo Sacco, il dirigente di Chiaia in cella da più di un mese con l&#8217;accusa di essere funzionale al sistema inventato dal consigliere Salvatore Alajo, a sua volta agli arresti dallo scorso gennaio. Un lungo interrogatorio, quello di Sacco. Venerdì mattina, davanti al gip Gabriella Pepe, ha ammesso di aver firmato decine di pensioni per finti invalidi ma ha tirato pesantemente in ballo le amicizie di Alajo all&#8217;Asl e all&#8217;Inps. Poi, ha risposto alle domande sul filone criminale, partendo dall&#8217;ultimatum di una banda del rione Mercato. Chi erano i «bravi ragazzi del Mercato»? Erano quelli del clan Mazzarella, modi spicci e idee chiare: «Sappiamo che sei tu l&#8217;uomo che conta, stai facendo arricchire Alajo, ora devi aiutare anche noi». E così lui, il dirigente numero uno, era diventato ostaggio di uno dei più agguerriti gruppi criminali della città. Clan Mazzarella, ala rione Mercato, gruppo criminale autonomo e alternativo a quello del Pallonetto di Santa Lucia. Episodi sinistri agli atti dell&#8217;indagine sui finti invalidi. Indagano i pm Giuseppe Noviello e Giancarlo Novelli, in forza al pool mani pulite dell&#8217;aggiunto Francesco Greco. In cella gli organizzatori della truffa dei finti ciechi o pazzi, due filoni ancora da battere: il livello politico amministrativo, che va dalle collusioni interne agli uffici di Chiaia ai soci targati Inps o Asl; poi il fronte criminale, che in questa storia sembra aver svolto un ruolo soprattutto nell&#8217;ultima fase, quando ormai era chiaro a tutti che con gli invalidi si incassavano soldi puliti a fine mese. Messo alle strette, Sacco ha raccontato di aver subìto intimidazioni, minacce, pressioni. Episodi su cui indagano i carabinieri della compagnia rione Traiano, al seguito del capitano Federico Scarabello e del luogotenente Tommaso Fiorentino. Almeno due gli episodi choc agli atti di un fascicolo non ancora concluso: quando Sacco riceve camorristi patentati nel suo ufficio, che lo «invitano» a presentarsi a un summit per offrire il suo know how ai finti invalidi del Mercato, e quando viene aggredito e picchiato sotto casa.<br />
Due episodi connessi. Lui al summit non si presenta e scatta la ritorsione: «Pensavo fosse una rapina, erano in due col casco, sotto casa mia, nel mio parco. Mi buttarono a terra, capii subito». Botte e minacce al dirigente che oggi racconta il suo passato, confessa e piange davanti al giudice. Incidente probatorio, mossa della Procura che così congela potenziali elementi di prova a carico di politici, funzionari e camorristi. Decine i nomi di persone da identificare, i fatti da verificare. Chiaia epicentro di una truffa da nove milioni di euro, soldi, voti e favori sotto i riflettori: un business troppo grande per un solo gruppetto familiare, un affare troppo ampio per non interessare la camorra del centro cittadino. </p>
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		<title>Accuse al consigliere pd Fabozzi I casalesi: può aiutarci negli appalti</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 06:35:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di T.B. da il Corriere del Mezzogiorno) Sono accuse pesantissime quelle che diversi pentiti rivolgono a Enrico Fabozzi, sindaco di Villa Literno e consigliere regionale del Pd che martedì si è autosospeso dal partito; Fabozzi è indagato nell’ambito dell’inchiesta sulle collusioni tra clan dei casalesi e politica culminata lunedì nella notifica di 17 provvedimenti restrittivi, tra i cui destinatari figurano Nicola Schiavone, figlio del boss Francesco, e Nicola Ferraro, ex consigliere regionale dell’Udeur. I verbali che accusano Fabozzi sono contenuti nell’ordinanza emessa dal gip Vincenzo Alabiso su richiesta dei pm Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio. Uno degli accusatori del consigliere regionale è Emilio Di Caterino, killer del gruppo di Giuseppe Setola: «Ha dichiarato che nell’anno 2006, dopo la sua scarcerazione, ha incontrato, insieme a Cirillo Alessandro e a Maccariello Raffaele, Luigi Ferraro in un bar sulla strada che porta da Casale a Villa Literno, di fronte a Corvino Motor; che chiese a Luigi Ferraro di intercedere presso il fratello Nicola— che in quel momento essendo un importante esponente del partito di Forza Italia non poteva essere incontrato apertamente &#8211; affinché il cugino di Raffaele Maccariello, a nome anch’egli Raffaele, si aggiudicasse un grosso appalto per la pavimentazione stradale indetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di T.B. da il Corriere del Mezzogiorno)</strong></p>
<p>Sono accuse pesantissime quelle che diversi pentiti rivolgono a Enrico Fabozzi, sindaco di Villa Literno e consigliere regionale del Pd che martedì si è autosospeso dal partito; Fabozzi è indagato nell’ambito dell’inchiesta sulle collusioni tra clan dei casalesi e politica culminata lunedì nella notifica di 17 provvedimenti restrittivi, tra i cui destinatari figurano Nicola Schiavone, figlio del boss Francesco, e Nicola Ferraro, ex consigliere regionale dell’Udeur. I verbali che accusano Fabozzi sono contenuti nell’ordinanza emessa dal gip Vincenzo Alabiso su richiesta dei pm Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio. Uno degli accusatori del consigliere regionale è Emilio Di Caterino, killer del gruppo di Giuseppe Setola: «Ha dichiarato che nell’anno 2006, dopo la sua scarcerazione, ha incontrato, insieme a Cirillo Alessandro e a Maccariello Raffaele, Luigi Ferraro in un bar sulla strada che porta da Casale a Villa Literno, di fronte a Corvino Motor; che chiese a Luigi Ferraro di intercedere presso il fratello Nicola— che in quel momento essendo un importante esponente del partito di Forza Italia non poteva essere incontrato apertamente &#8211; affinché il cugino di Raffaele Maccariello, a nome anch’egli Raffaele, si aggiudicasse un grosso appalto per la pavimentazione stradale indetto dal Comune di Villa Literno; che Nicola Ferraro, infatti, era molto legato al sindaco di Villa Literno, Enrico Fabozzi, e quindi era in grado, per quanto a conoscenza del clan, di incidere nella aggiudicazione di questo appalto, del valore di circa un milione di euro; che la trattativa ha comportato successivi incontri, nei quali Luigi Ferraro ha dato la disponibilità per far vincere questo appalto alla persona indicata; che Luigi Ferraro disse, quindi, di recapitargli la busta con l’indicazione del nominativo della ditta rassicurando che non ci sarebbero stati problemi; che effettivamente l’appalto era stato aggiudicato alla persona indicata e che i lavori poi sono stati effettivamente svolti». Anche il pentito Luigi Guida riferisce cose gravissime: parla per esempio di «un incontro cui parteciparono oltre allo stesso Guida e a Ferraro Nicola il sindaco Fabozzi. In tale occasione il Fabozzi si mise a completa disposizione degli interessi criminali dei suoi interlocutori mantenendo per sè la delega relativa ai lavori pubblici, nominando un nuovo capo dell’ufficio tecnico di intesa con Ferraro Nicola, procedendo per nomina diretta in caso di appalti di minor valore e truccando le procedure di gara per gli appalti di maggiore entità. Ferraro Nicola aggiunse che in tal modo sarebbero state designate imprese che spontaneamente avrebbero pagato il dovuto al clan senza necessità di intimidazioni ovvero di bloccare il cantiere». </p>
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		<title>Ferraro &#8220;cerniera&#8221; tra clan, politica e imprese</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 06:11:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[camorra]]></category>
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		<description><![CDATA[(di D.D.P. da la Repubblica Napoli) L´ex consigliere regionale dell´Udeur Nicola Ferraro ha rivestito il ruolo di «cerniera fra la politica, l´imprenditoria e la camorra» nella zona della provincia di Caserta. Ne è convinta la Procura di Napoli che adesso è impegnata con i carabinieri del Ros a scandagliare i «rapporti preferenziali» fra l´esponente politico in cella da lunedì con l´accusa di concorso esterno in associazione camorristica con il clan dei Casalesi ed esponenti di importanti amministrazioni locali come i comuni di Castel Volturno e Villa Literno. Ieri Ferraro è stato interrogato in carcere alla presenza dell´avvocato Giovanni Cantelli. Ha respinto le accuse con energia. La difesa ha già presentato ricorso al Riesame. Il fratello Luigi invece ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. L´inchiesta, condotta dai pm Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio coordinati dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho riparte dagli intrecci che secondo gli investigatori si dipanano proprio intorno alla figura dell´esponente politico e imprenditore del settore dei rifiuti. Negli atti a sostegno dell´ordinanza cautelare firmata dal gip Vincenzo Alabiso i pubblici ministeri citano le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia come Luigi Guida o come Emilio Di Caterino. Quest´ultimo ha riferito su una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di D.D.P. da la Repubblica Napoli)</strong></p>
<p>L´ex consigliere regionale dell´Udeur Nicola Ferraro ha rivestito il ruolo di «cerniera fra la politica, l´imprenditoria e la camorra» nella zona della provincia di Caserta. Ne è convinta la Procura di Napoli che adesso è impegnata con i carabinieri del Ros a scandagliare i «rapporti preferenziali» fra l´esponente politico in cella da lunedì con l´accusa di concorso esterno in associazione camorristica con il clan dei Casalesi ed esponenti di importanti amministrazioni locali come i comuni di Castel Volturno e Villa Literno. Ieri Ferraro è stato interrogato in carcere alla presenza dell´avvocato Giovanni Cantelli. Ha respinto le accuse con energia. La difesa ha già presentato ricorso al Riesame. Il fratello Luigi invece ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.<br />
L´inchiesta, condotta dai pm Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio coordinati dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho riparte dagli intrecci che secondo gli investigatori si dipanano proprio intorno alla figura dell´esponente politico e imprenditore del settore dei rifiuti. Negli atti a sostegno dell´ordinanza cautelare firmata dal gip Vincenzo Alabiso i pubblici ministeri citano le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia come Luigi Guida o come Emilio Di Caterino.<br />
Quest´ultimo ha riferito su una vicenda tuttora al centro di approfondimenti: le minacce rivolte al sindaco di Villa Literno, e consigliere regionale del Pd, Enrico Fabozzi al quale fu recapitata una testa di maiale mozzata. «Il clan Bidognetti voleva incontrare il sindaco in relazione ad alcuni appalti che dovevano essere aggiudicati a Villa Literno», sostiene il collaboratore di giustizia. Secondo Di Caterino, dopo l´intimidazione sarebbe stato proprio Nicola Ferraro a «fare da tramite per le comunicazioni» fra gli esponenti del gruppo bidognettiano del clan dei Casalesi e l´amministrazione. Fin qui le parole del pentito. La ricostruzione dovrà ora essere doverosamente verificata dagli inquirenti impegnati a fare piena luce sugli intrecci e le pressioni esercitate dalla camorra sugli ambienti politici e amministrativi del territorio casertano.</p>
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		<title>La strategia delle &#8220;Unghie nere&#8221; del clan</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 05:45:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[camorra]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Dario Del Porto da la Repubblica Napoli) «Le unghie nere hanno colpito», si vantava al telefono Nicola Schiavone, cugino ed omonimo del Nicola Schiavone figlio del padrino di Gomorra Francesco detto &#8220;Sandokan&#8221;, quando le pressioni per estromettere dagli appalti le ditte concorrenti andavano a buon fine. Nella interpretazione della Procura, il riferimento alle «unghie nere» riporta alla mente la «mano nera», l´associazione mafiosa attiva fra gli italiani immigrati in America ai primi del Novecento. Ma qui siamo a Casal di Principe, non a Little Italy. E l´indagine condotta dal Ros dei carabinieri e coordinata dai pm del pool anticamorra Antonio Ardituro e Marco Del Gaudio con il procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho racconta un´altra storia: è una trama di appalti pubblici che sarebbero stati decisi &#8220;a tavolino&#8221;, addirittura in uno studio privato, per favorire le imprese legate al clan dei Casalesi. Il bando veniva disegnato su misura, poi venivano confezionate offerte &#8220;d´appoggio&#8221; con il contributo di imprenditori ritenuti compiacenti: «Tutte le buste di tutte le imprese partecipanti» erano predisposte a giudizio dell´accusa in modo da pilotare la gara. Per conto del cugino, (a sua volta raggiunto dal provvedimento) e dunque di tutta la famiglia, Nicola Schiavone si occupava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Dario Del Porto da la Repubblica Napoli)</strong></p>
<p>«Le unghie nere hanno colpito», si vantava al telefono Nicola Schiavone, cugino ed omonimo del Nicola Schiavone figlio del padrino di Gomorra Francesco detto &#8220;Sandokan&#8221;, quando le pressioni per estromettere dagli appalti le ditte concorrenti andavano a buon fine. Nella interpretazione della Procura, il riferimento alle «unghie nere» riporta alla mente la «mano nera», l´associazione mafiosa attiva fra gli italiani immigrati in America ai primi del Novecento. Ma qui siamo a Casal di Principe, non a Little Italy. E l´indagine condotta dal Ros dei carabinieri e coordinata dai pm del pool anticamorra Antonio Ardituro e Marco Del Gaudio con il procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho racconta un´altra storia: è una trama di appalti pubblici che sarebbero stati decisi &#8220;a tavolino&#8221;, addirittura in uno studio privato, per favorire le imprese legate al clan dei Casalesi. Il bando veniva disegnato su misura, poi venivano confezionate offerte &#8220;d´appoggio&#8221; con il contributo di imprenditori ritenuti compiacenti: «Tutte le buste di tutte le imprese partecipanti» erano predisposte a giudizio dell´accusa in modo da pilotare la gara.<br />
Per conto del cugino, (a sua volta raggiunto dal provvedimento) e dunque di tutta la famiglia, Nicola Schiavone si occupava degli appalti anche contattando personalmente le imprese provenienti da altri territori che volevano partecipare alla gara. «Siamo la ditta di Casale», diceva e quelli, con le buone o con le cattive, capivano. Le indagini hanno riguardato lavori banditi a Casal di Principe, Frignano, Piana di Monte Verna. Il gip Vincenzo Alabiso ha emesso 17 ordinanze di custodia rigettandone 45. In cella, per concorso esterno in associazione mafiosa, anche l´ex consigliere regionale dell´Udeur Nicola Ferraro. Sequestrati beni dell´importo di oltre un miliardo fra i quali 138 appartamenti in Campania e Lazio, quote di società fra le quali quelle del complesso turistico Hyppo Kampos Resort di Castel Volturno, 278 terreni, 235 fra auto e moto, rapporti bancari e postali. Da domani, gli interrogatori degli indagati che potranno replicare alle accuse alla presenza dei propri avvocati difensori. </p>
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		<title>Anche il lago d’Averno era finito nelle mani del clan dei casalesi</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 05:43:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Titti Beneduce da il Corriere del Mezzogiorno) Nella disponibilità del clan dei casalesi era finito, secondo la Procura, persino un lago: quello d’Averno, il più noto e suggestivo dei Campi Flegrei. Gli agenti della Dia lo hanno sequestrato ieri in esecuzione di un decreto della Dda: appartiene a Gennaro Cardillo, in carcere con l’accusa di favoreggiamento per avere aiutato il killer Giuseppe Setola durante la latitanza. Cardillo è amministratore e socio unico della Country Club, la società che nel 1991 acquistò il lago per due miliardi di lire dalla famiglia Pollio: l’acquisto, è scritto nell’atto notarile, riguarda «un intero terreno invaso di acque denominato lago d’Averno, dalla superficie complessiva di circa ettari 55, are 77 e centiare 80». I Pollio, a loro volta, si erano tramandati l’Averno dal 1750, quando lo avevano ricevuto in dono dai Borbone; nonostante tre sentenze abbiano assegnato il bacino allo Stato, la controversia giudiziaria avviata 19 anni fa resta aperta. Oltre alla società, la Dia ha sequestrato anche l’agriturismo «Terra mia», dove Setola è stato ospitato durante la latitanza, e la discoteca «Aramacao». I beni hanno un valore complessivo di 15 miliardi di euro. Il decreto di sequestro è stato emesso dal procuratore aggiunto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Titti Beneduce da il Corriere del Mezzogiorno)</strong></p>
<p>Nella disponibilità del clan dei casalesi era finito, secondo la Procura, persino un lago: quello d’Averno, il più noto e suggestivo dei Campi Flegrei. Gli agenti della Dia lo hanno sequestrato ieri in esecuzione di un decreto della Dda: appartiene a Gennaro Cardillo, in carcere con l’accusa di favoreggiamento per avere aiutato il killer Giuseppe Setola durante la latitanza. Cardillo è amministratore e socio unico della Country Club, la società che nel 1991 acquistò il lago per due miliardi di lire dalla famiglia Pollio: l’acquisto, è scritto nell’atto notarile, riguarda «un intero terreno invaso di acque denominato lago d’Averno, dalla superficie complessiva di circa ettari 55, are 77 e centiare 80». I Pollio, a loro volta, si erano tramandati l’Averno dal 1750, quando lo avevano ricevuto in dono dai Borbone; nonostante tre sentenze abbiano assegnato il bacino allo Stato, la controversia giudiziaria avviata 19 anni fa resta aperta. Oltre alla società, la Dia ha sequestrato anche l’agriturismo «Terra mia», dove Setola è stato ospitato durante la latitanza, e la discoteca «Aramacao». I beni hanno un valore complessivo di 15 miliardi di euro. Il decreto di sequestro è stato emesso dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho e dai pm Giovanni Conzo, Alessandro D&#8217;Alessio, Catello Maresca, Alessandro Milita e Cesare Sirignano. Le operazioni di sequestro sono state coordinate dal dirigente della Dia, vicequestore Maurizio Vallone. Gennaro Cardillo, è scritto nel decreto di sequestro, «ha operato acquisizioni di beni, direttamente o tramite la sua società, del tutto sproporzionate rispetto ai redditi dichiarati. Tale sproporzione impone la presunzione di illecita provenienza dei mezzi impiegati per gli acquisti». Per gli investigatori, dunque, è un prestanome dei boss casalesi. L’avvocato Fabio Fulgeri, che assiste Cardillo, sottolinea invece che i beni sono stati acquistati dai familiari dell’uomo, e in particolare dal padre: farà ricorso al Riesame per il dissequestro. Negli anni scorsi, intervistato a proposito della proprietà del lago, Gennaro Cardillo ne rivendicava addirittura la valorizzazione: «In questi anni abbiamo salvato l’Averno dal degrado, ripulito la foce ostruita, salvaguardato le sue acque». Durante la latitanza, dunque, Giuseppe Setola, il killer che volle, tra l’altro, la strage dei neri di Castelvolturno, non trovò rifugio solo nell’appartamento di via Manzoni, a Posillipo, ma anche in questo luogo ricco di storia e riferimenti mitologici. Nell’agriturismo, del resto, come ha rivelato il pentito Oreste Spagnuolo, il suo gruppo si riuniva da tempo e spesso si fermava a mangiare. </p>
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		<title>Blitz nel supermarket della droga. 28 arresti all&#8217;alba dentro il Bronx</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 04:32:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Amalia De Simone da il Napoli) Centrocommerciale Bronx, via Taverna del Ferro: all&#8217;edificio uno si vende mariuana, al due hashish, al tre crack e al quattro cocaina. Il nome in codice di quest&#8217;ultimo prodotto è “magliette” ed è in vendita sui ballatoi al terzo e al sesto piano che sono tra loro comunicanti e collegati al primo. I “commessi” del centro commerciale in base al contratto di lavoro collettivo made in camorra hanno diritto ad un alloggio popolare nello stesso Bronx, fatta salva la clausola di essere cacciati nel caso in cui il clan non gradisca più il modo di lavorare degli assegnatari degli alloggi. Gli annunci con l&#8217;altoparlante vengono fatti dalle urlatrici donne in carriera che hanno anche il compito di “cazziare” le vedette qualora non si accorgano dell&#8217;arrivo di qualche “zio” &#8211; nome in codice per carabinieri o poliziotti-. E così la scorsa notte sono stati loro, una cinquantina di ragazzini tra i dodici e i quattordici anni che con aria di sufficienza hanno accolto e ostacolato l&#8217;arrivo di 200 carabinieri coordinati dal capitano Pierluigi Buonomo con in testa la tenenza di Cercola che ha avviato e svolto le indagini. Ad ognuno un ballatoio, una botola, uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Amalia De Simone da il Napoli)</strong></p>
<p>Centrocommerciale Bronx, via Taverna del Ferro: all&#8217;edificio uno si vende mariuana, al due hashish, al tre crack e al quattro cocaina. Il nome in codice di quest&#8217;ultimo prodotto è “magliette” ed è in vendita sui ballatoi al terzo e al sesto piano che sono tra loro comunicanti e collegati al primo. I “commessi” del centro commerciale in base al contratto di lavoro collettivo made in camorra hanno diritto ad un alloggio popolare nello stesso Bronx, fatta salva la clausola di essere cacciati nel caso in cui il clan non gradisca più il modo di lavorare degli assegnatari degli alloggi. Gli annunci con l&#8217;altoparlante vengono fatti dalle urlatrici donne in carriera che hanno anche il compito di “cazziare” le vedette qualora non si accorgano dell&#8217;arrivo di qualche “zio” &#8211; nome in codice per carabinieri o poliziotti-. E così la scorsa notte sono stati loro, una cinquantina di ragazzini tra i dodici e i quattordici anni che con aria di sufficienza hanno accolto e ostacolato l&#8217;arrivo di 200 carabinieri coordinati dal capitano Pierluigi Buonomo con in testa la tenenza di Cercola che ha avviato e svolto le indagini. Ad ognuno un ballatoio, una botola, uno scantinato e gli occupanti degli alloggi come topi in fila si dileguavano nei mille varchi del labirinto di via Taverna del Ferro.<br />
Dopo una notte di inseguimenti i militari riescono ad eseguire 28 arresti firmati dal gip Alessandro Modestino su richiesta del procuratore aggiunto Rosario Cantelmo e del pm Mariella Di Mauro. Nel provvedimento viene descritta una organizzazione aziendale di spaccio con turni di lavoro, servizio mensa e mansioni ben definite: «In una sola circostanza &#8211; scrive il gip &#8211; gli spacciatori sono autorizzati ad allontanarsi per il tempo strettamente necessario dal posto di lavoro ed è nel caso in cui vi è segnalata dalle vedette la presenza di personale delle forze dell’ordine all’interno del quartiere; comunque l’ordine è chiaro ed incontestabile, l’assenza deve essere ridotta al minimo, per non creare un disservizio alla clientela». Dalle intercettazioni «si evince il potere da parte dei capi di cambiare i turni lavorativi dei soggetti a loro subordinati. Se un “lavoratore dipendente” si rende responsabile di inadempienze dovute a ritardi sul luogo lavorativo, assenze ingiustificate l’organizzazione interviene immediatamente con forza. Nel clan vige inoltre “la disposizione tassativa che ad ogni turno di vendita deve essere abbinato un turno di vigilanza, in modo tale da evitare inutili perdite di uomini (arresti) e di stupefacente (sequestri). Dall&#8217;ordinanza di custodia cautelare emerge inoltre come il clan Formicola concedeva o toglieva a proprio piacimento gli appartamenti agli abitanti del rione, a seconda del loro comportamento. In un caso il clan concesse ad uno spacciatore appena arruolato “l&#8217;alloggio di servizio”. Fondamentali, ancora una volta, le intercettazioni: Salvatore Pianese, conversando con Teresa Lanza (entrambi agli arresti) la invita, dopo aver fatto le pulizie nella Scala D di una palazzina del Bronx, a prolungare il turno di lavoro e a pulire l’appartamento di un nuovo pusher.</p>
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		<title>Politico, amico di boss e 007 trattava le tangenti del racket</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 05:03:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Antonio Corbo da la Repubblica Napoli) Uno come tanti, nell´elenco degli 82 arresti. L´ordine alfabetico lo nasconde al numero 29. &#8220;Del Giudice Giuseppe, nato a Pozzuoli, 13.12.1952&#8243;. Assicuratore. Era precipitato solo due volte in cronaca nera. Nel 2004, quando i pm Raffaele Marino e Antonello Ardituro, esasperati da depistaggi e fughe di notizie, fermano lo scontro nella caserma dei complotti. Carabinieri onesti ma temerari: si giocano la carriera per indagare su generale, boss, faccendieri e colleghi dalla divisa macchiata da sospetti. La Procura pubblica i nomi degli indagati e perquisisce la compagnia di Pozzuoli. Spuntano dai cassetti anche lettere anonime: pugni di fango per fermare chi indaga. Di Giuseppe Del Giudice si parla come amico purtroppo fidato del generale Sabato Toscano, che l´aveva conosciuto vent´anni prima da capitano a Pozzuoli. La sua posizione è stata archiviata nel tempo, riconosciute ingenuità ma anche estraneità totale ai traffici dell´assicuratore dai mille volti: era come l´ombra del generale, prometteva favori e persino la promozione a un ufficiale medico. La seconda volta, anno 2009, la sua figura è più chiara: Del Giudice è in casa di un latitante, Gaetano Beneduce, capo di uno dei due clan. Beneduce è considerato la mente raffinata del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Antonio Corbo da la Repubblica Napoli)</strong></p>
<p>Uno come tanti, nell´elenco degli 82 arresti. L´ordine alfabetico lo nasconde al numero 29. &#8220;Del Giudice Giuseppe, nato a Pozzuoli, 13.12.1952&#8243;. Assicuratore. Era precipitato solo due volte in cronaca nera. Nel 2004, quando i pm Raffaele Marino e Antonello Ardituro, esasperati da depistaggi e fughe di notizie, fermano lo scontro nella caserma dei complotti. Carabinieri onesti ma temerari: si giocano la carriera per indagare su generale, boss, faccendieri e colleghi dalla divisa macchiata da sospetti. La Procura pubblica i nomi degli indagati e perquisisce la compagnia di Pozzuoli. Spuntano dai cassetti anche lettere anonime: pugni di fango per fermare chi indaga. Di Giuseppe Del Giudice si parla come amico purtroppo fidato del generale Sabato Toscano, che l´aveva conosciuto vent´anni prima da capitano a Pozzuoli. La sua posizione è stata archiviata nel tempo, riconosciute ingenuità ma anche estraneità totale ai traffici dell´assicuratore dai mille volti: era come l´ombra del generale, prometteva favori e persino la promozione a un ufficiale medico. La seconda volta, anno 2009, la sua figura è più chiara: Del Giudice è in casa di un latitante, Gaetano Beneduce, capo di uno dei due clan. Beneduce è considerato la mente raffinata del crimine. L´altro, Gennaro Longobardi, il violento dell´alleanza.<br />
Chi è Del Giudice? «Del Giudice è Pozzuoli». Criptica la risposta di un inquirente, lo definisce «tombale» la retata. Perché Pozzuoli e il suo porto sono ormai liberati da una camorra ambigua, fatta di mitra e burocrati, cocaina e vigili asserviti, tentati omicidi e affaristi, camorra che aveva da vent´anni in Giuseppe Del Giudice, secondo le accuse che lo portano in carcere, la chiave per entrare ovunque. Istituzioni, politica, cantieri. «Svolgeva un´attività di intermediazione sulle tangenti dei cantieri», rivela un suo amico, Carmine Toscanese. «Andare noi, no, potevamo essere denunciati. Trattava Del Giudice per noi, faceva tutto lui». Leggendo le carte, che cosa non fa? Del Giudice informa i carabinieri inquisiti, ma non perdona chi indaga. Nel 2004 due marescialli sottratti dai pm agli ufficiali che remavano contro l´inchiesta e contro il colonnello Luigi Sementa che aveva aperto l´indagine più scomoda, furono blindati in un ufficio della Procura. Domenico Colasuonno e Gabriele Lucianetti. Integerrimi. Il primo lavora di nuovo con i magistrati, l´altro in congedo, poverino. Sementa fu convinto dal sindaco Iervolino a diventare generale dei vigili. Era destinato a un modesto incarico burocratico a Chieti. I due marescialli, quindi: protetti dai pm Marino e Ardituro sfuggono a minacce e pressioni, ma non alle trame della camorra. Fotografano Del Giudice in un luogo defilato, oltre il campo sportivo, mentre parla con un sottufficiale della Finanza. Toni di complicità. Di che parlano sottovoce? Passa poco tempo e i due marescialli sono arrestati proprio dalla Finanza, inchiesta sull´Asl2. Con accuse svanite dopo 12 giorni di domiciliari. Nel marzo scorso, gli stessi finanzieri di quello strano blitz sono arrestati, con accuse più solide, descritte con sdegno dal procuratore aggiunto Sandro Pennasilico. Questa è la Pozzuoli di Giuseppe Del Giudice, il generale ombra, questa è la Pozzuoli esplorata con tanta fatica dalla Procura.<br />
Il 13 maggio 2003 i primi 35 arresti al mercato ittico, Sementa guida in un blitz notturno i baschi rossi dei &#8220;Cacciatori di Calabria&#8221;. Il 15 aprile 2005 la perquisizione in caserma e l´elenco degli indagati: a quel punto, devono essere trasferiti. Entra in scena Leonardo Gallitelli, oggi comandante generale, allora guidava la Regione Campania. Dimostra che il prestigio dell´Arma resiste anche ai peggiori militari. Caserma ripulita e intesa ferrea con la Procura. Dove indaga anche Raffaella Capasso, arriva quindi un altro pm: Gloria Sanseverino. I magistrati non mollano, neanche i carabinieri ormai compatti. Il comandante provinciale Gaetano Maruccia prima, Mario Cinque poi, seguono la linea Gallitelli. Giancarlo Scafuri colonnello e Lorenzo D´Aloja maggiore vanno avanti senza tranelli. Proprio un capitano aveva tentato l´ultimo: svilì le informazioni di una donna (Monica S. P.) che dopo l´ennesimo pestaggio, con un braccio rotto, aveva rivelato molti segreti dei clan, li conosceva, era stata amica dei capi prima di sposare un piccolo boss. Anche su di lei, Del Giudice s´informa («Sono preoccupata, vuol sapere dove sono») ma non si ferma. Si batte per i passaporti ai boss, presta loro le sue auto, ha rapporti con Gaetano Beneduce, come con Rosario Ferro e Rosario Pariante, chiede di essere votato e la camorra lo spinge in consiglio. È legato a Giuseppe Ilario e a sua moglie per alcuni affari. I due fingono di separarsi per proteggere i beni accumulati. Lei è Anna Di Lauro, legami con Paolo (Ciruzzo ‘o milionario) di Secondigliano. Una rete infinita per un assicuratore e un politico per vent´anni al di sopra di ogni sospetto. Nella sua Pozzuoli. </p>
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		<title>Estorsioni, armi e droga 82 arresti nell&#8217;area flegrea</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 05:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Irene De Arcangelis da la Repubblica Napoli) La camorra di Pozzuoli dalle estorsioni ai commercianti ai rapporti stretti con le istituzioni locali e le forze dell´ordine. La storia di due boss nelle mille pagine di ordinanza di custodia cautelare dell´Antimafia che ieri ha portato a ottantadue arresti. L´indagine racconta di un territorio, quello flegreo, nella morsa della camorra grazie anche alla complicità di insospettabili. Sottolinea il procuratore Lepore: «Senza le intercettazioni questi arresti non sarebbero stati possibili». STORIA di trent´anni di camorra e di due boss alleati loro malgrado, che si sopportano (e di quando in quando si fanno a vicenda sanguinari dispetti) pur di essere padroni del territorio. È la storia del clan Longobardi-Beneduce, area flegrea, e delle sue vicende di estorsioni ai commercianti, tentati omicidi, armi, droga. Con parentesi eclatanti, quali la maxi estorsione al mercato ittico di Pozzuoli. Quella storia è stata azzerata ieri dalle ottantadue ordinanze di custodia cautelare in carcere alla fine delle indagini dei carabinieri coordinati dalla Direzione distrettuale Antimafia. Primo del lungo elenco lo stesso boss Gaetano Beneduce, per la prima volta riconosciuto capo dell´organizzazione criminale in una misura cautelare. E proprio al boss è stata sequestrata la ditta Groess Gel, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Irene De Arcangelis da la Repubblica Napoli)</strong></p>
<p>La camorra di Pozzuoli dalle estorsioni ai commercianti ai rapporti stretti con le istituzioni locali e le forze dell´ordine. La storia di due boss nelle mille pagine di ordinanza di custodia cautelare dell´Antimafia che ieri ha portato a ottantadue arresti. L´indagine racconta di un territorio, quello flegreo, nella morsa della camorra grazie anche alla complicità di insospettabili. Sottolinea il procuratore Lepore: «Senza le intercettazioni questi arresti non sarebbero stati possibili».<br />
STORIA di trent´anni di camorra e di due boss alleati loro malgrado, che si sopportano (e di quando in quando si fanno a vicenda sanguinari dispetti) pur di essere padroni del territorio. È la storia del clan Longobardi-Beneduce, area flegrea, e delle sue vicende di estorsioni ai commercianti, tentati omicidi, armi, droga. Con parentesi eclatanti, quali la maxi estorsione al mercato ittico di Pozzuoli. Quella storia è stata azzerata ieri dalle ottantadue ordinanze di custodia cautelare in carcere alla fine delle indagini dei carabinieri coordinati dalla Direzione distrettuale Antimafia.<br />
Primo del lungo elenco lo stesso boss Gaetano Beneduce, per la prima volta riconosciuto capo dell´organizzazione criminale in una misura cautelare. E proprio al boss è stata sequestrata la ditta Groess Gel, che opera nel commercio all´ingrosso di prodotti ittici. Ma nella lista degli arrestati ci sono anche killer o insospettabili, come il gestore del noto ristorante Plinius, il titolare di una gioielleria, il gestore di un ormeggio di imbarcazioni e rappresentante del Consorzio nautico flegreo. E c´è un imprenditore edile destinatario di subappalti con ditte del calibro della Giustino Costruzioni. Infine, personaggio chiave, l´assicuratore insospettabile Giuseppe Del Giudice &#8211; soprannominato Ciombé (come il dittatore anni Sessanta del Congo Belga) &#8211; potente per i suoi rapporti con alcuni rappresentanti delle forze dell´ordine.<br />
Insomma, mille pagine di ordinanza di custodia dalle molteplici sfaccettature. Non manca la nota amara. È nelle parole del procuratore della Repubblica Giovandomenico Lepore. E il riferimento è ancora una volta alla legge sulle intercettazioni. «La criminalità organizzata &#8211; dice Lepore &#8211; non si combatte con i testimoni perché non ci sono. Né si combatte con i documenti perché la camorra non fa atti costitutivi. Se il ministro della Giustizia e il ministro dell´Interno possono vantarsi di grandi operazioni contro la criminalità organizzata è perché ci sono le intercettazioni telefoniche. Senza le intercettazioni non potremmo farcela. Stiamo perdendo tutto &#8211; conclude Lepore &#8211; non abbiamo neanche più i soldi della benzina che vengono anticipati dai magistrati e che chissà quando verranno rimborsati&#8230; ».<br />
Intercettazioni che in questa inchiesta come in tante altre consentono di mettere al posto giusto tasselli del mosaico che sembravano mancanti. Per esempio la malsana e sistematica abitudine di imporre ai commercianti di Pozzuoli l´offerta di regali a Natale e Pasqua. Un fenomeno dilagante e consolidato che conquista un capitolo a sé nella misura cautelare. &#8220;Cesti e capretti&#8221; &#8211; di cui si discute al telefono, come dimostrano le intercettazioni &#8211; destinati a un elenco di affiliati al clan Longobardi-Beneduce. Ma ampio spazio è riservato alla ricostruzione, nel tempo, delle alterne vicende del clan e dei difficili rapporti tra i due boss conviventi, che scelgono peraltro diversi alleati sul territorio, i cosiddetti &#8220;puteolani&#8221; e &#8220;quartesi&#8221;. Molti episodi di prepotenza camorristica sul territorio, ma anche la solida cerniera con le istituzioni nella figura dell´assicuratore Del Giudice. Scrive il gip: «Durante le indagini si aveva contezza del grado di infiltrazione del clan in ambienti istituzionali, in particolare nel Comune di Pozzuoli, nell´Arma dei carabinieri e nel commissariato di polizia». Il riferimento è all´inchiesta datata 2005 che coinvolse numerosi ufficiali dell´Arma. E d´altra parte l´inchiesta conclusa oggi abbraccia un periodo più lungo di eventi: a partire dall´estorsione al mercato ittico, nel 2003, a oggi. Sette anni di indagini. </p>
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		<title>«La camorra intimidì il baby testimone» Il retroscena del delitto al Magic World</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 12:18:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[camorra]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Leandro Del Gaudio da il Mattino) Una «eccezionale forza intimidatrice esterna», tanto forte da «piegare l’aspirazione alla punizione del colpevole». È tutto in queste poche righe il travaglio della ritrattazione di un teste d’accusa, «intimidito» in modo tanto violento da presentarsi in aula a raccontare l’esatto contrario di quanto aveva detto due anni prima. Intimidito e costretto a mentire dallo stesso sistema camorristico che aveva firmato un omicidio proprio sotto i suoi occhi. Storia di un piccolo testimone, che a tredici anni si ritrova lì al centro di una scena da brividi: davanti ai killer che sparano, che uccidono a volto scoperto; e che a quindici anni è costretto poi a presentarsi in un’aula di giustizia a rappresentare una messinscena difficile da credere: «Non so nulla di quell’omicidio, so solo che mi stavate cercando. Eccomi, faccio il garzone in un bar, vorrei ”stare quieto”, se ho dichiarato qualcosa ho sbagliato». Messinscena plateale, tanto da costringere il pm della Dda ad aprire un’inchiesta a carico proprio del babytestimone (e della madre) per false dichiarazioni al pm. Testimone di un delitto, in fuga volontaria per un paio di anni, poi autore di una ritrattazione poco credibile. Ma anche probabile oggetto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Leandro Del Gaudio da il Mattino)</strong></p>
<p>Una «eccezionale forza intimidatrice esterna», tanto forte da «piegare l’aspirazione alla punizione del colpevole». È tutto in queste poche righe il travaglio della ritrattazione di un teste d’accusa, «intimidito» in modo tanto violento da presentarsi in aula a raccontare l’esatto contrario di quanto aveva detto due anni prima.</p>
<p>Intimidito e costretto a mentire dallo stesso sistema camorristico che aveva firmato un omicidio proprio sotto i suoi occhi. Storia di un piccolo testimone, che a tredici anni si ritrova lì al centro di una scena da brividi: davanti ai killer che sparano, che uccidono a volto scoperto; e che a quindici anni è costretto poi a presentarsi in un’aula di giustizia a rappresentare una messinscena difficile da credere: «Non so nulla di quell’omicidio, so solo che mi stavate cercando. Eccomi, faccio il garzone in un bar, vorrei ”stare quieto”, se ho dichiarato qualcosa ho sbagliato». Messinscena plateale, tanto da costringere il pm della Dda ad aprire un’inchiesta a carico proprio del babytestimone (e della madre) per false dichiarazioni al pm.</p>
<p>Testimone di un delitto, in fuga volontaria per un paio di anni, poi autore di una ritrattazione poco credibile. Ma anche probabile oggetto di una denuncia per falso aggravato. Storia di una ritrattazione, raccontata in trentadue pagine: sono le motivazioni scritte dalla quinta Corte d’Assise di Napoli (presidente Adriana Pangia, estensore Francesco Pellecchia) della condanna del presunto killer Mario Buono: ergastolo, carcere a vita, fine pena mai, in attesa ovviamente di un probabile processo d’appello.</p>
<p>Omicidio di Nunzio Cangiano, è il delitto all’esterno del parco acquatico «Magic world» di Licola. Era il dieci agosto del 2007, quando Mario Buono e un complice entrarono in azione: Cangiano fu ucciso per il suo passaggio nelle fila degli scissionisti di Secondigliano. Fu il clan Di Lauro &#8211; spiega oggi la sentenza fresca di deposito &#8211; a mandare due killer all’esterno del parco dei divertimenti.</p>
<p>Non ebbero esitazione a sparare davanti a molti testimoni, né si mostrarono intimiditi per la presenza di quel ragazzino e della madre, entrambi conoscenti della vittima. Inchiesta sprint, affidata ai carabinieri del colonnello Fabio Cagnazzo di Castello di Cisterna, coordinata dai pm anticamorra Luigi Alberto Cannavale e Stefania Castaldi.</p>
<p>Tutto si fonda sulle dichiarazioni rese dal babytestimone, che fece il soprannome del presunto killer: «Quello che ha sparato si chiama ’o topo, è di Secondigliano, me lo ricordo &#8211; spiegò il ragazzino &#8211; stava spesso in sella a un’honda Sh o in una Audi». Tanto bastò a congelare le accuse. Per due anni, del ragazzino e della mamma neanche l’ombra. Inutili ricerche e convocazioni, fino ad indurre i giudici a dichiarare l’utilizzabilità delle accuse in assenza dei testimoni oculari.</p>
<p>Difeso dal penalista Diego Abate, l’imputato Mario Buono non ha battuto ciglio. Ha sempre protestato la sua innocenza e ha assistito in silenzio a un processo dal finale a sopresa: quando in aula si fiondano mamma e figlio &#8211; siamo allo scorso novembre &#8211; per impedire che le accuse di due anni prima si trasformino in un macigno sulla testa di Buono.</p>
<p>Ritrattazione indotta, coatta, ragionano oggi i giudici: imposta da «una eccezionale forza intimidatrice esterna», che zittisce i testimoni, anche quando è «forte l’aspirazione alla punizione del colpevole».</p>
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		<title>San Giovanni, fuoco nei cantieri di Napoli Est</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 06:31:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Stefano Piedimonte da il Corriere del Mezzogiorno) Mentre a Pompei suonavano i violini del maestro Riccardo Muti per inaugurare il Teatro Grande e promuovere il lancio dei progetti di Napoli Est, a Napoli Est, nel cantiere di San Giovanni a Teduccio per la cittadella universitaria Federico II, risuonavano le sirene della polizia. Il custode ha detto agli agenti di non essersi accorto di niente. Nonostante il cantiere di via Proto Pisani sia totalmente recintato, nonostante l’accesso fosse chiuso, l’uomo ha capito ciò che stava accadendo solo nel momento in cui ha visto le fiamme levarsi nel cielo. Quindi, ha chiamato i vigili del fuoco. Intervenuti alle 22.30, i pompieri si sono trovati di fronte una grossa escavatrice che aveva preso fuoco, misteriosamente, a lavori fermi. Le fiamme, peraltro, avvolgevano soltanto l’abitacolo e ilmotore del mezzo da lavoro. L’escavatrice è rimasta distrutta, ma ciò che è più importante: è stato lanciato un messaggio ben preciso. Solo poche ore prima, infatti, nel cantiere Brin 69 si era tenuta la conferenza di presentazione di NaplEst, l’associazione che ha messo a sistema diciotto progetti, iniziative private che si stanno ultimando nei quartieri di Barra, Ponticelli, Poggioreale, e San Giovanni a Teduccio. Il progetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Stefano Piedimonte da il Corriere del Mezzogiorno)</strong></p>
<p>Mentre a Pompei suonavano i violini del maestro Riccardo Muti per inaugurare il Teatro Grande e promuovere il lancio dei progetti di Napoli Est, a Napoli Est, nel cantiere di San Giovanni a Teduccio per la cittadella universitaria Federico II, risuonavano le sirene della polizia.</p>
<p>Il custode ha detto agli agenti di non essersi accorto di niente. Nonostante il cantiere di via Proto Pisani sia totalmente recintato, nonostante l’accesso fosse chiuso, l’uomo ha capito ciò che stava accadendo solo nel momento in cui ha visto le fiamme levarsi nel cielo. Quindi, ha chiamato i vigili del fuoco. Intervenuti alle 22.30, i pompieri si sono trovati di fronte una grossa escavatrice che aveva preso fuoco, misteriosamente, a lavori fermi. Le fiamme, peraltro, avvolgevano soltanto l’abitacolo e ilmotore del mezzo da lavoro. L’escavatrice è rimasta distrutta, ma ciò che è più importante: è stato lanciato un messaggio ben preciso.</p>
<p>Solo poche ore prima, infatti, nel cantiere Brin 69 si era tenuta la conferenza di presentazione di NaplEst, l’associazione che ha messo a sistema diciotto progetti, iniziative private che si stanno ultimando nei quartieri di Barra, Ponticelli, Poggioreale, e San Giovanni a Teduccio. Il progetto per il campus universitario della Federico II è partito già diversi anni fa, appaltato nel 2004 al gruppo giapponese Ishimoto Architectural &#038; Engineering Firm dell’architetto Michio Sugawara.</p>
<p>Secco il verdetto dei pompieri: le fiamme sono state provocate volontariamente, tant’è vero che gli stessi hanno inoltrato all’autorità giudiziaria un’informativa di reato per incendio doloso. Anche non avendo rinvenuto alcuna tanica di liquido combustibile, i vigili del fuoco sono convinti che le fiamme non avrebbero potuto innescarsi altrimenti. Sul posto sono intervenuti gli agenti del commissariato di polizia Barra-San Giovanni, guidati dal vicequestore Pietro De Rosa. Gli investigatori hanno ascoltato i referenti delle ditte che eseguono i lavori nel cantiere, ma tutti hanno detto di non aver mai ricevuto richieste estorsive. Il solito copione, praticamente, con i poliziotti che, oltre a rincorrere estorsori e malviventi, devono vincere le resistenze di chi, per comprensbili timori, vuol tenere la bocca chiusa.</p>
<p>La polizia ha chiesto di visionare i filmati registrati dalle telecamere a circuito chiuso, che potrebbero contenere elementi utili alle indagini. Venirne a capo è importante. I pr0getti di Napoli Est danno e daranno lavoro, soprattutto una volta terminati, a decine di migliaia di persone. Basti pensare che solo per il cantiere del campus universitario, la cifra stanziata si aggira intorno ai 160 milioni di euro. Proprio per evitare attenzioni indesiderate, NaplEst ha concordato con la Prefettura di Napoli un protocollo di vigilanza particolare sui diciotto progetti messi a sistema. Un accordo simile, fra enti appaltanti e forze dell’ordine, esiste anche per il cantiere della cittadella universitaria. Anche i carabinieri della compagnia Poggioreale, diretti dal capitano Massimo Ribaudo, sono al corrente dell’accaduto. Gli investigatori sono al lavoro per raccogliere ogni dettaglio utile a capire chi abbia appiccatto il fuoco nel cantiere, e soprattutto, se il raid sia la risposta a una richiesta estorsiva non esaudita, o una «premessa» per eventuali richieste future, anche in considerazione degli appelli alla legalità lanciati nei giorni scorsi dai costruttori e alle richieste esplicite di tener lontana la camorra.</p>
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		<title>I casalesi erano arrivati a investire anche a piazza dei Martiri</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 06:18:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Titti Beneduce da il Corriere del Mezzogiorno) Il denaro che il clan dei casalesi ricavava dalle estorsioni e dagli appalti illegali veniva reinvestito in strutture turistiche: alberghi, impianti sportivi e campeggi del litorale domizio, ma anche un ristorante di via Cappella Vecchia, «La locanda del Giullare». Immobili e società appartengono in particolare a Ferdinando e Luigi Russo e a Loran John Perham, ritenuti amici e fiancheggiatori del killer Giuseppe Setola; sono stati sequestrati ieri dalla Dia, in esecuzione di un decreto di sequestro emesso dal gip Nicola Miraglia del Giudice su richiesta dei pm Giovanni Conzo, Catello Maresca, Alessandro Milita, Maria Cristina Ribera e Cesare Sirignano. Il ristorante, attualmente in fase di ristrutturazione, appartiene all’italo — americano Loran John Perham, soprannominato Larry. Allo stesso Loran Perham è stato sequestrato il campeggio «International Camping» di Lago Patria da cui, la mattina dell’11 luglio 2008, un commando capeggiato da Giuseppe Setola partì per assassinare Raffaele Granata, titolare di uno stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano, che anni prima aveva denunciato un tentativo di estorsione. Racconta il collaboratore di giustizia Oreste Spagnuolo: «La mattina dell’omicidio di Granata, Amatrudi Massimo, Di Raffaele Carlo, Letizia Giovanni, Gagliardi Giuseppe ed io ci recammo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Titti Beneduce da il Corriere del Mezzogiorno)</strong></p>
<p>Il denaro che il clan dei casalesi ricavava dalle estorsioni e dagli appalti illegali veniva reinvestito in strutture turistiche: alberghi, impianti sportivi e campeggi del litorale domizio, ma anche un ristorante di via Cappella Vecchia, «La locanda del Giullare». Immobili e società appartengono in particolare a Ferdinando e Luigi Russo e a Loran John Perham, ritenuti amici e fiancheggiatori del killer Giuseppe Setola; sono stati sequestrati ieri dalla Dia, in esecuzione di un decreto di sequestro emesso dal gip Nicola Miraglia del Giudice su richiesta dei pm Giovanni Conzo, Catello Maresca, Alessandro Milita, Maria Cristina Ribera e Cesare Sirignano. Il ristorante, attualmente in fase di ristrutturazione, appartiene all’italo — americano Loran John Perham, soprannominato Larry. Allo stesso Loran Perham è stato sequestrato il campeggio «International Camping» di Lago Patria da cui, la mattina dell’11 luglio 2008, un commando capeggiato da Giuseppe Setola partì per assassinare Raffaele Granata, titolare di uno stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano, che anni prima aveva denunciato un tentativo di estorsione. Racconta il collaboratore di giustizia Oreste Spagnuolo: «La mattina dell’omicidio di Granata, Amatrudi Massimo, Di Raffaele Carlo, Letizia Giovanni, Gagliardi Giuseppe ed io ci recammo presso la masseria di Nando Russo al quale, dopo avergli comunicato quanto deciso da Setola — e cioè di uccidere il titolare del lido La Fiorente — gli chiedemmo di fornirci appoggio nel parcheggio di Lago Patria. Si trattava di un campeggio che noi già conoscevamo». Anche la «Locanda del Giullare», secondo gli investigatori, potrebbe essere stata utilizzata dal gruppo di Setola cone luogo d’incontro. Il ristorante, rilevato dall’italo— americano nel 2006, ha infatti funzionato fino a pochi mesi fa. </p>
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		<title>Clan e rifiuti, verbali secretati dalla commissione</title>
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		<pubDate>Thu, 13 May 2010 12:17:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Lorenzo Calò da il Mattino) La quasi totalità delle dichiarazioni rese dal procuratore capo di Napoli Giovandomenico Lepore e dal suo collega di Santa Maria Capua Vetere Corrado Lembo (ascoltato insieme con i sostituti Donato Ceglie e Silvio Marco Guarriello) è stata secretata. Sono le decisioni adottate dalla delegazione della commissione bicamerale d’inchiesta sulle ecomafie ieri e oggi a Caserta per una serie di audizioni. Uno scenario che Gaetano Pecorella, presidente dell’organismo parlamentare, non ha esitato e definire «da brivido». Tanto più dopo aver effettuato un sopralluogo nei siti di Ferrandelle, San Tammaro e Villa Literno; «ma soprattutto &#8211; dirà in tarda serata lo stesso Pecorella &#8211; perché al momento non esiste un piano per il futuro, che consenta una gestione efficace per i prossimi anni non solo per quanto riguarda lo smaltimento ordinario dei rifiuti ma anche il trattamento degli scarti speciali. E, si sa, la criminalità interviene proprio nelle situazioni di disorganizzazione e disagio». Una previsione che, a detta dei tecnici della stessa commissione, garantirebbe appena un anno e mezzo di «autonomia», dopodiché sarà di nuovo emergenza infinita. Eppure è solo uno dei tanti spaccati di un quadro dell’orrore cui aggiungono tinte oscure proprio gli atti relativi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Lorenzo Calò da il Mattino)</strong></p>
<p>La quasi totalità delle dichiarazioni rese dal procuratore capo di Napoli Giovandomenico Lepore e dal suo collega di Santa Maria Capua Vetere Corrado Lembo (ascoltato insieme con i sostituti Donato Ceglie e Silvio Marco Guarriello) è stata secretata. Sono le decisioni adottate dalla delegazione della commissione bicamerale d’inchiesta sulle ecomafie ieri e oggi a Caserta per una serie di audizioni. Uno scenario che Gaetano Pecorella, presidente dell’organismo parlamentare, non ha esitato e definire «da brivido». Tanto più dopo aver effettuato un sopralluogo nei siti di Ferrandelle, San Tammaro e Villa Literno; «ma soprattutto &#8211; dirà in tarda serata lo stesso Pecorella &#8211; perché al momento non esiste un piano per il futuro, che consenta una gestione efficace per i prossimi anni non solo per quanto riguarda lo smaltimento ordinario dei rifiuti ma anche il trattamento degli scarti speciali. E, si sa, la criminalità interviene proprio nelle situazioni di disorganizzazione e disagio». Una previsione che, a detta dei tecnici della stessa commissione, garantirebbe appena un anno e mezzo di «autonomia», dopodiché sarà di nuovo emergenza infinita. Eppure è solo uno dei tanti spaccati di un quadro dell’orrore cui aggiungono tinte oscure proprio gli atti relativi alle inchieste giudiziarie in corso. Atti incentrati essenzialmente su due fronti: il buco nero dei debiti e della gestione finanziaria e del personale del Consorzio unico delle province di Napoli e Caserta e una serie di inadempienze riscontrate nell’attività dei siti temporanei di stoccaggio dove &#8211; durante la fase emergenziale &#8211; sarebbe entrato ogni tipo di rifiuto. Insomma, aspetti su cui &#8211; hanno confermato Lepore e Lembo &#8211; sono ancora in corso accertamenti. A cominciare dalle modalità di conduzione amministrativa del Consorzio: gli inquirenti avrebbero accertato decine di assunzioni, promozioni e avanzamenti di carriera basati su rapporti e intrecci di parentela con politici e amministratori pubblici, segnalazioni e raccomandazioni persino da ambienti riconducibili al clan Buttone di Marcianise. Una gestione quanto meno «disinvolta» culminata, in appena due anni di esercizio, in una crescita esponenziale del personale che solo oggi &#8211; di fronte a un’amministrazione affidata a un commissario liquidatore &#8211; è esplosa con il bubbone esuberi e con un ammanco di cassa «strutturale» di almeno sei milioni e mezzo di euro al mese. Tanti sono i quattrini che servono a coprire le sole spese del personale a fronte di situazioni a dir poco incredibili cristallizzate nel corso dei mesi con alcuni impiegati cui venivano riconosciute persino 28 (ventotto) ore di straordinario al giorno. Ma non è finita. Sotto i riflettori lo scandalo della depurazione (l’inchiesta non è che agli inizi), oltre 150 scarichi abusivi e inquinanti, un ciclo di «ottimizzazione all’incontrario» con l’acqua che esce dagli impianti più sporca di come entra. Gli inquirenti intendono vederci chiaro anche sulla gestione dei siti di Ferrandelle (aperto nel 2008, ora chiuso, capienza dichiarata 502 mila tonnellate di immondizia, area sequestrata dai Noe) e San Tammaro: un modus operandi non direttamente riconducibile a pressioni della criminalità ma addirittura a leggerezze di tipo tecnico. Particolari riscontrati dalla commissione nel sopralluogo di ieri mattina: piazzole non coperte, formazione di percolato, fuoriuscita di sostanze gassose mai classificate, falle nel servizio di vigilanza. Un esempio? Negli ultimi 10 mesi l’impianto di San Tammaro ha subito tre incendi. Con un unico filo conduttore: in tutte le circostanze le fiamme sono state appiccate in giornate di pioggia. Un particolare fin troppo strano per non far pensare a un atto doloso. </p>
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		<title>Honda, Rolex e cartoon Così i clan si riconoscono</title>
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		<pubDate>Thu, 13 May 2010 11:55:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Bruno De Stefano* da il Corriere del Mezzogiorno) Una volta bastava una stretta di mano, un giuramento con tanto di santino bruciato, un destino comune come un parente ammazzato dai rivali: fino a qualche decennio fa per sentirsi parte di un gruppo non occorreva altro. E l’esibizione della ricchezza e di status symbol (auto di lusso, ville, abiti firmati) apparteneva solo ai pezzi grossi, mentre tra le seconde e terze file si conduceva un’esistenza all’insegna della sobrietà. Ma oggi che la granitica compattezza delle vecchie organizzazioni è un pallido ricordo, i camorristi hanno sempre più bisogno di coltivare il senso di appartenenza per riconoscersi tra loro e farsi riconoscere dagli altri. E per sentirsi parte di una squadra vestono allo stesso modo, indossano gli stessi monili, viaggiano su moto di una sola marca. Tutta roba rigorosamente griffata che, intendiamoci, viene ostentata anche per far morire d’invidia quei poveracci che si ostinano a vivere onestamente. In cima all’elenco dei segni distintivi resiste, però, la moda del tatuaggio, un&#8217;antica abitudine nel mondo della criminalità che si è ulteriormente consolidata da quando hanno cominciato a farne largo uso i campioni dello sport e i divi del cinema. Moltissimi anni fa un esponente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Bruno De Stefano* da il Corriere del Mezzogiorno)</strong></p>
<p>Una volta bastava una stretta di mano, un giuramento con tanto di santino bruciato, un destino comune come un parente ammazzato dai rivali: fino a qualche decennio fa per sentirsi parte di un gruppo non occorreva altro. E l’esibizione della ricchezza e di status symbol (auto di lusso, ville, abiti firmati) apparteneva solo ai pezzi grossi, mentre tra le seconde e terze file si conduceva un’esistenza all’insegna della sobrietà. Ma oggi che la granitica compattezza delle vecchie organizzazioni è un pallido ricordo, i camorristi hanno sempre più bisogno di coltivare il senso di appartenenza per riconoscersi tra loro e farsi riconoscere dagli altri. E per sentirsi parte di una squadra vestono allo stesso modo, indossano gli stessi monili, viaggiano su moto di una sola marca. Tutta roba rigorosamente griffata che, intendiamoci, viene ostentata anche per far morire d’invidia quei poveracci che si ostinano a vivere onestamente.</p>
<p>In cima all’elenco dei segni distintivi resiste, però, la moda del tatuaggio, un&#8217;antica abitudine nel mondo della criminalità che si è ulteriormente consolidata da quando hanno cominciato a farne largo uso i campioni dello sport e i divi del cinema. Moltissimi anni fa un esponente della malavita lo si riconosceva dai puntini tatuati tra il pollice e l’indice: a seconda del numero, si capiva qual’era il grado all’interno dell’organizzazione. Negli anni più recenti, invece, dai puntini si è passati alle immagini dei boss morti ammazzati. Alcuni esponenti del clan Cuccaro di Barra, ad esempio, portano sul petto o sulla schiena l’effige di Salvatore Cuccaro, capoclan assassinato il 3 novembre del 1996 mentre tornava dal commissariato dove si era recato a firmare perché sottoposto agli obblighi della sorveglianza speciale. Nella cosca degli Alberto, sempre nel quartiere di Barra, invece, c’è l’usanza di farsi tatuare sul petto il volto di Michele Alberto, giustiziato il 21 dicembre del 1989. Alcuni camorristi di Secondigliano lanciano messaggi piuttosto chiari ad amici e nemici, tatuandosi sull&#8217;avambraccio la frase «Don’t touch my family», ovvero «non toccate la mia famigliia».</p>
<p>I polsi sono un’altra parte del corpo che rivela l’appartenenza ad un clan. Gli orologi, infatti, non sono soltanto uno status symbol ma anche un modo per rimarcare l’appartenenza ad una cosca. Ne hanno fatto largo uso, ad esempio, i due gruppi protagonisti della faida di Scampìa: molti componenti delle truppe di Paolo Di Lauro e degli Scissionisti di Raffaele Amato avevano il vezzo di indossare costosissimi Rolex, un omaggio riservato soprattutto ai neo affiliati che passavano da un clan all&#8217;altro.</p>
<p>Il senso di appartenenza passa anche per i capi d’abbigliamento. Per un periodo, ad esempio, tra gli uomini dei Mazzarella ha imperversato la moda delle camicie con sopra stampati i personaggi dei cartoni animati della «Looney Tunes»: da Gatto Silvestro a Speedy Gonzales, da Wile Coyote allo struzzo Beep Beep, fino a Bugs Bunny. E la grandezza dell&#8217;immagine del personaggio dei cartoons era proporzionale al grado ricoperto all&#8217;interno dell&#8217;organizzazione. Sempre nelle fila dei Mazzarella un altro segno distintivo è rappresentato dai ciondoli composti da una, «M», o da due lettere, «VM» (Vincenzo Mazzarella).</p>
<p>Le moto, infine, oltre che uno strumento di «lavoro» per i killer, rappresentano un altro segno distintivo. Nel corso della guerra di Scampìa, gli uomini dei Di Lauro e degli Scissionisti viaggiavano in sella a tre modelli della Honda: «Transalp», «Cbr» e «Dominator». * Autore dei saggi: «Napoli criminale», «I boss della camorra», «La penisola dei mafiosi» e «La casta della monnezza». Tutti editi da Newton Compton.</p>
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		<title>Le mani sulla spesa. Il 10% va ai clan</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 21:07:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Rosaria Capacchione da il Mattino) Tore ’e Criscienzo, capintesta dell’onorata società napoletana, era macellaio e grossista di carni. Pascalone ’e Nola era l’uomo che faceva i prezzi al mercato ortofrutticolo di corso Novara. Carmine Alfieri, come De Crescenzo, si occupava di bestiame destinato alla macellazione. Valentino Gionta, invece, che sulla carta era un pescivendolo ambulante, controllava il mercato ittico tra Torre Annunziata e Torre del Greco. Antonio Bardellino e Mario Iovine, gestivano l’import-export di pesce surgelato attraverso società brasiliane. La famiglia Nuvoletta, attraverso i suoi frutteti, riusciva a raggiungere la cifra record &#8211; per la fine degli anni Ottanta &#8211; di 1200 miliardi di lire ogni anno. E poi ci sono i pomodori e le conserve, gli ortaggi destinati al mercato europeo e del nord Italia: tutto in mano alla camorra, attraverso il ferreo controllo della filiera agroalimentare, dalla produzione al trasporto. Dall’Ottocento a oggi, sulla tavola campana comandano i clan di periferia, i «viddani» della provincia di Napoli e i Casalesi. E nelle loro casse finisce almeno il 10 per cento della spesa delle famiglie destinata all’alimentazione. Parliamo di cifre annue seconde soltanto agli introiti garantiti dal traffico di stupefacenti. Degli oltre 130 miliardi di euro che costituiscono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Rosaria Capacchione da il Mattino)<br />
</strong><br />
Tore ’e Criscienzo, capintesta dell’onorata società napoletana, era macellaio e grossista di carni. Pascalone ’e Nola era l’uomo che faceva i prezzi al mercato ortofrutticolo di corso Novara. Carmine Alfieri, come De Crescenzo, si occupava di bestiame destinato alla macellazione. Valentino Gionta, invece, che sulla carta era un pescivendolo ambulante, controllava il mercato ittico tra Torre Annunziata e Torre del Greco. Antonio Bardellino e Mario Iovine, gestivano l’import-export di pesce surgelato attraverso società brasiliane. La famiglia Nuvoletta, attraverso i suoi frutteti, riusciva a raggiungere la cifra record &#8211; per la fine degli anni Ottanta &#8211; di 1200 miliardi di lire ogni anno. E poi ci sono i pomodori e le conserve, gli ortaggi destinati al mercato europeo e del nord Italia: tutto in mano alla camorra, attraverso il ferreo controllo della filiera agroalimentare, dalla produzione al trasporto. Dall’Ottocento a oggi, sulla tavola campana comandano i clan di periferia, i «viddani» della provincia di Napoli e i Casalesi. E nelle loro casse finisce almeno il 10 per cento della spesa delle famiglie destinata all’alimentazione. Parliamo di cifre annue seconde soltanto agli introiti garantiti dal traffico di stupefacenti. Degli oltre 130 miliardi di euro che costituiscono il fatturato del 2009 delle maggiori organizzazioni criminali italiane, 7 e mezzo derivano dall’agricoltura. Almeno il 30 per cento di questa cifra arricchisce la camorra. E non basta. Altri 500 milioni di euro sono il provento della vendita del pane prodotto nei 2500 forni abusivi; almeno 200 milioni derivano dal controllo dei due maggiori mercati ittici, Pozzuoli e Mugnano. Il controllo dei macelli illegali frutta 75 milioni di euro, nell’ordine delle centinaia di milioni il fatturato della distribuzione di carni (bovine e suine) nelle catene dei discount. Non sfugge il latte: 0,5 centesimi di maggiorazione per ogni busta prodotta, sovrapprezzo imposto dal monopolio del trasporto su gomma. Sulla frutta e gli ortaggi incide per almeno 10 centesimi al chilo. Le indagini fatte sul mercato ortofrutticolo di Fondi, il Mof, secondo in Europa dopo quello di Parigi e forte di un fatturato di 800 milioni di euro all’anno, consentono di quantificare, sia pure in maniera induttiva, il contributo inconsapevole che ogni consumatore dà all’economia criminale. I conti sono stati fatti anche dalle associazioni di categoria che stanno appoggiando la nascita di punti vendita a «chilometro zero». La lunga catena che va dal produttore al consumatore fa lievitare i costi anche del 500 per cento (è il caso delle mele): il 20 per cento va al produttore, il 40 ai commercianti, l’altro 40 agli intermediari, tra i quali i trasportatori. Le indagini della Dia di Roma prima, della Squadra mobile di Caserta poi, hanno portato alla luce &#8211; oltre alle attività strettamente criminali del clan dei Casalesi e dei soci siciliani &#8211; anche le cause del maggior costo al consumo: il regime di monopolio del trasporto, del package, della distribuzione nelle catene dei supermercati. E se queste sono maggiorazioni che pesano esclusivamente sul bilancio delle famiglie e sul libero mercato, c’è da considerare che dal comparto agroalimentare la camorra lucra due volte. Per esempio, attraverso le frodi e le truffe-carosello, strumento che consente l’evasione dell’Iva. È una frode quella che interessa il mercato della mozzarella di bufala campana Dop. Accanto alle eccellenze, sul mercato finisce anche un prodotto fatto con latte proveniente dalla Romania, dalla Bulgaria, dalla Bolivia o dall’India: latte in polvere o cagliata congelata utilizzato spesso per mozzarella destinata alle catene di discount. Il consumatore paga un prodotto di scarso valore commerciale, il ricavato si traduce in guadagno quasi totale. Per la camorra, naturalmente.</p>
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		<title>Colpo ai Lo Russo, 16 in manette</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 05:25:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Luigi Sannino da il Roma) Martedì sera avevano brindato a champagne, all&#8217;alba di ieri hanno ricevuto la sgradita visita dei carabinieri in una mansarda di Miano. Un risveglio amaro per Oscar Pecorelli &#8220;&#8216;o malommo&#8221; e Gaetano Cifrone, due dei 16 indagati nella maxi-inchiesta sul clan Lo Russo per camorra e droga: i famigerati &#8220;capitoni&#8221; originari di Miano, ma con addentellati anche nel rione Sanità e a Capodimonte. Tra i destinatari dell&#8217;ordinanza di custodia cautelare ci sono i due attuali reggenti, Antonio Lo Russo e Gennaro Ruggiero. Mentre già si trovavano dietro le sbarre, dove hanno ricevuto il nuovo provvedimento restrittivo, il boss Salvatore Lo Russo, Raffaele Perfetto &#8220;muss &#8216;e scigna&#8221;, Luigi Pompeo e Massimo Tipaldi, tutti personaggi di spicco del gruppo di mala in rapporti per il traffico di stupefacenti con i Misso e gli Amato-Pagano, gli &#8220;scissionisti&#8221; dai Di Lauro. L&#8217;indagine (coordinata dal pm della Dda Sergio Amato e condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo al comando del maggiore Lorenzo D&#8217;Aloia) ha permesso di accertare i ruoli, i compiti e le responsabilità di ognuno dei presunti affiliati coinvolti nel settore droga dell&#8217;organizzazione e di documentare le alleanze specifiche con gli &#8220;scissionisti&#8221; di Secondigliano per il traffico di droga [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Luigi Sannino da il Roma)</strong></p>
<p>Martedì sera avevano brindato a champagne, all&#8217;alba di ieri hanno ricevuto la sgradita visita dei carabinieri in una mansarda di Miano. Un risveglio amaro per Oscar Pecorelli &#8220;&#8216;o malommo&#8221; e Gaetano Cifrone, due dei 16 indagati nella maxi-inchiesta sul clan Lo Russo per camorra e droga: i famigerati &#8220;capitoni&#8221; originari di Miano, ma con addentellati anche nel rione Sanità e a Capodimonte. Tra i destinatari dell&#8217;ordinanza di custodia cautelare ci sono i due attuali reggenti, Antonio Lo Russo e Gennaro Ruggiero. Mentre già si trovavano dietro le sbarre, dove hanno ricevuto il nuovo provvedimento restrittivo, il boss Salvatore Lo Russo, Raffaele Perfetto &#8220;muss &#8216;e scigna&#8221;, Luigi Pompeo e Massimo Tipaldi, tutti personaggi di spicco del gruppo di mala in rapporti per il traffico di stupefacenti con i Misso e gli Amato-Pagano, gli &#8220;scissionisti&#8221; dai Di Lauro.<br />
L&#8217;indagine (coordinata dal pm della Dda Sergio Amato e condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo al comando del maggiore Lorenzo D&#8217;Aloia) ha permesso di accertare i ruoli, i compiti e le responsabilità di ognuno dei presunti affiliati coinvolti nel settore droga dell&#8217;organizzazione e di documentare le alleanze specifiche con gli &#8220;scissionisti&#8221; di Secondigliano per il traffico di droga e l&#8217;infiltrazione nel rione Sanità, &#8220;orfano&#8221; dei Misso e dei Torino dopo i pentimenti a raffica di capi e luogotenenti.<br />
I 16 indagati non rispondono tutti degli stessi reati: Antonio Lo Russo e Ruggiero di 416bis; il figlio del boss Salvatore, il padre, Perfetto, Addio, i due Cifrane, Danese, D&#8217;Ercole, Esposito, i due Pecorelli, Pennello, Pompeo, Tagliatatela e Tipaldi di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti; Gaetano Cifrone, D&#8217;Ercole e Oscar Pecorelli &#8220;&#8216;o malommo&#8221; di detenzione e porto di arma da fuoco. A casa di quest&#8217;ultimo, nel corso della perquisizione i militari della sezione del Nucleo investigativo agli ordini del capitano Sferlazza, sono stati trovati 150mila euro in contanti e 10 orologi &#8220;Rolex&#8221;. L&#8217;indagine, evoluzione di quella già conclusa nel 2007, disegna alleanze e attività dei Lo Russo. Confederato all&#8217;Alleanza di Secondigliano, uscito vittorioso dagli scontri armati con il clan Stabile tra Miano, Chiaiano, Pisci-nola, Marianella, secondo quanto ricostruito dalla Dda di Napoli il clan ha conseguito una piena egemonia estesasi fino a Capodimonte. L&#8217;inchiesta ha anche accertato legami con il clan Amato-Pagano all&#8217;indomani della disgregazione dei Misso, il subingresso nel controllo del quartiere Sanità. Sequestrati anche immobili: quattro appartamenti, una villa residenziale, due società immobiliari e due alberghi a Faenza, una rivendita di giornali, una società di panificazione, vendita e produzione di prodotti farinacei e di gastronomia, autovetture, nove conti correnti, 1.000 azioni della Banca Popolare di Puglia e Basilicata e una polizza assicurativa per un valore complessivo stimato in circa 40 milioni di euro. </p>
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		<title>Giorne (DIA), i Casalesi non riescono a pagare gli stipendi</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 12:19:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I continui sequestri con cui lo stato sta aggredendo il patrimonio del clan camorristico dei casalesi hanno messo in grande difficolta&#8217; l&#8217;organizzazione criminale, che non riesce piu&#8217; a pagare gli stipendi ai suoi dipendenti. Lo hanno spiegato oggi a Napoli il direttore della Dia Antonio Girone, e il capo centro della Dia di Napoli Maurizio Vallone, illustrando l&#8217;operazione che ha portato al sequestro di beni per 700 milioni di euro. &#8221;I casalesi hanno qualche problema con tutti questi sequestri &#8211; ha detto Girone &#8211; hanno difficolta&#8217; a pagare gli stipendi ai dipendenti del clan&#8221;. L&#8217;aggressione al patrimonio, ha sottolineato inoltre il direttore della Dia, &#8221;indebolisce con l&#8217;organizzazione anche il carisma del clan &#8221;. I casalesi hanno difficolta&#8217; a pagare gli avvocati per le spese legali, a cui sono ovviamente tenuti per i processi in corso, e hanno difficolta&#8217; a pagare anche gli stessi affiliati per le spese di sostegno ai congiunti degli affiliati in carcere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I continui sequestri con cui lo stato sta aggredendo il patrimonio del clan camorristico dei casalesi hanno messo in grande difficolta&#8217; l&#8217;organizzazione criminale, che non riesce piu&#8217; a pagare gli stipendi ai suoi dipendenti. Lo hanno spiegato oggi a Napoli il direttore della Dia Antonio Girone, e il capo centro della Dia di Napoli Maurizio Vallone, illustrando l&#8217;operazione che ha portato al sequestro di beni per 700 milioni di euro. &#8221;I casalesi hanno qualche problema con tutti questi sequestri &#8211; ha detto Girone &#8211; hanno difficolta&#8217; a pagare gli stipendi ai dipendenti del clan&#8221;. L&#8217;aggressione al patrimonio, ha sottolineato inoltre il direttore della Dia, &#8221;indebolisce con l&#8217;organizzazione anche il carisma del clan &#8221;. I casalesi hanno difficolta&#8217; a pagare gli avvocati per le spese legali, a cui sono ovviamente tenuti per i processi in corso, e hanno difficolta&#8217; a pagare anche gli stessi affiliati per le spese di sostegno ai congiunti degli affiliati in carcere.</p>
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		<title>Roberti: Cutolo voleva pentirsi poi ci ripensò. Forse fu minacciato dai servizi</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 07:10:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il superboss Raffaele Cutolo nel 1994 aveva manifestato l&#8217;intenzione di collaborare con la giustizia: un proposito concreto, che porto&#8217; anche a un piano per il suo trasferimento dal carcere di Belluno in una localita&#8217; segreta. Ma la notte prima del viaggio, don Raffae&#8217; fece marcia indietro. A raccontare tutto e&#8217; stato ieri &#8211; come riporta il quotidiano Il Mattino &#8211; Franco Roberti, oggi procuratore capo di Salerno e in quegli anni magistrato della Dda di Napoli. Roberti ha svelato questi retroscena durante la presentazione di un libro, accennando alla possibilita&#8217; che il dietrofront del superboss fosse legato a minacce da parte dei servizi segreti. &#8221;Questa e&#8217; una mia ipotesi &#8211; spiega il magistrato, raggiunto dall&#8217;ANSA &#8211; non suffragata da riscontri concreti. Ma e&#8217; una ipotesi che ritengo plausibile, visto che ci apparve assolutamente poco credibile il motivo addotto da Cutolo per il suo ripensamento, ossia il fatto che le donne della sua famiglia avessero manifestato contrarieta&#8217; alla collaborazione con la giustizia&#8221;. L&#8217;eventuale pentimento di Cutolo avrebbe potuto portare a rivelazioni di estrema importanza sulla storia della camorra napoletana negli anni Ottanta, e soprattutto sui mai chiariti rapporti con la politica che fecero da sfondo alle trattative per la liberazione dell&#8217;allora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il superboss Raffaele Cutolo nel 1994 aveva manifestato l&#8217;intenzione di collaborare con la giustizia: un proposito concreto, che porto&#8217; anche a un piano per il suo trasferimento dal carcere di Belluno in una localita&#8217; segreta. Ma la notte prima del viaggio, don Raffae&#8217; fece marcia indietro. A raccontare tutto e&#8217; stato ieri &#8211; come riporta il quotidiano Il Mattino &#8211; Franco Roberti, oggi procuratore capo di Salerno e in quegli anni magistrato della Dda di Napoli. Roberti ha svelato questi retroscena durante la presentazione di un libro, accennando alla possibilita&#8217; che il dietrofront del superboss fosse legato a minacce da parte dei servizi segreti. &#8221;Questa e&#8217; una mia ipotesi &#8211; spiega il magistrato, raggiunto dall&#8217;ANSA &#8211; non suffragata da riscontri concreti. Ma e&#8217; una ipotesi che ritengo plausibile, visto che ci apparve assolutamente poco credibile il motivo addotto da Cutolo per il suo ripensamento, ossia il fatto che le donne della sua famiglia avessero manifestato contrarieta&#8217; alla collaborazione con la giustizia&#8221;. L&#8217;eventuale pentimento di Cutolo avrebbe potuto portare a rivelazioni di estrema importanza sulla storia della camorra napoletana negli anni Ottanta, e soprattutto sui mai chiariti rapporti con la politica che fecero da sfondo alle trattative per la liberazione dell&#8217;allora assessore democristiano Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse. </p>
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		<title>Rifiuti, sospetti di camorra E il prefetto blocca la ditta</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 07:05:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Fabrizio Geremicca da il Corriere del Mezzogiorno) Seconda interdittiva antimafia per SaBa Ecologia srl, una delle più importanti aziende di raccolta di rifiuti in Campania. Il primo provvedimento era stato emesso a gennaio 2009 ed era stato annullato a giugno dal Tar. L’interdittiva è stata notificata all’azienda giovedì scorso. È firmata dal prefetto di Napoli, Alessandro Pansa, e obbliga i comuni i quali abbiano rapporti con la società a rescindere i contratti. L’azienda di Beniamino Sabatino, imprenditore di Torre del Greco, effettua lo spazzamento meccanizzato nel centro di Napoli e preleva l’immondizia a Caserta, Marcianise, Torre Ddl Greco, Casalnuovo, Marigliano, Ottaviano, Volla, Cercola, Arzano, Sant’Antimo e Giugliano. In questi Comuni si rischiano gravi disagi, nei prossimi giorni. Secondo i rapporti investigativi che stanno alla base del provvedimento, SaBa Ecologia è un’azienda condizionata dalla camorra. Scrive la prefettura che l’azienda ha rilevato nel 2005 Campania Multiutility, il cui personale sarebbe stata una sorta di succursale del clan Falanga di Torre del Greco. Proprio ad elementi di spicco del clan, secondo una nota della Questura del 14 gennaio 2010, si sarebbe rivolto Sabatino per ottenere protezione contro le richieste estorsive del gruppo emergente dei Di Gioia. Nella Campania Multiutility &#8211; sottolineano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Fabrizio Geremicca da il Corriere del Mezzogiorno)</strong></p>
<p>Seconda interdittiva antimafia per SaBa Ecologia srl, una delle più importanti aziende di raccolta di rifiuti in Campania. Il primo provvedimento era stato emesso a gennaio 2009 ed era stato annullato a giugno dal Tar. L’interdittiva è stata notificata all’azienda giovedì scorso. È firmata dal prefetto di Napoli, Alessandro Pansa, e obbliga i comuni i quali abbiano rapporti con la società a rescindere i contratti. L’azienda di Beniamino Sabatino, imprenditore di Torre del Greco, effettua lo spazzamento meccanizzato nel centro di Napoli e preleva l’immondizia a Caserta, Marcianise, Torre Ddl Greco, Casalnuovo, Marigliano, Ottaviano, Volla, Cercola, Arzano, Sant’Antimo e Giugliano. In questi Comuni si rischiano gravi disagi, nei prossimi giorni. Secondo i rapporti investigativi che stanno alla base del provvedimento, SaBa Ecologia è un’azienda condizionata dalla camorra. Scrive la prefettura che l’azienda ha rilevato nel 2005 Campania Multiutility, il cui personale sarebbe stata una sorta di succursale del clan Falanga di Torre del Greco. Proprio ad elementi di spicco del clan, secondo una nota della Questura del 14 gennaio 2010, si sarebbe rivolto Sabatino per ottenere protezione contro le richieste estorsive del gruppo emergente dei Di Gioia. Nella Campania Multiutility &#8211; sottolineano ancora le relazioni che stanno alla base dell’interdittiva &#8211; compariva un commercialista, revisore dei conti del comune di San Gennaro Vesuviano e depositario delle scritture contabili della ditta Massa, di proprietà di una nipote del boss Mario Fabbrocino. Lo stesso commercialista risulta essere consulente fiscale dell’ingegnere Francesco Fabbrocino, altro nipote del potente capoclan, detenuto da anni. Il professionista è anche il fratello di un assessore del comune di San Gennaro condannato per reati contro la pubblica amministrazione. Si cita anche il caso di G. L., dirigente della SaBa, che sarebbe stato contattato dal capoclan Falanga, il quale gli avrebbe «suggerito» determinate assunzioni di personale. La prefettura rileva poi i rapporti dell’impresa di Sabatino con una società che sarebbe riconducibile al nipote di Lorenzo Nuvoletta.</p>
<p>Torna in scena la vicenda del fitto di un deposito di automezzi a Sant’Antimo che sarebbe riconducibile ad esponenti del clan Puca. Un affiliato a questo clan ed un esponente dei Moccia, secondo gli investigatori, sarebbero stati inoltre sorpresi alla guida degli automezzi della ditta di Sabatino. L’interdittiva passa infine in rassegna l’elenco dei fornitori della SaBa: «Cooperativa San Marco (interdetta ai fini antimafia), Slia e Fineco (riconducibili al gruppo Colucci, gravato da interdizione antimafia), Gruppo Fontana (interdetto dall’antimafia perché ritenuto vicino al clan dei casalesi ), Langella (richiamata nello scioglimento dell’Asl Napoli 4 di Pomigliano in relazione a collegamenti con il clan Fabbrocino), Geoeco Spa (permeabile al clan dei casalesi perché ha assunto due parenti stretti di Gaetano Vassallo, noto imprenditore del gruppo Bidognetti), Mita spa (il cui liquidatore è stato deferito per associazione mafiosa), Oplonti Service, (gravata da interdittiva antimafia), Arzano Multiservizi (gravata da interdittiva antimafia) ed Enerambiente». Quest’ultima sarebbe riconducibile a un personaggio, A. D. O., indicato quale anello di congiunzione tra il clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia e la Sacra Corona Unita. Almeno due tra le ditte indicate, peraltro, hanno ottenuto dal Tar la revoca dell’interdittiva: Cooperativa San Marco e Gruppo Fontana.</p>
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		<title>Candidature sospette. Scatta l&#8217;indagine della Dda</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 20:42:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di r. cap. da il Mattino) Per il momento si limitano a leggere e ad acquisire: le liste, gli articoli di stampa, le segnalazioni di associazioni e candidati. Ma, giurano, la storia non finirà qua, anche perché a ogni sottofascicolo corrisponderà un provvedimento delle prefetture e degli uffici di polizia, con tanto di rafforzamento della vigilanza agli appuntamenti elettorali e poi nei pressi dei seggi. L’indagine conoscitiva è stata aperta ieri mattina dalla Dda di Napoli e riguarda i candidati «sospetti» inseriti nelle liste per il rinnovo del consiglio regionale, del consiglio provinciale di Caserta, dei consigli comunali che sono stati già oggetto di scioglimenti antimafia o al centro di inchieste anticamorra. L’obiettivo è quello di prevenire condizionamenti della campagna elettorale ma, soprattutto, di capire se e in che modo la camorra sta cercando di ipotecare le prossime assemblee consiliari. Non esiste, dunque, solo il «caso Conte». Nelle pieghe nelle liste, nelle certificazioni anagrafiche dei candidati, nelle frequentazioni anomale documentate dalle indagini giudiziarie, ci sarebbero già gli estremi per far scattare l’allarme. Una situazione che riguarderebbe entrambi gli schieramenti e alcune liste civiche. Particolarmente delicata la situazione nell’agro aversano, a partire da Orta di Atella dove si vota per il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di r. cap. da il Mattino)</strong></p>
<p>Per il momento si limitano a leggere e ad acquisire: le liste, gli articoli di stampa, le segnalazioni di associazioni e candidati. Ma, giurano, la storia non finirà qua, anche perché a ogni sottofascicolo corrisponderà un provvedimento delle prefetture e degli uffici di polizia, con tanto di rafforzamento della vigilanza agli appuntamenti elettorali e poi nei pressi dei seggi. L’indagine conoscitiva è stata aperta ieri mattina dalla Dda di Napoli e riguarda i candidati «sospetti» inseriti nelle liste per il rinnovo del consiglio regionale, del consiglio provinciale di Caserta, dei consigli comunali che sono stati già oggetto di scioglimenti antimafia o al centro di inchieste anticamorra. L’obiettivo è quello di prevenire condizionamenti della campagna elettorale ma, soprattutto, di capire se e in che modo la camorra sta cercando di ipotecare le prossime assemblee consiliari. Non esiste, dunque, solo il «caso Conte». Nelle pieghe nelle liste, nelle certificazioni anagrafiche dei candidati, nelle frequentazioni anomale documentate dalle indagini giudiziarie, ci sarebbero già gli estremi per far scattare l’allarme. Una situazione che riguarderebbe entrambi gli schieramenti e alcune liste civiche. Particolarmente delicata la situazione nell’agro aversano, a partire da Orta di Atella dove si vota per il rinnovo del consiglio comunale dopo due anni di commissariamento antimafia: uno dei candidati a sindaco è Angelo Brancaccio, ex primo cittadino diessino arrestato due anni fa, passato nell’Udeur. Nella stessa circoscrizione Brancaccio è anche candidato del Campanile per il consiglio provinciale. Ma sono già al vaglio del pool-Caserta della Dda i nominativi dei candidati di Lusciano, Parete, San Cipriano d’Aversa, Casal di Principe, dove alcune informative delle forze dell’ordine danno per certo l’impegno del clan dei Casalesi anche in questa competizione elettorale. Le famiglie Schiavone, Iovine e Zagaria, le più potenti del cartello camorristico nonostante le condanne, sarebbero riuscite a imporre anche questa volta i loro «cavallucci», come chiamavano i candidati di fiducia gli uomini di Zagaria intercettati dai carabinieri del Ros tra il 2003 e il 2006. L’ufficio inquirente napoletano sta guardando con attenzione anche alla competizione elettorale a Castellammare di Stabia, dove la prima richiesta di aiuto è arrivata dagli stessi candidati alla carica di sindaco: troppo i candidati nelle liste non di partito, un lunghissimo elenco di nomi per i quali diventa estremamente difficile il controllo preventivo su parenti e affini da parte delle stesse segreterie.</p>
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		<title>De Luca: contro la camorra nessun patto col Pdl</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 20:24:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo De Luca]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Simona Brandolini da il Corriere del Mezzogiorno) «A De Mita esprimo la mia stima, ma anche il mio dissenso. Non mi preoccupa la storia, ma la preistoria, le scelte politiche che si fanno». Vincenzo De Luca la prende assai alla larga. «È lui — dice — che dovrà spiegare a se stesso che sta in una coalizione che candida chi ha i voti della camorra. Io non li ho e non li avrò mai». De Luca incontra i cattolici (quelli che sono rimasti nel Pd e dintorni dopo l’esodo nell’Udc) e rompe un patto fatto neanche due giorni fa con il suo avversario Stefano Caldoro: quel patto anticamorra che piace tanto ai giornali, ma sa tanto di retorica. «Caldoro è una brava persona ed è tenero — prosegue il candidato del centrosinistra —, ma non si può parlare di lotta alla camorra e prendersi quei voti o lasciare la Regione a chi sta dietro il candidato». Ovviamente il caso del giorno è la candidatura di Roberto Conte, ex Margherita, ex Pd espulso dal partito dall’allora segretario Tino Iannuzzi e ben prima che fosse condannato. Oggi Conte è nel centrodestra con una lista in appoggio a Caldoro. La rogna tocca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Simona Brandolini da il Corriere del Mezzogiorno)</strong></p>
<p>«A De Mita esprimo la mia stima, ma anche il mio dissenso. Non mi preoccupa la storia, ma la preistoria, le scelte politiche che si fanno». Vincenzo De Luca la prende assai alla larga. «È lui — dice — che dovrà spiegare a se stesso che sta in una coalizione che candida chi ha i voti della camorra. Io non li ho e non li avrò mai». De Luca incontra i cattolici (quelli che sono rimasti nel Pd e dintorni dopo l’esodo nell’Udc) e rompe un patto fatto neanche due giorni fa con il suo avversario Stefano Caldoro: quel patto anticamorra che piace tanto ai giornali, ma sa tanto di retorica. «Caldoro è una brava persona ed è tenero — prosegue il candidato del centrosinistra —, ma non si può parlare di lotta alla camorra e prendersi quei voti o lasciare la Regione a chi sta dietro il candidato». Ovviamente il caso del giorno è la candidatura di Roberto Conte, ex Margherita, ex Pd espulso dal partito dall’allora segretario Tino Iannuzzi e ben prima che fosse condannato. Oggi Conte è nel centrodestra con una lista in appoggio a Caldoro. La rogna tocca a loro.</p>
<p>Tant’è che nel centrosinistra si tira un sospiro di sollievo. E anche Antonio Bassolino torna a parlare. Per di più in tv, intervistato da Roberto D’Antonio per Canale 34.</p>
<p>Coerente con la sua linea parteno-trombettiana e di uomo di partito, il governatore dice apertamente a De Luca che «ha le sue chance e ha il mio sostegno», ma ribadisce che comunque una «candidatura napoletana della società civile» sarebbe stata più opportuna. Non è il bastone e la carota. Il gioco bassoliniano è più sottile. Tant’è che non c’è salto carpiato all’indietro, né un vero e proprio colpo di scena. Bassolino nel parlare è come se volesse dare qualche lezione di stile al suo avversario salernitano e anche qualche interessato consiglio da leader uscente. Per esempio conquistare Napoli. Mica facile. «Nelle settimane scorse ho pensato e l’ho anche detto pubblicamente — spiega il presidente uscente— che una candidatura napoletana proveniente dalla società civile sarebbe stata più giusta, perché ci dava ancora più chance contro il centrodestra. A Napoli e nell’area metropolitana, si concentrano 3 dei 6 milioni di abitanti della Campania. C’erano diverse possibilità, se n’era discusso anche tra i partiti». È ancora più chiaro: «De Luca è una personalità politica con una sua forza e sta facendo la campagna elettorale con vigore. Il suo problema principale è dialogare con Napoli perché qui si gioca buona parte della partita. In questa realtà enorme, con una sua gigantesca dimensione, si gioca la partita per le regionali. Mi auguro che De Luca riesca sempre di più a passare dalla dimensione di Salerno, città importante, ma pur sempre piccola, alla grande e decisiva dimensione di Napoli e della sua area metropolitana».</p>
<p>Per la serie siccome la partita elettorale si gioca a Napoli e non altrove, il sindaco di Salerno agisca di conseguenza e non venga a dare lezioni da uomo del fare nella capitale del Mezzogiorno. Per esempio non continui con la campagna contro, consiglia Bassolino. «Discontinuità? Bisogna intendersi— prosegue il ragionamento —. Continuità e discontinuità sono parole che non aiutano a capire se non accompagnate da esempi concreti. Prendiamo il campo dei trasporti e delle infrastrutture. Altro che discontinuità, in questo settore ci vuole il massimo della continuità visto che siamo la Regione che ha fatto meglio di tutte. Anche in altri settori, come l’università, la ricerca e i beni culturali, ci vuole continuità rafforzando quanto di positivo è stato fatto. Invece, in altri campi, ci vuole un forte rinnovamento, ancora e molto più forte di quello che pure abbiamo cominciato a fare con l’attuale giunta». Pare di capire che intenda sanità e ambiente. Si dice sereno per l’inchiesta rifiuti in cui è coinvolto «penso che il tempo è galantuomo» e sul suo futuro ribadisce «ho la mia fondazione». Ma ammette anche che dopo 16 anni e 4 mesi di governo è difficile chiudere, «come smettere di fumare ma ci sono riuscito».</p>
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		<title>L&#8217;ombra della Gomorra rossa: i Casalesi e i legami a sinistra</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 06:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Gian Marco Chiocci da il Giornale) Nicola Cosentino e non solo. Provate a immaginare se i fatti e i personaggi riportati in questa nostra inchiesta in Terra di Lavoro riguardassero il centrodestra anziché il centrosinistra. Pensate quali inchieste, quanti processi, quali e quanti scoop di giudiziaria, e che battaglie politiche e performance editoriali sul «terzo livello» politico in raccordo coi clan dei Casalesi. Già, perché se un parlamentare di centrodestra conosce un tipo che a sua insaputa è un camorrista, o lo diventerà in seguito, automaticamente è un camorrista pure lui. Idem se ha partecipato a un pranzo con trecento persone dove c&#8217;era un mezzo boss, se è stato testimone di nozze di un affiliato a una «famiglia» casertana, se aveva un parente implicato in procedimenti per associazione mafiosa, se era in una giunta sciolta per infiltrazioni criminali, se da amministratore pubblico ha dato lavoro a società delle cosche. Ciò che vale per la destra, non vale per la sinistra. Se si dovesse ragionare alla giustizialista maniera, si rovinerebbero svariati esponenti del Pd che in questa terra vivono e fanno politica. E che, fino a prova contraria, sono da considerarsi al di sopra di ogni sospetto perché innocenti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Gian Marco Chiocci da il Giornale)</strong></p>
<p>Nicola Cosentino e non solo. Provate a immaginare se i fatti e i personaggi riportati in questa nostra inchiesta in Terra di Lavoro riguardassero il centrodestra anziché il centrosinistra. Pensate quali inchieste, quanti processi, quali e quanti scoop di giudiziaria, e che battaglie politiche e performance editoriali sul «terzo livello» politico in raccordo coi clan dei Casalesi. Già, perché se un parlamentare di centrodestra conosce un tipo che a sua insaputa è un camorrista, o lo diventerà in seguito, automaticamente è un camorrista pure lui. Idem se ha partecipato a un pranzo con trecento persone dove c&#8217;era un mezzo boss, se è stato testimone di nozze di un affiliato a una «famiglia» casertana, se aveva un parente implicato in procedimenti per associazione mafiosa, se era in una giunta sciolta per infiltrazioni criminali, se da amministratore pubblico ha dato lavoro a società delle cosche.<br />
Ciò che vale per la destra, non vale per la sinistra. Se si dovesse ragionare alla giustizialista maniera, si rovinerebbero svariati esponenti del Pd che in questa terra vivono e fanno politica. E che, fino a prova contraria, sono da considerarsi al di sopra di ogni sospetto perché innocenti e perché nessun velinaro di procura ha avuto mai da ridire su determinate frequentazioni e modalità di comportamento che, al contrario, agli avversari politici non vengono perdonate. I riferimenti, anche processuali, ai vari parlamentari del Pdl Landolfi, Cosentino, Bocchino, Centaro eccetera non sono affatto casuali. E nonostante taluni siano additati come gli «onorevoli» dei Casalesi, al maxi-processo Spartacus, quello che ha sviscerato ogni dettaglio dei singoli clan, nessun accenno vi è nei loro confronti. Per la cronaca non c&#8217;è nemmeno il sottosegretario Nicola Cosentino, ininterrottamente indagato dal 1990.<br />
INSIEME IN GIUNTA COL BOSS BARDELLINO<br />
Basta qualche esempio per dare l&#8217;idea. A pagina 223 di Gomorra lo scrittore Roberto Saviano dedica parole affettuose all&#8217;unico politico che si sente di menzionare, Lorenzo Diana, già parlamentare Ds ed esponente della commissione Antimafia, vincitore del Premio Borsellino 2008. Un uomo coraggiosamente contro la camorra, che nel lontanissimo biennio &#8217;79-&#8217;80 è stato assessore a San Cipriano d&#8217;Aversa accanto a Ernesto Bardellino (fratello del superboss Antonio, capo della Nuova Famiglia, unico camorrista ad essere ammesso alla corte di Cosa Nostra) e a Franco Diana (detto «Francuccio &#8216;o boxer», affiliato e ucciso in cella). Di questa vicinanza politica e di presunti coinvolgimenti di suoi parenti in gravi reati ha fatto cenno in un&#8217;interrogazione parlamentare rimasta senza risposta il senatore Emiddio Novi. Fosse capitato a Cosentino, sarebbe già ad arrostire al rogo. E che dire di quel che accade da sempre a Pignataro Maggiore, con l&#8217;ex sindaco Giovangiuseppe Palumbo, Pds, legato a Diana, marito della nipote del boss del paese Vincenzo Lubrano, mandante dell&#8217;omicidio del giudice Imposimato parente di Raffaele Lubrano ucciso in una faida di camorra nel 2002?<br />
LE PARENTELE SCOMODE E LE DONNE DEI CAPI<br />
Al contrario, all&#8217;attuale sindaco Giorgio Magliocca del Pdl, è accaduto di tutto allorché è riuscito a far acquisire al Comune gli immobili sequestrati ai clan Nuvoletta, Ligato e Lubrano: quando si trattava di deliberare l&#8217;acquisizione dei cespiti confiscati, in aula si sono però presentate, urlando, alcune donne dei clan: «Ma come, proprio tu Magliocca che sei stato a cena con Lello Lubrano per chiedergli i voti». Tempo quattro anni e quella frase viene ripresa e rilanciata in consiglio comunale da Raimondo Cuccaro, ex assessore Pci, poi Pd. Ovviamente la sparata diventa un&#8217;inchiesta. C&#8217;è da capire se Magliocca s&#8217;è davvero incontrato al ristorante Ebla di Triflisco coi criminali del luogo. Cuccaro chiama a testimoniare le donne e i parenti dei boss (sic!), che ovviamente confermano. Ma quando tocca ai ristoratori testimoniare, la smentita è categorica: «Magliocca non lo abbiamo mai visto nel nostro ristorante, piuttosto al locale è venuto Cuccaro». E sarebbe venuto per chiedere ai ristoratori di confermare in aula la versione della signora Nuvoletta. Per questo è finito lui indagato per intralcio alla giustizia.<br />
Per fare un esempio di come ci si potrebbe impegnare a distruggere una brava persona come l&#8217;onorevole Pina Picierno, responsabile nazionale della legalità per il Pd, basterebbe ricordarle alcune vecchie vicende riguardanti lo zio che al matrimonio volle come testimoni di nozze il capocamorra Lello Lubrano e Rosa Nuvoletta, figlia di Lorenzo, il mammasantissima di Marano.<br />
GLI APPALTI D&#8217;ORO AGLI STRAGISTI DI SETOLA<br />
Un po&#8217; più d&#8217;attenzione da parte dei media, con il dovuto spirito garantista, meriterebbe invece la vicenda che ha avuto per oggetto l&#8217;ex presidente Pd della Provincia di Caserta, Alessandro De Franciscis, uno che nel 2005 è riuscito nell&#8217;impresa di sconfiggere l&#8217;uomo politico che avrebbe dovuto avere in mano tutti i voti dei clan e che invece ha perso miseramente al primo turno: sempre lui, Nicola Cosentino. Al di là dell&#8217;inquietante frase di De Franciscis scovata dal Giornale fra i brogliacci dell&#8217;inchiesta della procura coordinata dal suocero dell&#8217;ex presidente della Provincia casertana, inchiesta sul Prg di Casagiove («Antonio, naturalmente tu adesso mi ricambi il favore con la camorra di Casale&#8230;») quel che obiettivamente meriterebbe attenzione sono i 400mila euro d&#8217;appalti finiti a una società (la Generale Impianti) riconducibile alla famiglia di Giuseppe Setola, non uno qualunque, ma il capo indiscusso dell&#8217;ala stragista dei Casalesi. Su questo filone l&#8217;ex assessore di De Franciscis, Fernando Bosco, da una settimana è indagato per abuso d&#8217;ufficio aggravato dall&#8217;articolo 7 (metodo mafioso).<br />
LE RELAZIONI SOSPETTE E LA SCORTA BOOMERANG<br />
La stessa ditta, e lo stesso riferimento sanguinario, hanno spopolato anche nel vicino comune di Calvi Risorta guidato dal sindaco Pd Giacomo Zacchia, aggiudicandosi anche qui appalti per migliaia di euro. E ancora, seguendo lo sputtanamento giustizialista, si potrebbe colpire facilmente il sindaco Pd di Gricignano d&#8217;Aversa (impallinato da tre pentiti), oppure il parlamentare dell&#8217;Idv, Franco Barbato, che ha chiesto al ministro Maroni una scorta per Gaetano Manna, un personaggio già segnalato dai carabinieri, discusso per alcune sue disavventure, ritratto in foto insieme all&#8217;assassino del fratello del giudice Imposimato.<br />
L&#8217;INFORMATIVA BLUFF SU COSENTINO E I CLAN<br />
In questo gioco al massacro (a senso unico) quel che davvero indigna è scoprire che, per arrivare a incastrare l&#8217;attuale sottosegretario Nicola Cosentino, sette anni fa si è ricorsi a informazioni rivelatesi «false». Notizie contenute in un&#8217;informativa della Guardia di finanza dell&#8217;11.11.2003 utilizzata, per iniziare a coinvolgere il centrodestra in vicende relative al disciolto Consorzio per lo smaltimento dei rifiuti Ce4 (diventato l&#8217;alibi per spiegare la devastazione del territorio prodotta dalla gestione rifiuti di Bassolino) e a quelle della società mista pubblico-privata che ne ha rappresentato il braccio operativo nelle altre attività dettate dall&#8217;emergenza rifiuti, l&#8217;Eco4 dei fratelli Orsi, equiparato al braccio operativo della camorra sui rifiuti quando si fa finta di non sapere che fu proprio la gestione commissariale di Bassolino ad affidare la raccolta dei rifiuti direttamente al Ce4-Eco4. In quell&#8217;informativa si definiscono «di destra» personaggi cruciali nello snodo dei rifiuti che sono dichiaratamente di sinistra; si attribuisce al sindaco di Sessa Aurunca il suo essere «di destra», quando dal &#8217;95 comanda ininterrottamente il centrosinistra; si fa riferimento a una ventina di sindaci nell&#8217;ambito del Consorzio che avrebbero subito pressioni dai clan, e non s&#8217;è trovato un riscontro nelle indagini e nei processi in corso; per irrobustire il ruolo della camorra si asserisce che il famigerato Ce4 è stato l&#8217;unico consorzio a dotarsi di una società operativa per il servizio di raccolta, quando è dimostrato l&#8217;esatto contrario. E ancora molto altro. Insomma, un gran pasticcio. Su cui prima poi si dovrà fare luce perché non solo nel caso Cosentino tornano poche cose, a cominciare dai pentiti.</p>
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		<title>&#8220;Così Cosentino parlava con gli Orsi&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 09:02:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Dario Del Porto da la Repubblica Napoli) Undici telefonate con l´imprenditore Sergio Orsi nel 2004. Altrettante, nello stesso periodo, con il fratello di questi, Michele, che sarà poi ucciso dalla camorra quattro anni dopo. Altre 24 conversazioni con l´ex presidente del consorzio Eco4, Giuseppe Valente. In tutto 46 intercettazioni dove compare la voce di Nicola Cosentino, sottosegretario all´Economia, leader regionale del Pdl, indagato per concorso esterno in associazione camorristica. Queste comunicazioni, rileva il giudice Raffaele Piccirillo, «attestano contatti e frequentazioni tra il parlamentare e soggetti dei quali è stato accertato con decisioni cautelari e con sentenze di primo grado il contributo rilevante e consapevole prestato al clan dei Casalesi e a sodalizi a questo collegati». Il gip ha chiesto alla Camera l´autorizzazione a utilizzare le telefonate nel procedimento istruito nei confronti di Cosentino dai pm Giuseppe Narducci e Alessandro Milita. Nel suo provvedimento, il giudice chiarisce che i colloqui possono anche garantire spunti utili alla difesa, rappresentata dagli avvocati Stefano Montone e Agostino De Caro. Le conversazioni non Valente risalgono al 2002. Da una telefonata di giugno, gli inquirenti ritengono avvalorata l´ipotesi di un «coinvolgimento» del parlamentare in un´attività diretta «a proteggere» l´allora sindaco di Mondragone da quello che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Dario Del Porto da la Repubblica Napoli)</strong></p>
<p>Undici telefonate con l´imprenditore Sergio Orsi nel 2004. Altrettante, nello stesso periodo, con il fratello di questi, Michele, che sarà poi ucciso dalla camorra quattro anni dopo. Altre 24 conversazioni con l´ex presidente del consorzio Eco4, Giuseppe Valente. In tutto 46 intercettazioni dove compare la voce di Nicola Cosentino, sottosegretario all´Economia, leader regionale del Pdl, indagato per concorso esterno in associazione camorristica. Queste comunicazioni, rileva il giudice Raffaele Piccirillo, «attestano contatti e frequentazioni tra il parlamentare e soggetti dei quali è stato accertato con decisioni cautelari e con sentenze di primo grado il contributo rilevante e consapevole prestato al clan dei Casalesi e a sodalizi a questo collegati».<br />
Il gip ha chiesto alla Camera l´autorizzazione a utilizzare le telefonate nel procedimento istruito nei confronti di Cosentino dai pm Giuseppe Narducci e Alessandro Milita. Nel suo provvedimento, il giudice chiarisce che i colloqui possono anche garantire spunti utili alla difesa, rappresentata dagli avvocati Stefano Montone e Agostino De Caro. Le conversazioni non Valente risalgono al 2002. Da una telefonata di giugno, gli inquirenti ritengono avvalorata l´ipotesi di un «coinvolgimento» del parlamentare in un´attività diretta «a proteggere» l´allora sindaco di Mondragone da quello che nella conversazione Valente definisce come «un omicidio politico», vale a dire lo scioglimento di quel Comune per sospette infiltrazioni malavitose. Altri colloqui con Valente tendono a confermare secondo i pm «l´intervento di Cosentino per l´ampliamento dell´area di Santa Maria la Fossa» destinata a una discarica e anche «la direzione politica esercitata» dal parlamentare sulle strategie dei consorzi Eco4 e Impregeco con riferimento ad esempio alla «autorizzazione illecita per l´apertura della discarica di Lo Uttaro», ritenuta dall´accusa centrale «nella strategia di espulsione, almeno dalla provincia di Caserta» di Fisia Italimpianti. È sempre con Valente che Cosentino discute dell´«obiettivo di perseguire un progetto di &#8220;provincializzazione&#8221; del ciclo dei rifiuti che, incidendo sull´esclusiva Fisia restituirebbe spazi operativi ampi alle imprese mafiose dei fratelli Orsi».<br />
Nelle conversazioni fra il sottosegretario e gli Orsi emergono le «cautele adottate dal parlamentare, ad esempio quando fissa appuntamenti presso stazioni di servizio», interventi di Cosentino per assunzioni presso le società, oltre «all´interlocuzione con Michele Orsi sulle questioni della raccolta dei rifiuti a Santa Maria la Fossa e altri comuni del bacino Ce4». Ora la parola passa alla Camera, che ha già respinto la richiesta di arresto di Cosentino contenuta nell´ordinanza cautelare sulla quale, a fine mese, dovrà esprimersi la Cassazione a seguito del ricorso degli avvocati.</p>
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		<title>Sindaci fermati dalla camorra. Indaga la DDA</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 13:55:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>norbertogallo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Capacchione]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Rosaria Capacchione da il Mattino) Niente alibi. Niente riferimenti generici a non meglio precisate presenze camorristiche. Se in nove comuni della Campania il piano di Bertolaso non ha funzionato è perché qualcuno ha remato contro. E quel qualcuno deve avere al più presto un nome e un cognome. Lo chiede il sottosegretario all’emergenza rifiuti, lo pretende &#8211; in una sorta di braccio di ferro a distanza con Guido Bertolaso &#8211; il ministro Roberto Maroni. E lo sollecita la Procura antimafia di Napoli, che ai nove sindaci delle amministrazioni comunali inadampienti chiede fatti e circostanze. E nomi, appunto. I riferimenti a ditte e imprese sono contenuti nelle relazioni presentate al presidente della commissione parlamentare sulle ecomafie e nei fascicoli depositati presso l’ufficio del sottosegretario. Sono dei veri e propri dossier sui casi di Aversa, Casal di Principe, Casaluce, Castelvolturno, Maddaloni, San Marcellino, Trentola, i sette comuni della provincia di Caserta che sono stati destinati al commissariamento; nelle ultime ore sono stati acquisiti formalmente dai pm Antonello Ardituro e Alessandro Milita, titolari di un’inchiesta &#8211; che al momento è soltanto un’indagine conoscitiva &#8211; sulla gestione del ciclo dei rifiuti dopo la fine del sistema dei consorzi di bacino e delle società [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Rosaria Capacchione da il Mattino)</strong></p>
<p>Niente alibi. Niente riferimenti generici a non meglio precisate presenze camorristiche. Se in nove comuni della Campania il piano di Bertolaso non ha funzionato è perché qualcuno ha remato contro. E quel qualcuno deve avere al più presto un nome e un cognome. Lo chiede il sottosegretario all’emergenza rifiuti, lo pretende &#8211; in una sorta di braccio di ferro a distanza con Guido Bertolaso &#8211; il ministro Roberto Maroni. E lo sollecita la Procura antimafia di Napoli, che ai nove sindaci delle amministrazioni comunali inadampienti chiede fatti e circostanze. E nomi, appunto. I riferimenti a ditte e imprese sono contenuti nelle relazioni presentate al presidente della commissione parlamentare sulle ecomafie e nei fascicoli depositati presso l’ufficio del sottosegretario. Sono dei veri e propri dossier sui casi di Aversa, Casal di Principe, Casaluce, Castelvolturno, Maddaloni, San Marcellino, Trentola, i sette comuni della provincia di Caserta che sono stati destinati al commissariamento; nelle ultime ore sono stati acquisiti formalmente dai pm Antonello Ardituro e Alessandro Milita, titolari di un’inchiesta &#8211; che al momento è soltanto un’indagine conoscitiva &#8211; sulla gestione del ciclo dei rifiuti dopo la fine del sistema dei consorzi di bacino e delle società miste pesantemente infiltrate dalla camorra casalese. I sette sindaci casertani, durante l’audizione di dieci giorni fa, avevano denunciato al presidente Gaetano Pecorella di non aver potuto attuare il piano-Bertolaso a causa della presenza massiccia della camorra. Formalmente, però, non esistono denunce su episodi di intimidazione o su turbative d’asta riconducibili alla criminalità organizzata. Cioè, allo stato non risultano presso la Dda di Napoli inchieste su fatti specifici, che mai risultano essere stati segnalati a polizia o carabinieri. Eppure, sospettano gli investigatori, il sistema dei rifiuti continua a essere il maggior cespite del clan dei Casalesi. La delega assegnata dai due magistrati napoletani alla questura di Caserta prevede lo screening approfondito della materia, a partire dall’attività del Consorzio unico che ha ereditato le competenze dei consorzi di bacino. Una prima ricognizione sarebbe stata già effettuata e riguarderebbe i nominativi dei dipendenti e dei consulenti della struttura consortile, oltre che l’elenco delle ditte &#8211; una cinquantina &#8211; che a vario titolo si stanno occupando di trasporto, smaltimento e conferimento dei rifiuti urbani, della raccolta differenziata, della gestione dei siti di stoccaggio. Nelle prossime ore sarà approfondito lo studio dei nominativi di funzionari, burocrati, consulenti, che a partire dal prossimo mese di gennaio dovrebbero transitare nella società provinciale, la Gisec, di cui amministratore unico è l’ex coordinatore della Dda di Napoli, Felice Di Persia. Società che non è ancora attiva. In evidenza, tra gli altri, nome e ruolo di Antonio Scialdone, direttore del Consorzio unico, ex consulente della Recam ed ex collaboratore della Ecoampania del consigliere regionale dell’Udeur Nicola Ferraro. Indagato in un procedimento della Dda di Napoli su appalti pilotati in favore del clan Belforte di Marcianise, nel luglio scorso Scialdone (39 anni, di Vitulazio) è stato anche destinatario di un decreto di sequestro di beni assieme ad altre cinque persone legate ai Belforte. Funzionario della Recam, società impegnata nella riqualificazione dei Regi Lagni, nel 2004 aveva sottoscritto con la Sem, società del cognato del boss Domenico Belforte, un contratto di appalto per la rimozione di rifiuti prelevati nel Nolano. Si tratta degli stessi affari evidenziati nell’inchiesta, sempre della Dda di Napoli, a carico del clan Perreca. Fatti risalenti a quattro/cinque anni fa ma il sospetto degli investigatori è che il sistema possa essere rimasto invariato, con meccanismi di aggiudicazione degli appalti che finiscono per favorire le imprese legate alla camorra. Specificano gli inquirenti: quasi esclusivamente al clan dei Casalesi, come ai tempi del consorzio Ce4 e della Ecoquattro dei fratelli Orsi, con l’appalto «cucito su misura».</p>
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